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Cia, il vino orgoglio del “made in Italy”

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Il vino è uno dei pochi prodotti italiani che resistono alla crisi: vale infatti ben 14 miliardi di euro all’anno. Il 47,4% viene realizzato in Campania.

Il vino italiano rappresenta una delle poche eccezioni positive di fronte alla crisi globale: ‘vale’ quasi 14 miliardi di euro l’anno con l’indotto, mantiene il primato tra i Paesi esportatori con una quota del 22% del mercato mondiale e le vendite oltreconfine di bottiglie tricolori a fine 2013 potrebbero toccare per la prima volta i 5 miliardi (+9%), stabilendo un nuovo record storico. E’ quanto emerge dal VI forum vitivinicolo nazionale, ‘Piu’ forte la filiera, piu’ forti gli agricoltori’, organizzato dalla Cia-Confederazione italiana agricoltori oggi a Orvieto.

Per la Cia, bisogna costruire una maggiore forza contrattuale e ‘fare sistema’: secondo i dati della confederazione, gia’ oggi la quota di imprese che esprimono un miglioramento della propria competitivita’ all’estero grazie a processi aggregativi di filiera va dal 20% nel caso delle micro imprese a oltre il 30% nel caso delle medio-grandi.

Per questo e’ doveroso spingere verso l’aggregazione tra le imprese, promuovendo allo stesso tempo l’integrazione delle filiere per arrivare a ottenere equilibri equi e responsabili tra agricoltori, trasformatori e distributori, evidenzia la Cia. Solo sfruttando pienamente tutti gli strumenti a disposizione, dalle Op (Organizzazioni di produttori) alle Oi (Organizzazioni interprofessionali), dalle reti d’impresa ai consorzi di tutela, ci si puo’ confrontare con maggiore forza sui mercati stranieri che sono sempre piu’ concorrenziali, con 40 gruppi vitivinicoli che oggi controllano quasi il 40% del fatturato globale.

Insomma, per la Cia, e’ l’aggregazione che crea maggiore valore aggiunto lungo tutto la filiera. Vuol dire, per esempio, semplificare e velocizzare logistica, costi e burocrazia, offrire etichette di qualita’ a prezzi competitivi senza subire ‘ricatti’ dai buyer, accedere e ampliare la promozione e il marketing. E soprattutto significa fare massa critica per rafforzare la presenza all’estero non solo delle Doc, Docg e Igt, ma anche di tutto quel patrimonio di varieta’ autoctone finora non valorizzate.

Uno strumento importante e’ sicuramente quello delle reti d’impresa (anche nella forma di Ati) che consentono un piu’ agevole accesso al credito e migliorano la capacita’ strategica e di relazione grazie alle maggiori risorse messe a sistema, aggiunge la Cia. Lo stesso vale per le Oi (Organizzazioni interprofessionali), luogo della programmazione contrattualizzata del prodotto in ogni filiera: da un lato hanno il compito di regolare produzione e caratteristiche qualitative, dall’altro migliorano la trasparenza e forniscono indicazioni sulla formazione del prezzo, compreso nelle relazioni con la Gdo.

Infine, ci sono i consorzi di tutela, che restano il fulcro organizzativo delle strategie di qualita’ regolamentate legate all’origine e alla tipicita’ dei prodotti, svolgendo funzioni primarie come la gestione del disciplinare, la vigilanza sull’uso del marchio, la promozione e la programmazione. Ma oggi occorre un cambio di rotta e un salto di qualita’, risolvendo il problema urgente della rappresentativita’ dei consorzi. Bisogna, cioe’, assicurare la partecipazione effettiva di tutte le componenti imprenditoriali; rivedere i pesi tra aziende utilizzatrici del marchio, componenti effettive della filiera e strutture di servizio; far passare il principio che e’ il prodotto che sostiene la maggior parte dei costi.

(Fonte Foto: Rete Internet)

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