Squarci di vita quotidiana in Sirico di Saviano negli ultimi anni del regno dei Borbone. I problemi dell’ amministrazione della Giustizia e il conflitto aspro tra polizia e giudici. Il caso di Paolino Buonaiuto.
La storia del Regno delle due Sicilie venne caratterizzata, nel biennio rivoluzionario 1848-49, dalla concessione della costituzione e dalla repentina revoca da parte di Ferdinando II.
Gli anni che seguirono furono segnati da provvedimenti repressivi volti a perseguire, sopratutto, reati di opinione, ad opera di uno Stato di polizia che prese il sopravvento nella vita pubblica del Regno. Queste misure, più o meno conosciute da tutti, non mancarono di produrre i loro effetti anche in periferia: anche qui furono tratti in giudizio, sotto l’accusa di complotto contro lo Stato, dei cittadini che avevano tenuto comportamenti e pronunciato parole tali da suscitare il sospetto dell’ombrosa polizia di Ferdinando II.
Saviano non fu indenne da questi eventi. In quel rovente clima politico incappò nelle maglie della giustizia Paolino Buonajuto fu Andrea, che la sera del 21 marzo del 1853, entrato nella bottega del fratello Aniello, di professione falegname, tutto giulivo e festante gli disse: “Statti allegro perché adesso verrà un’altra volta la costituzione”. Il fratello, riprovando bruscamente l’iniquo detto gli impose il silenzio e lo invitò ad allontanarsi, senza dargli la possibilità di aggiungere altro.
Il fatto sarebbe passato inosservato, se nella bottega non avesse prestato servizio Vincenzo Franzese, ragazzo di dodici anni, il quale, raccontando la vicenda al padre Francesco, Guardia Urbana di Sirico, innescò, forse senza volerlo, un meccanismo burocratico che portò la notizia del fatto al Giudice Regio di Saviano, attraverso un rapporto redatto dal Capo Urbano e Supplente Giudiziario Don Vincenzo Mascia. Scattarono accurate indagini, volte ad accertare i motivi dell’asserzione eversiva del Buonajuto.
Successivamente si investigò per: acclarare relazioni e aderenze politiche dell’indagato, nel paese e al di fuori di esso e per smascherare la “clandestina criminosa società” esistente in Sirico, interessata a diffondere ideali repubblicani e ad abituare i cittadini a sentimenti contrari al regime monarchico. Il Capo della Guardia Urbana accertò che il Buonajuto era solito recarsi in Napoli, ma non seppe precisare né lo scopo dei viaggi, né le persone frequentate in città. In mancanza di prove, i viaggi nel capoluogo furono spiegati con motivi di lavoro.
Da vecchi documenti d’archivio, però, si apprese che nel fatale 1848 il Buonajuto era stato uno dei più effervescenti proseliti dell’anarchia e che nell’aprile del 1851 aveva avuto l’imprudente audacia di affermare pubblicamente di voler “tagliare il capo al Re nostro sovrano /DG,/ al Papa ed altri pubblici funzionari”: era troppo: sull’esagitato si era abbattuto il provvedimento giudiziario di “rinvio correzionale” presso la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro.
Questo precedente e il sospetto che fosse il Buonaiuto l’autore di un furto di oggetti d’oro del valore di Ducati 27 e grana 30 ai danni di Antonio Vecchione, abitante al “Vicolo di Fortunato”, indussero le autorità di Sirico a decretarne l’arresto e ad eseguire una rigorosa perquisizione domiciliare, in cui però non furono rinvenuti oggetti, documenti o corrispondenze di natura sovversiva o almeno sospetta. L’episodio accaduto durante le festività Pasquali mise in subbuglio l’intero Comune di Sirico per tutta la settimana Santa.
Al processo, la difesa dell’imputato fu impostata sul rigetto dell’accusa, ritenuta del tutto calunniosa e sulla inesistenza di rapporti criminosi e corrispondenze sospette intrattenute con rivoluzionari. Tali ragioni furono con vigore sostenute anche dalla testimonianza del fratello Aniello, il quale negò di “aver mai sentito profferire dal detto fratello i propositi allarmanti ascrittigli”: l’imputato era reputato persona inadatta a spargere il malcontento contro il Real Governo per non avere mai avuto contatti con persone proclivi a turbolenze politiche, né relazioni con soggetti perniciosi del paese.
I testimoni, Carmine Iovino, Crescenzo di Falco, i bottai Giosuè Romano e Vincenzo Ciniglio, lo stagnaro Aniello Biondi, il canaparo Gioacchino Ciccone, il proprietario Don Michele Caliendo, il parroco Don Giovanni Trocchia, si uniformarono alle ragioni difensive dell’imputato. Pietro Allocca di anni 47 dichiarò che il Buonajuto si recava a Napoli per motivi di “fatica” e “in Saviano è dedito alla fatica quando la trova. Frequenta bettole e spesso si ubriaca ed in tale stato è di lingua maldicente e mordace”.
Nella sera in cui si era consumato il furto degli oggetti d’oro l’imputato era uscito per dirigersi alla bottega di Giuseppe Tortora, a Santo Jacovo, per comprare un grano di pane, baccalare cotto e formaggio, ed era andato a consumare il tutto nella bettola di Giovanni Pierro, ove si era trattenuto fino ad un’ora di notte, in compagnia di Giosuè Romano e Gioacchino Pizza. La testimonianza delle persone nominate confermò l’alibi dell’imputato, cancellando il capo di accusa a suo carico, anche perché nella querela del derubato non furono espressi sospetti contro il Buonaiuto.
La mancanza di elementi connessi al reato di furto, l’inesistenza di prove per il reato politico e la buona condotta serbata dall’imputato dopo le ammonizioni correzionali indussero la Corte a emettere questa sentenza: “la Corte dichiara che non vi è luogo a legittimare l’arresto di Paolino Buinajuto per ambedue i reati, ed ordina conservarsi gli atti in archivio fino a nuovi lumi e sia il detenuto Buonajuto scarcerato”.

