Napoli è il laboratorio dove i clan del potere verificano fino a che punto si può tirare la corda senza che si spezzi. C’è più ” monnezza ” a Napoli o a Siena?
Per poche ore sono stato testimone diretto – e ne ho ricavato una memorabile lezione di storia- di una delle più nere giornate di Napoli, il mercoledì 30 gennaio, in cui i bus non sono usciti dai depositi e la terza città d’Italia è rimasta a piedi: non per lo sciopero del personale, né per un nefando sortilegio : ma solo e semplicemente perché era finito il gasolio, e il fornitore, creditore di un milione di euro, aveva chiuso pompe e rubinetti.
“Solo“ un milione di euro: dico “solo“, perché un milione di euro – una quisquilia – lo spendono, e se lo fanno rimborsare, i consiglieri regionali, dalla casta Valle d’ Aosta fino all’incredibile Sicilia, per acquistare nutella, caramelle e franfellicchi. C’è da dire che l’ ANM, l’azienda del trasporto pubblico, ha debiti con le banche per 120 milioni di euro, ma è creditrice di 300 milioni di euro, che devono versarle il Comune, la Regione e lo Stato. C’è da dire che in nessuna altra metropoli potrebbe succedere qualcosa di simile. Ma Napoli non si accontenta di primati banali: vuole stravincere, sconvolgere, lasciare a bocca aperta.
Non c’è situazione drammatica in cui la città non metta un ingrediente di cui pare che non possa fare a meno: la nota comica. E perciò l’azienda ha dato la notizia del “ tutti a piedi “ su facebook, e perciò il sindaco De Magistris ha scritto, sempre su facebook, che la notizia del “ tutti a piedi “ gli era stata comunicata nella serata del martedì , quando nulla si poteva più fare per evitare il dramma: perciò ha aperto un’inchiesta e perciò ha sparato contro gli “ avvoltoi “ che volteggiano sulla città, in attesa di spolparne il cadavere. Ma perché questi “ avvoltoi “ non li chiama per nome e cognome?
Vi risparmio i commenti dei lor signori della politica. L’on. Bersani è capitato a Napoli proprio in questo giorno infausto, e non ha potuto trattenersi dal dire la sua, e nel bacchettare il sindaco si è scordato – scordato, nel senso del dimenticare, e non di una chitarra stonata -, insomma si è scordato che il Comune e la Regione sono stati in mano ai suoi ( ai nostri ) proprio negli anni in cui le speranze (?) di Napoli venivano seppellite sotto una montagna di immondizia e di debiti e il titolo di copertina di un numero dell’ “ Espresso “ era “ Napoli perduta “ ( 14 settembre 2006). Temo che l’on. Bersani sia tendenzialmente uno sfigato: spero che i suoi amici napoletani gli suggeriscano il rimedio consigliato dalla sapienza popolare a quegli sfortunati cronici che i vesuviani chiamavano “ pascale passaguaie “, e cioè farsi benedire da un prete che non sia quel che si dice un donnaiolo.
Dai “ Quattro palazzi “ fino a piazza Municipio ho costeggiato drappelli di infelici in attesa di un bus: c’era agitazione, ho visto sguardi torvi e sguardi disperati, ho sentito insulti e bestemmie, ma ognuno insultava e bestemmiava per sé, guardando nel vuoto, o a terra, o verso un punto lontano: e se stavano zitti, ognuno stava in un silenzio suo proprio. Si spiavano l’un l’altro con occhiate antagoniste: sapevano che, se fosse arrivato un bus, avrebbero combattuto per un posto a spintoni e a parolacce. Alla fermata di fronte all’Università, una scintillante signora, appena uscita da un negozio, ha chiesto: “ Ma arriverà qualche mezzo ? “ e il gruppo le ha dato una sola risposta, ma a molte voci, ogni voce un pezzo di frase, ogni voce un tono: “ Ma che arriva, cca’ nun arriva niente, e se arriva, c’è tanta gente che l’autista nun se ferma manco, non apre nemmeno le porte “. E dunque vattene, perché non c’è posto per te.
La scintillante signora sarebbe stata perfetta nei panni di Filumena Marturano, nella scena in cui Filumena racconta di quando era ragazza, di quando il padre le disse che doveva andarsene da casa, trovarsi una sua strada, quale che fosse, perché a casa non c’era cibo per tutti. Alla fermata di piazza Borsa un omino dalla voce molto più grande di lui urla che bisogna incendiare, “ appicciare “, tutto, a partire da questi qua di Napoli e da quelli là che stanno a Roma , e non è necessario che chiarisca chi sono questi di qua e questi di là, sono i politici: e pare che i loro nomi non si debbano pronunciare, proprio come i nomi dei camorristi.
Qualcuno gli dà ragione, altri sospirano pensando che non basti appiccare il fuoco solo a Napoli e a Roma, una signora dall’occhio cattivo sbircia in tutti i taxi, che passano lentamente l’uno dietro l’altro, esamina la faccia degli autisti e alla fine sentenzia: “ sono loro che mantengono il bordello “: insomma, è una congiura per favorire i tassisti. Per i Napoletani, per noi Vesuviani e forse per tutti gli Italiani è ormai una verità di fede: dietro ogni emergenza c’è la mazzetta, anzi l’emergenza viene creata a bella posta. Ho visto, alle fermate dei bus, quella forma di rabbia che è solo napoletana, e che i napoletani chiamano “arraggia, arraggimma” : pare rassegnazione, e invece è l’attimo di calma, in cui si prende fiato prima dell’ urlo. E’ il nervoso, cupo silenzio delle “ maschere “ di Emilio Notte, che corredano questo pezzo.
Forse dalle strade di Napoli può levarsi solo il chiasso, e mai un clamore corale, ma è un chiasso che scuote, perché sale dagli impulsi plebei che anche i borghesi conservano dentro di sé, e che impediscono a Napoli di essere città da rivoluzioni. Le permettono solo la rivolta, il moto che divampa, brucia e si spegne, come la capocchia di un gigantesco fiammifero: in quella vampa si sono scottati gli Spagnoli, i Francesi, i Piemontesi, i Tedeschi. Nelle mie parole non c’è l’apologia della violenza. Sono un uomo di pace, costretto però dalla democrazia italiana a vedere che chi ruba un pacco di pasta va in carcere, e chi ruba milioni di euro sta fuori. Chi ci libererà da questa gente ?
Vuoi vedere che c’è più monnezza a Napoli che a Siena ? Siena: il salotto, la città senza chiasso, senza rumori, riservata, raffinata: come certe nobildonne che “ ‘o pigliano c’’a pezza ”.
(Foto: Emilio Notte, Maschere, dal libro " Ottocento e Novecento, due secoli di pittura napoletana)

