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…l’aggettivo “Felix”, non soltanto in riferimento al suolo, particolarmente fertile e appropriato alla coltivazione, ma per l’esigenza di dare un valore distintivo alla Campania (ager campanus), per la bellezza del paesaggio, per la mitezza del clima.

La nostra amata Campania è una terra meravigliosa e piena di fascino, ricca di storia e cultura, sempre pronta a sorprendere per il suo glorioso passato che la rende una terra unica al mondo. Plinio il vecchio fu il primo ad usare l’aggettivo “Felix”, non soltanto in riferimento al suolo, particolarmente fertile e appropriato alla coltivazione, ma per l’esigenza di dare un valore distintivo alla Campania (ager campanus), per la bellezza del paesaggio, per la mitezza del clima. E, ovviamente, anche per la piacevolezza della vita che un posto così favorito dagli dei permetteva di condurre. La denominazione di Campania Felix fa riferimento al territorio chiamato “Terra Leborina”, citata nella “Carta anonima del Regno di Napoli”, detta “Della libreria della stella”, del 1557. In epoca romana Tiberio fece di Capri il suo personale santuario, ma anche tantissimi patrizi romani elessero la Campania a simbolo della loro dolce vita. E, come si desume dalle citazioni di Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia (primo secolo d.C.) la vite e il vino erano già tra gli artefici della felicità di questa terra. Fatta questa doverosa premessa storica, iniziamo il nostro viaggio tra le innumerevoli vigne del nostro amato territorio. Ai giorni nostri, in Campania è in atto una vera e propria riscoperta di uve che erano già note al tempo dei nostri illustri progenitori. Vitigni per secoli dimenticati e trascurati, oppure confusi l’uno con l’altro, hanno ritrovato precise identità, documentate da analisi di laboratorio sul DNA. Gli itinerari del vino nella provincia di Napoli spaziano dai crinali assolati del Vesuvio ai Campi Flegrei, si inerpicano sui monti lattari e giungono fino alla Penisola Sorrentina, toccando le isole di Ischia e Capri con vigne terrazzate a picco sul mare. La cultura del vino si mescola a luoghi leggendari come l’antro della Sibilla Cumana e il Lago d’Averno, la vite si alterna a terme, boschi, oasi del WWF, anfiteatri, parchi archeologici in tutta l’area dei Campi Flegrei.

I terreni vulcanici del Vesuvio nutrono invece le viti del Lacyma Christi, uno dei vini più conosciuti nel mondo. Sull’isola d’Ischia la viticoltura ha origini antichissime come ancora racconta la coppa di Nestore conservata nel Museo archeologico di Lacco Ameno: qui le viti sono baciate dal sole e dall’aria salmastra. Grandi vini, panorami mozzafiato sul golfo di Napoli, gastronomia, storia e cultura. Iniziamo il nostro viaggio dalle pendici del Vesuvio, “ ’A Muntagna bella ”, dove troviamo vitigni antichissimi con i quali si produce il famoso Lacryma Christi. Il nome Lacryma Christi affonda le sue radici in leggende antiche. La più diffusa è quella che vuole che Lucifero, nella sua discesa agli inferi, abbia portato via con sè un pezzo di Paradiso. Gesù, riconoscendo nel Golfo di Napoli il Paradiso rubato, pianse lacrime copiose e dalle sue lacrime nacquero i vigneti del Lacryma Christi. E’ il vino prodotto con le uve auctone del Vesuvio, conosciuto già ai tempi degli antichi Romani. Le prime testimonianze della coltivazione dell’uva sul Vesuvio risalgono, infatti, al V secolo a.C. I vitigni che si arrampicano sulle falde del Vesuvio discendono direttamente dagli Aminei della Tessaglia, portati qui dai Greci che nel V secolo a.C. arrivarono in queste terre. Le radici affondano nel terreno lavico, scuro e poroso. Questo terreno non necessita di essere innaffiato in quanto trattiene l’umidità per poi rilasciarla. Le uve sono il Caprettone (o coda di volpe) per il Lacryma Christi Bianco ed il Piedirosso (Per e Palumm) per il Lacryma Christi Rosato e Rosso. Ma un approfondimento è doveroso proprio per il Caprettone del Vesuvio (a bacca bianca), che per secoli è stato assimilato al più noto Coda di Volpe e così chiamato per la forma allungata del suo grappolo, che ricorda la barbetta di una capra. Le sue vigne affondano le radici nella terra lavica del Vesuvio, dalla quale traggono una ineguagliabile mineralità e la possibilità di essere impiantate su piede franco (ossia senza portainnesto) perché questo tipo di terreno è immune dal contagio della fillossera. Il tutto nell’ambito di un microclima unico, influenzato al tempo stesso dall’altitudine, dalla vicinanza del mare e dalla presenza del vulcano.

È il primo vitigno della zona a essere vendemmiato (a volte, anche prima dalla festa di San Gennaro, 19 settembre) per non disperderne un’acidità ottimale a garantire un bagaglio aromatico più complesso e un buon nerbo. Se dalle falde del Vesuvio ci allunghiamo verso i campi flegrei, troviamo un vero e proprio lavoro di “archeologia enologica” per riscoprire e valorizzare alcuni vini dimenticati della Campania, primi fra tutti la Falanghina e il Piedirosso, ma anche l’Asprinio dell’Agro Aversano, ultima testimonianza di una forma di allevamento risalente agli etruschi. Ci sono poi il Gragnano ed il Lettere della Penisola Sorrentina, mentre sulla costiera amalfitana troviamo la Pepella, il Fenile, la Forestera , il Ripoli, lo Sciascinoso ed il Tintore che insieme alla ginestra ed il pino crescono su una terra che ha il fuoco dentro e guarda il mare sullo sfondo. Se facciamo un salto nelle isole, come non citare il Biancolella ed il Greco bianco. Adesso rientriamo sulla terra ferma e ci soffermiamo a riscoprire un vitigno dei paesi vesuviani, la Catalanesca e poi ci dirigiamo nel casertano dove troviamo il Pallagrello ed il Casavecchia, del quale si dice che una barbatella fu ritrovata in un rudere (una casa vecchia, per l’appunto) sempre nell’alto casertano, e messa a dimora. Dalla provincia di Caserta ci orientiamo verso Avellino, zona di vini importanti: pensate che su 4 DOCG Campane, 3 sono ad Avellino; come non citare il maestoso Taurasi detto il “Barolo del sud”, ma come poter dimenticare il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino, senza lasciare l’ Aglianico del Taburno ma anche la Barbera del Sannio. Le potenzialità dei vigneti campani sono per molti versi infinite e solo una piccolissima parte dell’incredibile serbatoio di biodiversità è stata studiata nel dettaglio da un punto di vista genetico, agronomico od organolettico, eppure periodicamente su alcuni di questi vitigni pressoché sconosciuti al grande pubblico nascono dei progetti, non solo aziendali, con l’obiettivo di recuperarli e valorizzarli ben oltre i pochi filari in cui sono presenti.

Chiudo questo viaggio immaginario tra i filari delle nostre vigne citando il grande poeta Orazio: «Tu non domandare – è un male saperlo – quale sia l’ultimo giorno che gli dei, Leuconoe, hanno dato a te ed a me, e non tentare gli oroscopi di Babilonia. Quanto è meglio accettare qualunque cosa verrà! Sia che sia questo inverno – che ora stanca il mare Tirreno sulle opposte scogliere – l’ultimo che Giove ti ha concesso, sia che te ne abbia concessi ancora parecchi, sii saggia, filtra il vino e riduci le eccessive speranze, perché breve è il cammino che ci viene concesso. Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani». Orazio Libro I, ode 11.