Una lettera aperta in risposta all’interessante articolo del Prof. Carmine Cimmino, per meglio chiarire la questione dei parchi e delle aree protette ma soprattutto quella del nostro Parco Nazionale del Vesuvio.
Egregio Professore,
l’idea del Parco Nazionale del Vesuvio, così come quella di tutti i Parchi Nazionali del nostro Paese, corrisponde alla visione di un’area protetta, considerata come luogo di conservazione della natura, ma anche come luogo di conoscenza e diffusione di quel contesto antropico che ne fa parte. Nei principi generali della Legge Quadro c’è di fatti anche la valorizzazione di tutto ciò che è economicamente compatibile ad un Parco.
Anche nello statuto del Parco Nazionale del Vesuvio (e per favore non chiamatelo parco Vesuvio!) era contemplata quindi la valorizzazione delle attività economiche compatibili ed esisteva un Piano Socio Economico (ora fuso nel Piano del Parco) che prevedeva ciò, con l’ulteriore possibilità di ascoltare tutti i portatori di interesse dell’area Parco e portando, anche se in maniera non esplicita, alla logica delle consulte, tali da accogliere le istanze del territorio e della sua gente.
Ebbene, il territorio non è mai stato ascoltato o per lo meno non è stato mai ascoltato con la volontà di accogliere veramente quelle richieste e soprattutto di farlo parte, almeno a livello consultivo, del PNV. Faccio ovvio riferimento all’iniziativa de “Un vulcano di idee” che altro non è stato che una sterile operazione di Marketing e che non lascerà probabilmente niente sul territorio e a chi ha provato a dialogare con l’ente parco.
La revisione della legge 394 ha avuto uno spiacevole preambolo nel recente maxiemendamento della Regione Campania Leggi, che, potremmo definire a questo punto, più realista del re, inserendo come cambiamento nella Legge 33, la legge regionale sulle aree protette, la possibilità che i presidenti, oltre a poter non avere un curriculum ambientalista, potessero esser scelti in contesti politici, cosa quest’ultima, almeno in campo nazionale, non ancora realizzabile.
In pratica, la politica locale da oggi se la canterà e se la suonerà da sola e questo senza che nessuno di noi possa dir nulla a riguardo e questo a meno che il vento non cambi, vista l’assenza di dialogo e la disparità di mezzi tra chi vive il Parco e di chi lo amministra e tra i cittadini e la scena politica di riferimento. Purtroppo però riscontriamo la stessa tendenza, tutt’altro che ambientalista, portata avanti anche da chi li ha preceduti al governo regionale, così come a livello nazionale, per cui non si può far altro che sperare in una rivoluzione culturale là dove non prevalga l’idea di uno sterile sviluppo a scapito di tutto il resto e soprattutto sulla ragione primaria per la quale si istituisce un’area protetta ovvero il concetto per niente scontato di tutela ambientale.
Che la scelta poi di un presidente di un Parco, sia esso nazionale, sia esso regionale, fosse una scelta politica è cosa risaputa e sancita anch’essa dalla legge ma che questi non conosca la materia in questione ci lascia perplessi ed amareggiati e col forte sospetto che le scelte, nelle aree protette, oltre che erronee, possano a questo punto provenire da quei livelli politici che vanno oltre le decisioni di un presidente, in pratica dai suoi referenti.
Un’area protetta, e a maggior ragione un Parco Nazionale, esiste perché è soprattutto “ecologia e sonno degli uccellini” caro Prof. Se esiste un Parco Nazionale ciò accade poiché un ecosistema non è soltanto “sonno degli uccellini” ma un intero sistema naturale quasi sempre messo a rischio dalle nostre attività umane e proprio per questo, dalla roccia al lichene, dall’uccellino alla volpe e senza distogliere lo sguardo dal prezioso contesto paesaggistico, vale la pena proteggerlo e non solo per ragioni puramente economiche. Proteggerlo ovviamente non vuol dire negarlo, proteggerlo vuol dire condividerlo e tramandarlo alle prossime generazioni.
Ma questa protezione, così come accade negli altri Pachi Nazionali del mondo, non vuol dire negazione, non vuol dire negare tutto il resto, potrebbe voler dire anche rigenerazione di un’economia locale da sempre stantia, e questo non certo per colpa del Parco Nazionale del Vesuvio; potrebbe voler dire molte altre cose ma solo avendone volontà e competenza per attuarle.
I tanto odiati vincoli, sono del resto stati sempre dei vincoli fittizi e non hanno purtroppo arrestato ancora chi caccia di frodo nel Parco, chi scorrazza in moto lungo i sentieri, chi costruisce abusivamente, chi taglia legna, chi appicca incendi, chi inquina e il tutto, non solo in spregio alla legge, ma spesso anche a favore di questa, come è accaduto a Terzigno con le discariche e come sta accadendo ancora lungo la Matrone e l’ex SP del Vesuvio con il passaggio quotidiano dei bus e dei veicoli inquinanti e che attraversano la riserva integrale.
Quindi, come lei giustamente sostiene, non è la legge che crea il problema ma la sua applicazione o la sua cattiva applicazione a far guai ma, se di certo si fa una legge ad hoc, che permette di fare quel che si vuole e senza competenza alcuna, il cittadino e il territorio ne subiranno i danni e avranno armi sempre più spuntate per far sentire la propria voce.
Sulla coerenza del “giacobini ambientalisti” ci sarebbe molto da dire e questo soprattutto al cospetto di una voce unica a parlare, e spesso a tacere in questo contesto vesuviano, e nonostante le corsie preferenziali di cui gode e su di un territorio vissuto, amato e protetto anche da altri.
Per il resto concordo, il Vesuvio, ‘a Muntagna nosta è altro, è di chi la vive, ma proprio per correggere anche le aberrazioni di chi la vive e per insegnar loro a come viverlo e darlo in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti, c’è bisogno di coerenza ed è questa quella che manca caro Professore, la coerenza del buon padre di famiglia, la coerenza figlia della dignità.
Un caro saluto



