Il party si è tenuto il 12 giugno, in occasione delle prove degli Esami di Qualifica e dell’inaugurazione dei laboratori e della Sala Conferenze.
Ho ritardato la pubblicazione dell’articolo per vedere se la prima impressione persisteva intatta nella mia percezione. E l’immagine dell’Armonia e della Bellezza ha resistito, anzi nella memoria è diventata più solida, e ha conservato il segno di particolari che credevo, a prima vista, secondari. Aveva ragione Alain Corbin, prodigioso autore della “Storia sociale degli odori”: chi si trova nei luoghi consacrati alla cucina di grande classe sente fatalmente che i suoi sensi “vedono” e “sentono” più di prima. La cucina di grande classe, chiamata a organizzare un party serale, in cui grande era il numero delle donne, ha costruito armonie di colori, intrecci deliziosi di profumi, e una “serata” che diventava, nel gioco dei ritmi e delle pause, una scena di Rossini o dell’ultimo Verdi. Un’eleganza misurata, disegnata, coordinata, che mai però ha dato l’impressione dell’artificio, e in ogni momento ha suggerito spontaneità e naturalezza. Il tempo l’ha dettato il discorso iniziale di Don Sebastiano, che insegnò nell’Istituto all’alba della sua storia. E lui ci ha detto che i ricordi più preziosi sono quelli che non ci annegano nelle nebbie del passato, ma ci accompagnano a capire gli intrecci del presente: e perciò quei laboratori e la sala Conferenze esistevano già il primo giorno, quando i cancelli vennero aperti per la prima volta, poiché il primo Preside e quelli che sono venuti dopo di lui hanno sempre cercato di aprire gli orizzonti, di conquistare nuove strade, favoriti anche dal fatto che l’arte della cucina non si può fermare e che nel rinnovarsi deve sempre procedere alla realizzazione di nuovi progetti e prestarsi al confronto con altri sistemi culturali. E il preside di oggi, Vincenzo Falco, segue questa filosofia con saggia, illuminata intensità. La sfilata delle splendide “modelle” ci ha detto che non esiste un “salto” di incompatibilità tra la cucina e la moda: dietro le raffinatezze dell’una e dell’altra c’è la sapienza manuale, c’è la vocazione artigianale di cuochi, di pizzaioli, di sarti, di camiciaie. E Ottajano fu fino agli anni ’60 del Novecento la patria di camiciaie abilissime, e la moglie dell’ultimo Medici organizzò a Palazzo, negli ultimi anni dell’’800, una grande sfilata di moda. Il Dirigente Scolastico Vincenzo Falco (mi perdoni se prima l’ho chiamato preside) è attento a cogliere le sollecitazioni e i suggerimenti del territorio, ad aprire nuovi spazi per i ragazzi, ad indicare ad essi nuovi obiettivi: ma non dimentica di ricordare a tutti che i progetti diventano vitali solo se sappiamo collegarli alla cultura e alla storia del sistema in cui ci troviamo. Diceva il prof. D’Ascoli che la storia di Ottaviano è la storia dei piselli, delle noci, delle castagne che una volta si producevano in abbondanza, e ora non si producono più. Domani si possono produrre di nuovo? E se pensiamo che per gli storici Luigi de’Medici fu il politico dell’“amalgama”, nessuno può impedirci di credere che un’ispirazione profetica abbia indotto il prof. D’Ascoli a condividere l’idea di dare all’Istituto Alberghiero il nome del più grande figlio di Ottajano.





