Prima di parlare del bailamme scatenato a Ottaviano dai manifesti dedicati a Raffaele Cutolo e dalle interviste delle “Iene”, voglio ricordare che fa parte anche della storia sociale degli Ottajanesi l’illusoria speranza che di tanto in tanto salga sul palcoscenico della storia il Robin Hood capace di distribuire ai poveri ciò che ha tolto ai ricchi. Le riflessioni di Giulio Marchetti e di Isaia Sales e i comportamenti dei malavitosi nel 1943, quando gli Alleati, vincitori del fascismo e del nazismo, aprirono un campo di aviazione al Pagliarone, tra Ottaviano, Piazzolla e San Gennaro Ves.no.
Il mito di Robin Hood fa parte della storia sociale di tutti i popoli, ma occupa uno spazio vasto e centrale nella storia degli Ottajanesi che per trecento anni, dal 1567 al 1893, sono stati “governati”, prima direttamente e poi indirettamente, dalla stessa famiglia, i Medici, e che dalla metà del ‘700 fino alla caduta del fascismo hanno visto le cariche pubbliche e gli uffici più importanti del Comune occupati dai membri di 10, 12 famiglie, sempre le stesse. Era fatale che non pochi Ottajanesi vedessero nel brigante Pilone il Robin Hood venuto a sovvertire il sistema e che Raffaele Cutolo scrivesse in un libro: “Napoli è divisa in signori e pezzenti. Se io ho un carisma è quello di poter offrire il passaggio immediato dalla seconda alla prima categoria”. Lo ricordò Isaia Sales, in un articolo pubblicato su “la Repubblica” (19/02/2021): lo stesso Sales aveva scritto molti anni prima che fin dal primo momento la NCO svolse, all’interno della criminalità napoletana, questo ruolo “sociale” a vantaggio della “bassa” manovalanza criminale: mentre i clan tradizionali della camorra erano sistemi chiusi di “famiglie” storiche della malavita guidate da capi che erano figli e nipoti di camorristi e di guappi, Cutolo arruolò nella sua organizzazione “un esercito di giovani sbandati che fino a quel momento si sentivano solo degli emarginati, dando loro una identità, uno scopo, un metodo.”(I.Sales, “La Città”, 21/02). Nel 1991 Giulio Marchetti aveva attribuito a Raffaele Cutolo il progetto di recuperare l’immagine della camorra ottocentesca: egli si servì, nel recupero, di molti ingredienti folcloristici, a volte anche confusi, di facile presa sull’immaginario collettivo: dal giuramento di sangue degli aspiranti, alla solidarietà dell’organizzazione nei confronti delle famiglie dei propri adepti reclusi; e la figura del camorrista violento venne nascosta – si tentò di nasconderla – sotto quella del guappo-eroe popolare che prende dal ricco per dare al povero. Una cieca, avvilente illusione. Le carte di mostrano che la criminalità vesuviana degli anni ’60 del ‘900 venne fondata dai contrabbandieri che controllarono il territorio all’arrivo degli Anglo- Americani, sul finire della II Guerra Mondiale. Il contrabbando, di carni e di alcool soprattutto, era un’attività rigogliosissima, gestita, a partire dal ’43, dalle stesse famiglie che l’avevano costituita e controllata tra il 1935 e il 1938, per poi affinarne i meccanismi nei quotidiani contatti con gli alleati liberatori. La scuola di perfezionamento fu il campo di aviazione al Pagliarone e maestri furono non solo alcuni militari di ogni grado, ma anche i mafiosi che accompagnarono, e talvolta precedettero, preparandole il terreno, l’armata angloamericana. Secondo i servizi segreti inglesi, il compito di selezionare gli amministratori delle terre vesuviane liberate fu affidato dagli americani a Vito Genovese, nato nel Nolano, emigrato negli Stati Uniti e diventato capo della criminalità organizzata. Nel contrabbando, nei rapimenti e nelle estorsioni si formarono la mente e il metodo di una criminalità nuova, che in quindici anni spazzò via rituali strategie e camorristi della vecchia camorra e preparò la svolta degli anni ’70. Non fu facile ricostruire Ottaviano. Le macerie materiali erano un problema assai più lieve della disgregazione sociale. Bisognava procurare cibo e lavoro a migliaia di disoccupati, imbestialiti, tra l’altro, dalla certezza che alcune famiglie avevano tratto e continuavano a trarre da traffici illegali guadagni enormi: e l’enormità dell’ingiustizia sociale prendeva l’aspetto di segreti “cellari” colmi di prosciutti e provoloni, di sacchi di farina e di pezze di tela, di maccheroni bianchi e di liquori: pochi potevano permettersi di mettere a tavola ogni ben di Dio, tutti gli altri soffrivano la fame. Già nel ’43, mentre i tedeschi in fuga attraversavano Ottaviano razziando e incendiando, drappelli di Ottavianesi avevano saccheggiato alcuni palazzi e c’era voluta tutta l’autorevolezza di don Pietro Capolongo, parroco di San Giovanni e di San Lorenzo, per far sì che una parte del bottino fosse restituita e la cosa si appianasse senza ulteriori complicazioni. Del resto, i banditi che infestarono il territorio tra il ’44 e il ’46 diffondevano ad arte informazioni, quasi sempre false, sulla entità delle taglie imposte alle vittime delle estorsioni e dei rapimenti: e così scattava nei più un impulso di soddisfazione, come se giustizia fosse fatta, e l’ingiusta ricchezza venisse finalmente punita. Era un sentimento complicato, che viene su dagli abissi della nostra storia, e si configura ormai come un archetipo: un sentimento sorprendente, e insidiosissimo, che rende affascinante agli occhi dei giovani la figura di don Vito Corleone ( l’immagine correda l’articolo) – e non è merito solo di Marlon Brando -, e ha spinto qualcuno, a Salerno, a Napoli, a Benevento, a congratularsi con me, in quanto ottavianese: perché “ o’ paisano vuosto non si è pentito ”: Raffaele Cutolo non si è pentito.



