
Segretario Pd di Somma Vesuviana, consigliere comunale, medico psichiatra, musicista, presidente del comitato Palio, fondatore del Centro Vita.
Cinquantadue anni, consigliere comunale, segretario del Partito Democratico di Somma Vesuviana, è stato candidato sindaco per due volte consecutive a distanza di un anno ma non è mai arrivato al ballottaggio. Nel 2013 si scontrò con Ferdinando Allocca (sindaco uscente che rivinse le elezioni), Paola Raia, Lorenzo Metodio e Pasquale Piccolo. L’anno dopo Allocca morì e fu il suo vice Salvatore Di Sarno a far le funzioni di primo cittadino fino alla sfiducia da parte del consiglio comunale. Somma andò nuovamente alle urne e questa volta Auriemma fu designato quale candidato sindaco dalle primarie del centro sinistra. Si scontrò con Pasquale Piccolo, attuale primo cittadino – e con il candidato del M5S, Ciro Sannino – ma al ballottaggio arrivò il candidato di Forza Italia, Antonio Granato. Auriemma siede da allora nei banchi di opposizione e nel frattempo ha preso le redini del Pd cittadino divenendone il segretario. La politica attiva è però passione relativamente recente nella vita di Auriemma che nella sua città aveva comunque piantato i semi di un costante impegno sociale e culturale con il Centro Vita e il Palio di Somma Vesuviana. Medico psichiatra, è in servizio all’Ospedale Ascalesi di Napoli. Altra passione mai abbandonata è la musica: canta, suona la chitarra, scrive musica e testi. Nell’intervista che segue, Giuseppe Auriemma si è raccontato con semplicità, rispondendo a domande sulla sua professione, sul suo impegno politico e civile, sulla sua vita privata e le sue speranze.
Giuseppe, vivi da sempre a Somma Vesuviana?
«Sempre, oggi abito esattamente dove sono nato: in un appartamento di 70 metri quadri in via Garibaldi, al centro della città. Sono rimasto lì, prima con tutta la mia famiglia, poi con mia madre e mia sorella, infine solo con mia sorella che da giugno scorso ha preso casa poco lontano. È la prima volta che vivo da solo».
I tuoi cosa facevano?
«Mio padre lavorava all’ufficio tributi del Comune di Napoli, mia madre era una casalinga. Non ci sono più, papà è mancato nel ’90, mamma nel 2005. Io sono il quartogenito, ho tre sorelle più grandi. L’unico maschio ma non il prediletto».
Sei nato negli anni ’60, quelli del boom economico. Cosa ricordi della Somma di allora?
«Nel 1963, precisamente. Gli anni dei sogni, della trasformazione. Anche la città ha cominciato a cambiare proprio allora. Ricordo il sindaco Francesco De Siervo, una Somma Vesuviana più raccolta, più “villaggio”. Con le periferie poco abitate e non ancora esplose. Rammento Santa Maria del Pozzo, la chiesa, poche altre case. Sono questi i frammenti che affiorano alla memoria, ricordo meglio il decennio successivo, la metamorfosi caotica della città secondo un filo modernista ma confuso».
Di te bambino, invece?
«Ho ricordi simpatici, di un gruppo di amici con i quali ero sempre, quasi fossimo una «banda» del quartiere. Non che facessimo danni, ma ci «scontravamo» differenziandoci per quartiere, c’erano quelli di rione Raimondi, quelli delle palazzine, della piazza. Un giorno, rammento, andammo in esplorazione a Castello d’Alagno, allora lo chiamavamo De Curtis, era diroccato. Tentammo di scendere nel suo ipogeo con una specie di scala perché eravamo convinti che bisognasse cercare lì la favolosa carrozza dorata appartenuta alla regina Giovanna D’Aragona. Eravamo in cinque o sei, i più “coraggiosi”, ci trascinammo per alcune centinaia di metri finché non sentimmo rumori strani e scappammo via. È un episodio che trascrissi nel mio diario d’infanzia».
Tenevi un diario?
«Sì, almeno fino ai primi anni di liceo. Scrivevo quasi tutti i giorni, imprimendo su quelle pagine le marachelle che combinavo, le sgridate dei miei genitori, addirittura i voti. Li conservo ancora e ogni tanto li rileggo. Raccontavo la mia esistenza, di quando per esempio mio padre rientrava dall’ufficio e mi portava con sé in campagna insegnandomi l’arte di curare le viti. L’importanza del rapporto con la propria terra».
Quali altri valori ti hanno trasmesso i tuoi genitori?
«Il senso della giustizia, della legalità. La profonda onestà di mio padre. Ricordo che un giorno a casa si presentò un signore per chiedergli un “piacere”, non so se lecito o meno – lui lavorava nell’ufficio che al Comune di Napoli si occupava dei tributi locali – ma papà lo fece uscire. Non che l’abbia cacciato, le parole però le rammento: «A me questo non si chiede». Mamma era una donna molto religiosa, anche impegnata già molto prima che nascessi nell’Azione Cattolica della sua parrocchia e nelle campagne elettorali per la Democrazia Cristiana. Papà no – orfano di guerra e primogenito di altri quattro fratelli, aveva dovuto portare avanti tutta la famiglia – si riconosceva negli ideali socialisti ed era molto legato alla figura del poeta Gino Auriemma, mi raccontava delle sue battaglie sociali, delle sue idee, del suo credo politico».
Quando eri ragazzo ti è mai capitato di «incrociare» la politica cittadina di quei tempi?
«Sì, addirittura ricordo di essere stato presente a qualche seduta di consiglio comunale, il sindaco era De Siervo e sedeva nei banchi dell’assise un giovane Ferdinando Allocca, almeno questa è l’immagine che mi torna in mente. I consigli si tenevano allora accanto alla chiesa di San Domenico, nella zona dove anticamente c’era il convento. Non rammento di cosa si discutesse, solo il clima e molta molta gente».
La scuola?
«Il percorso dell’obbligo, poi il liceo scientifico al Torricelli e infine la facoltà di Medicina».
Perché volevi diventare medico?
«Avevo due amori, due strade. Quella che ho scelto e quella che per un po’, per le letture che avevo cominciato a fare, mi attraeva: filosofia, o forse scienze politiche. Devo ringraziare i miei professori del Liceo, una in particolare – ricordo solo il suo cognome, Colella, era di Sant’Anastasia –che al secondo anno ci introdusse alla lettura dei neorealisti. Ancora più forte è il segno della docente di italiano delle medie, era la nipote di Carlo Levi e credo che tutti noi leggemmo “Cristo si è fermato ad Eboli” in maniera diversa, con partecipazione. Ho ancora quel libro, con gli appunti a margine. Una lettura difficile, però mi è rimasto dentro dandomi il senso dell’impegno sociale».
Hai scelto Medicina, poi.
«Ad un certo punto, al terzo anno di liceo – quando abbiamo iniziato a studiare filosofia e biologia – è accaduto qualcosa che non saprei spiegare. Andavo in biblioteca e divoravo libri di Freud, di Sartre, mi si instillava dentro l’amore per la psichiatria e la psicologia. Il rapporto con la facoltà è stato traumatico perché a un certo punto ho cominciato a impegnarmi in mille altre cose, dal teatro alla musica. I miei genitori non erano contenti, tuttavia mi sono laureato – anche se non proprio in corso – con il massimo dei voti e senza aver mai perso un colpo. Amavo quelle materie ma vi affiancavo il mio amore per la musica: avevo cominciato a studiare il violino al liceo, poi passai alla chitarra, studiai per due anni in una scuola di solfeggio e dopo da autodidatta. Suonavo a spartito fino a qualche anno fa, chiaramente ora ho dovuto allentare un po’. Posseggo due chitarre, ho suonato con un gruppo napoletano, ma la cosa più bella che abbia fatto in questo campo è l’aver scritto l’inno ufficiale che accolse Papa Giovanni Paolo II al San Paolo di Napoli».
Che anno era?
«Eravamo nel 1990, a novembre. Mi chiesero di scrivere questo inno che chiamai “Giovani con te”, il pontefice fu accolto con la mia musica e le mie parole. Fui ricevuto da lui, gli donai la pergamena con testo e mi ero preparato un discorso ma non riuscii a spiccicare una sola parola. Mi accarezzò, mi disse “bravo” e io dimenticai ogni cosa, tutto ciò che avrei voluto dirgli. Avevo davanti questa figura bianca che percepivo come enorme, tremavo dall’emozione e mi sentivo piccolo piccolo. Uno dei momenti più belli della mia vita. Tuttavia uno dei più difficili, perché finii di scrivere quella canzone per il Papa in ospedale, il giorno prima che mio padre morisse. È intrisa di significato anche per questo. Ovviamente fu un mio dono al Papa, tutto gratis, mi ringraziò il cardinale Giordano ricevendomi a Santa Chiara e più tardi la Diocesi di Caserta mi chiese un altro inno. Lo preparai, registrai musica e parole su una cassetta e la affidai, senza pretendere nulla».
Dopo la laurea qual è stato il tuo percorso professionale?
«Sono entrato alla specializzazione in Psichiatria con concorso pubblico e per molti anni, dal ’98 e ancora oggi in qualche modo, ho collaborato con la cattedra di psicologia medica alla Seconda Università di Napoli con il professor Paolo Gritti. A lui devo molto, mi ha formato come medico psichiatra, mi ha dato la possibilità di provarmi sul campo in un Istituto che è uno dei più importanti perché collabora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quello della Sun diretto dal prof. Mario Maj già presidente della Società Mondiale di Psichiatria. Un contesto molto stimolante, direi. E oggi il mio rapporto con l’Università prosegue per l’impegno nel consiglio direttivo della Sipo, la Società Italiana di Psico Oncologia. Sono stato rieletto insieme alla coordinatrice, la dottoressa Ester Livia Di Caprio, proprio nel congresso di Napoli il 16 ottobre scorso. In quella sede ho avuto modo di portare un contributo con una relazione che sento molto mia, mi sono posto una domanda: qual è il tipo di comunicazione, la relazione terapeutica, l’approccio culturale che occorre avere con i pazienti oncologici non italiani? Viviamo in un contesto multiculturale, curare un paziente musulmano, buddista o di formazione lontana dalla nostra richiede un approccio più complesso, presuppone diverse figure. Dunque non solo specialisti, ma anche mediatori culturali».
Hai scelto di lavorare in ospedale.
«Da dieci anni. All’Azienda Sanitaria Locale Napoli 1 centro. Entrai attraverso un bando per titoli ed esami risultando il quarto in graduatoria. In un primo momento ero all’ospedale Gesù e Maria di piazza Mazzini che ebbe però qualche problema statico e fu chiuso. Fui proprio io a dare l’allarme chiamando i vigili del fuoco un pomeriggio, dopo aver visto calcinacci cadere in una stanza della comunità terapeutica. Da lì è iniziato l’iter che mi portò nel 2009 all’Ascalesi. Lavoro lì, in una Unità Operativa complessa di salute mentale, con tutto il carico non solo del lavoro ma anche della problematicità che può dare una realtà come Napoli, al centro della città. Abbiamo praticamente la competenza di tutta la zona centrale, fino a corso Vittorio Emanuele e l’inizio del quartiere Vomero».
Sai, quando si pensa allo psichiatra ci si immagina uno studio, il lettino, una chiacchierata che va a scavare nel passato, tipo un film di Woody Allen. Tu cosa fai esattamente in ospedale?
«Il nostro è un centro di salute mentale ubicato all’Ascalesi ma non ricoveriamo i pazienti lì bensì nei reparti di psichiatria che si chiamano SPDC, servizi psichiatrici di diagnosi e cura: sono al Monaldi, al San Gennaro e al San Giovanni Bosco. Lavoriamo soprattutto sul territorio, seguiamo i pazienti in ambulatorio quando vengono da noi o a casa loro quando necessitano visite o controlli di tipo diverso. Poi ci sono le urgenze e le emergenze psichiatriche, un lavoro incredibile, non stiamo mai fermi. Abbiamo dei turni di emergenza diurni e notturni, in pratica il nostro intervento può essere richiesto dal 118, dai Pronto Soccorso e da tutti gli ospedali che insistono in quel territorio, in quel distretto: Loreto Mare, Annunziata, Pellegrini, l’Ascalesi stesso».
Senza ovviamente far nomi o scendere nei particolari, il caso più singolare che ti sia capitato in tutti questi anni di professione?
«Credo quello di un ragazzo di Gorizia che fu segnalato anche dal programma “Chi l’ha visto?”. Questa persona aveva circa trentacinque anni e non ricordava nulla, non sapeva chi era né come fosse arrivato nella nostra città. Non aveva documenti ma, attraverso la tessera di un’associazione, riuscimmo a recuperare nome e indirizzo e chiamammo i familiari che vennero a recuperarlo. Uno smemorato, non ricordava davvero niente e aveva probabilmente rimosso tutto in seguito ad un’esperienza traumatica. Una forma di amnesia psicogena. Non ho potuto seguirlo perché tornò quasi subito a Gorizia ma era di sicuro un caso singolare».
Non ti ha mai attirato la professione libera?
«Ogni tanto mi viene chiesto un intervento non ospedaliero, da amici, parenti, famiglie che conosco. Ma la mia idea è un’altra: vorrei mettere su – e sto lavorando a questo progetto da ormai due anni – un centro di psichiatria, psicologia, assistenza clinica, ricerca e formazione dove possa lavorare con altri colleghi, uno psicologo e uno psicoterapeuta. Sostanzialmente stiamo cercando un luogo dove poterlo realizzare ma vorremmo creare anche una rete verso i medici generici, verso gli specialisti, il territorio, le Asl, offrendo la nostra professionalità e la nostra competenza rispetto ad alcune problematiche. Penso per esempio ad un programma rispetto ai suicidi giovanili e adolescenziali. Affronto questo fenomeno quotidianamente nel mio lavoro e non mancano picchi stagionali anche nel nostro territorio vesuviano».
Credi davvero si possa fare prevenzione?
«L’Oms dice che è il fenomeno più prevedibile in assoluto. Per esempio, ti sembrerà una cosa ovvia ma non lo è per nulla, si potrebbero mettere delle barriere nei siti sensibili come ponti e ferrovie».
Come si fa a sapere che un giovane tra i tanti del territorio, in un dato momento, sta vivendo un dramma che potrebbe spingerlo al suicidio?
«Ci sono degli indicatori, delle indicazioni rispetto ai comportamenti che insegnanti, famiglie, scuole, enti, possono imparare a vedere».
Mi fai qualche esempio? Quando è che un genitore deve avere paura, quando deve mettersi in allarme?
«La fenomenologia del soggetto che va verso il suicidio non si manifesta in un solo momento, ci sono degli stadi. Inizialmente pensa, discrimina, considera le vie di uscita rispetto alla problematica che sente come insostenibile. Pondera il sì e il no, la possibilità rispetto ad una scelta. Se sceglie, cioè se arriva alla parte finale di un processo, è molto difficile intervenire. Ma il periodo di preparazione al suicidio è molto lungo, si possono leggere di sicuro le piccole alterazioni che possono per esempio sorgere in un adolescente: se è discontinuo nel rendimento scolastico, se manifesta una irrequietezza diversa dal solito, se tende a chiudersi in se stesso e non vuole parlare delle sue difficoltà, se passa più tempo da solo che con gli altri. Una serie di segnali, non soltanto quelli che ti ho elencato, che possono in qualche modo essere interpretati».
Da medico, che consiglio daresti a genitori di un figlio adolescente?
«Uno su tutti, molto importante: lasciare ai ragazzi la possibilità di esprimersi. Spesso non si riesce ad essere empatici, lo so, non fino in fondo, particolarmente con i problemi di un adolescente. Ma non si deve dirgli cosa fare, non si deve dirgli cosa è giusto e cosa no. Questo è un atteggiamento che le difficoltà le crea. Non bisogna mettersi dinanzi a lui o sopra di lui, ma accanto. Non si dovrebbe dargli risposte, ma condividere. Essere capaci di vedere l’altro come identità diversa, essere in grado di accettare, da genitore, la frustrazione che il figlio si sta trasformando, allontanando. Questo passaggio crea una grande sofferenza ai genitori, invece dovremmo preparare i figli ad essere competenti rispetto alla vita, al compito che avranno, ad essere autonomi, emancipati. Distaccarci dall’idea narcisistica del legame con loro e condividere».
Il rapporto con i tuoi genitori è stato così?
«Parlo da medico ovviamente, da figlio è stato diverso. Nell’adolescenza ho avuto con mio padre un rapporto molto conflittuale perché la cultura giovanile di quei tempi mi ha portato ad essere molto avanti rispetto all’area in cui lui si collocava. Non riusciva a riconoscerla, a riconoscermi, e pur sentendo che mi amava molto sapevo che non aveva gli strumenti per capire cosa stesse accadendo dentro di me, soprattutto negli anni del liceo intrisi di forte ideologia, dei collettivi studenteschi, delle lotte per i diritti. Mia madre, invece, mi è sempre stata emotivamente più vicina».
Collettivi, lotte…mi sembra superfluo chiederti dove ti collocavi politicamente in gioventù.
«Invece no, non riuscivo a fare una scelta, a trovare una collocazione che mi convincesse fino in fondo. Per tradizione familiare mia madre aveva un approccio democristiano alla politica che io cominciai a rompere. Non mi sono mai iscritto ad un partito in quegli anni ma il giorno del funerale di Enrico Berlinguer andai nella sede storica del Pci in via Gramsci, a Somma Vesuviana. Mi accolse Pasquale Di Palma, storica figura del comunismo in città, e rimasi lì con loro a guardare la cerimonia funebre in tv. Negli ultimi anni di liceo anche un paio di professori mi introdussero ad una lettura più marxista della storia e della letteratura, ma non ho mai voluto iscrivermi ad un partito».
Quante tessere di partito hai avuto nella tua vita?
«Una sola, quella del Pd».
Torniamo un attimo indietro, alla tua educazione religiosa per esempio.
«Molto forte, ma non bigotta o bacchettona».
Sei vicino al Movimento dei Focolari, vero?
«Sì, dalle scuole medie. Da quando un insegnante mi invitò ad un incontro a Roma e conobbi i giovani di Generazione Nuova, ascoltai i gruppi musicali internazionali Gen Rosso e Gen Verde. Conobbi poi un musicista brasiliano, si chiamava Titico, e dei giovani filippini. Per me che arrivavo da un paese del sud, molto provinciale almeno a quei tempi, stare a Roma, conoscere questi giovani che vedevo come modello mi sembrò straordinario. Fui ammaliato, affascinato da questa visione multietnica e multiculturale, è questo che mi ha attratto del Movimento fin dal principio. La mia partecipazione, la formazione che ho poi tratto da questa esperienza negli anni è stata culturale, umana, spirituale. Ho imparato a guardare al mondo come un luogo dove tutti hanno diritto di esistere in maniera pacifica ed armonica, avuto esperienze di amicizia importanti con musulmani, con non credenti, con chi professa altre religioni. È lì che si gioca la nostra capacità di apertura mentale e culturale».
Fai ancora parte del Movimento?
«Ovviamente nella parte adulta, adesso. Sono un volontario, ci chiamiamo così».
Certo, nella parte “adulta”. Ma lo hai detto quasi con rammarico, come se ti sentissi ancora adolescente.
«È vero. Mi sento ancora adolescente nella misura in cui riesco tuttora ad incantarmi delle cose, dei fenomeni, della gente, delle storie, dei volti. Ecco, sono molto attratto dai volti, dalle storie che vi si leggono. Su quelli dei bambini, degli anziani, dei giovani».
Credi si possa leggere sul volto di ciascuno la sua storia?
«Io vi leggo le emozioni. Sui volti sono stampate emozioni quasi perenni, i sentimenti che ci accompagnano per la vita. Tutto ciò fa parte anche del bagaglio relativo alla mia formazione, in psicoterapia oltre che in psichiatria. A Roma ho incontrato un altro sistema di pensiero, un’epistemologia molto avanzata che è quella della scuola cilena di Humberto Maturana, pensiero particolare subentrato dopo quello della scuola di Palo Alto di Gregory Bateson sulla comunicazione. Lì si parla dell’uomo come sistema autopoietico».
Cioè come se ridefinisse continuamente se stesso?
«Come un sistema complesso all’interno di un mondo dove la costruzione del senso viene fatta dal sistema stesso. Ecco perché costruttivista e razionalista, una scuola che in Italia è stata mutuata da Vittorio Guidano e Giovanni Liotti, capiscuola di questo neo cognitivismo. La traduzione clinica di queste indicazioni è interessante e costituisce anche il mio approccio al paziente, molto egualitario in qualche modo, come se il primo paziente fossi io. Senza il rapporto asimmetrico tra il medico – dunque il potere scientifico – e la persona».
Sarà una domanda da profana, forse: ma non credi che il paziente – con la disciplina che hai scelto – abbia bisogno di una figura non egualitaria?
«Dipende, ci sono pazienti molto gravi e psicotici che hanno necessità di una figura che faccia da ponte con il mondo, proprio perché hanno perduto la capacità di leggerlo, il mondo. Io mi sono laureato con una tesi sulla schizofrenia, la patologia psichiatrica credo più grave: chi riesce a spiegarla è in grado anche di dare un motivo di esistere alla psichiatria, a dire cosa è la mente umana. Mi sono interessato di questa area e ho capito che il mondo psicotico è eccezionale. Un mondo dove colui che noi chiamiamo folle o pazzo è in realtà una maniera diversa di esistere, di esprimersi. E spesso non lo capiamo».
Le barzellette sugli psichiatri fanno invidia a quelle sui carabinieri, lo sai vero?
«Sì, lo so».
Non ti è mai capitato di pensare che la branca della medicina che hai scelto potrebbe non servire a nulla?
«Mai. Riconosco ed avverto la sofferenza dei pazienti che mi stanno di fronte, ed è fortissima. Soprattutto per coloro nei quali l’esordio schizofrenico è precoce, magari a diciotto, diciannove anni. La domanda che mi hai posto non è banale, quando ero studente universitario mi è capitato di dirmi, di pensare, che avevo scelto Medicina per alleviare il dolore altrui. E di chiedermi dove fosse il dolore nelle malattie mentali. Ecco, prima non lo sapevo. Oggi, con lo studio, con l’approfondimento, con l’esperienza diretta, ho visto dov’è».
Dov’è?
«Nell’incapacità di comunicare con il mondo, per ciò che riguarda lo psicotico. Nell’incapacità di farvi entrare gli altri e di vivere portando fuori tutte le paure inconsce, lui le vive invece come se fossero vere, reali. Poi c’è tutta l’area dei depressi che è molto varia e che in realtà mi ha portato a contatto con un mondo incredibile. Oggi in molti si ammalano di depressione, sono persone normali che vediamo tutti i giorni: padri di famiglia, professionisti, insegnanti, anche medici. C’è l’area delle nevrosi d’ansia, degli attacchi di panico. Mi è capitato il caso di un carabiniere che non riusciva a lavorare, di un medico di pronto soccorso che altrettanto non era in grado, entrambi per attacchi di panico. Le cure sono andate a buon fine».
E tu? Mai depresso? Mai un attacco di panico?
«Uno, a fine anni ’80. Riconosco di essere un soggetto ansioso ma sicuramente mai depresso, in qualche modo ho anticorpi che mi fanno rimanere in piedi. Certo, ho passato momenti difficili come tutti, la perdita dei genitori in particolare. Soprattutto quella di mia madre, morta per una malattia oncologica. Ero già medico e avevo affrontato la problematica della comunicazione al paziente, la domanda chiave: dirgli tutto o no? Parlare chiaro o meno? Dire o non dire e cosa dire? Sentii l’obbligo morale di parlare a mia madre, scelta che non fu condivisa da nessun altro, in famiglia. Lei capì. Non mi piacciono i complotti del silenzio, anche perché i pazienti, siano pure bambini, se ne accorgono sempre, dal linguaggio non verbale magari».
Quando hai una persona davanti a te capita di ritrovarti a studiarne i comportamenti, esiste la deformazione professionale in questi casi?
«Spesso viene automatico, naturale, lo faccio senza accorgermene. Però mi limito tantissimo, rimanendo nell’immediatezza. Mi impongo di non riflettere troppo».
Anche con le donne?
«Di meno, sono succube del fascino femminile. Adoro il loro mondo, il loro universo, mi attrae la loro sensibilità estetica e la tenerezza che riescono ad esprimere».
Non ti sei mai sposato, al momento sei single?
«Ho vissuto un rapporto importante negli ultimi anni che stava appunto per diventare un matrimonio, ma è finito».
Stai meglio da solo?
«No, sento il bisogno di una compagna, di poter condividere una storia, un’avventura. Amo la famiglia, la vedo come un sistema che si apre al mondo, alla cultura, all’arte, come esplorazione del mondo. Due che stanno insieme non per chiudersi in un cerchio ma per aprirsi ad un contesto».
Scusa se mi consento, ma sei un tantino “impegnativo”. Un po’ troppo, no?
«Credo che tu dica la verità, sono d’accordo e forse non me rendo conto. Mi è capitato che, dinanzi ai miei impegni sociali e culturali, più di una volta la mia compagna mi dicesse: o scegli me o i tuoi impegni».
Questo non è nemmeno giusto. La scelta magari no. Mettere prima lei forse sì, talvolta almeno.
«Non riuscivo, mi lasciavo prendere».
Ecco, avviserei la prossima: continueresti a farlo?
«No, non più. Anzi chiedo scusa alle mie compagne precedenti, ma comunque ero in buona fede, trascinato da troppe cose. Amo la vita, i suoi colori, i suoi sapori».
Hai detto di intravedere sul volto delle persone le loro emozioni. Tu sei contento come sembri o è quel che vuoi mostrare?
«Bella domanda da psichiatra. Le sofferenze le ho dentro e la fine dell’ultimo rapporto è stata abbastanza difficile».
Il tuo lavoro non dovrebbe essere buttarle fuori, le sofferenze?
«Certo, ma senza lasciarci ancorare. Le sofferenze non devono essere ancore, vanno integrate con la storia della vita, dobbiamo comprendere che è fatta di momenti difficili, di dolore, di limiti che incontriamo ogni giorno. Io sbaglio, tento di rialzarmi. Nel 2011 mi sono ritrovato da solo, dovevo recuperare una dimensione, anche degli amici che avevo perso mentre programmavo di sposarmi. Non è stato possibile ma io sono ancora qui, con la mia vita».
E vivi da solo, adesso, per la prima volta. Difficile?
«A giugno mia sorella ha lasciato la nostra casa, sentiva giustamente il bisogno di un suo spazio. Difficile sì, ho la ristrutturazione ancora in corso, devo occuparmi della spesa, della cucina, delle pulizie in quello che al momento è praticamente un cantiere. Difficile anche perché ho capito che è finita la mia famiglia, come convivenza ovviamente, non come affetti e rapporti. Ho altre due sorelle sposate e sei nipoti stupendi, quasi tutti in età adolescenziale».
Suoni ancora, la musica fa parte anche oggi della tua vita?
«Ho due chitarre, la domenica accompagno il coro in chiesa: un impegno preso e mantenuto da tanti anni. Quando posso canto, l’ho fatto in varie manifestazioni o con gruppi in alcuni locali».
Mai pensato di farne un lavoro?
«Al liceo sì, per un periodo pensavo appunto di poter vivere facendo il musicista. Ecco, lì c’è stato il blocco dei miei genitori che volevano per me un altro futuro. Papà mi nascose la chitarra e forse aveva ragione, mi distraeva dallo studio».
Chi è lo psichiatra che ammiri di più?
«Attualmente Massimo Recalcati, lacaniano italiano, e la sua riflessione psicologica. Ma anche Vittorio Guidano che è stato sostanzialmente il mio maestro anche se non l’ho conosciuto personalmente perché quando ho iniziato la scuola era morto da pochi anni. Però ho conosciuto uno dei suoi collaboratori, Maurizio Dodet».
Perché proprio loro?
«Recalcati perché riesce ad avere una lettura non solo psicopatologica ma anche sociale della malattia. Guidano e Dodet perché mi hanno formato anche come uomo rispetto all’altro uomo bisognoso. Ma non posso dimenticare Franco Basaglia».
Ossia l’ispiratore della legge che porta il suo nome e che introdusse la revisione nell’ordinamento degli ospedali psichiatrici in Italia, alla fine degli anni 70, se non erro. Secondo te è stato giusto chiudere quelli che volgarmente si chiamavano “manicomi”?
«Sì, erano dei ghetti dove la società non demandava agli psichiatri la cura bensì delegava la custodia. Noi siamo dei medici, dobbiamo curare il paziente – come diceva appunto Basaglia – nel suo contesto, nella famiglia, nella società. Lui ha dato una spinta non solo in Italia ma in Europa, ancora attuale. La legge avrà sicuramente bisogno di qualche miglioramento, di un aggiornamento: in Italia le risorse che la Sanità dedica alla psichiatria sono minime per cui abbiamo difficoltà ad avere le strutture cosiddette intermedie dove poter realmente curare i malati. Necessiterebbero non solo ambulatori o centri di salute mentale come quello in cui lavoro io ma residenze, strutture, comunità terapeutiche, centri diurni per la riabilitazione con personale formato ed equipe che possano intervenire sul paziente. Purtroppo c’è difficoltà, nel personale e nelle risorse. Io ho lavorato per circa sei mesi all’ospedale giudiziario psichiatrico di Secondigliano, incontrando storie bellissime, ai limiti dell’incredibile».
Per esempio?
«Un soggetto divenuto famoso e citato nei manuali perché aveva cavato gli occhi ad un altro paziente. Figlio di un fotografo, rinchiuso da solo in una cella mentre dondola continuamente verso il muro seduto sul letto. Uno schizofrenico rinchiuso lì da oltre trent’anni. Ebbene, è stato avvicinato da un operatore della cooperativa che lavorava lì, se ne è preso cura, non ne ha avuto paura, ha fatto progressi».
Negli anni ’90 fosti tra i soci fondatori, a Somma Vesuviana, del Centro Vita. Quasi contemporaneamente hai dato vita al Palio. Come andò?
«Sono due espressioni di un’unica esperienza, nate nel ’91, quando avevo 26 anni. Il centro è nato come luogo dove i giovani potessero fare esperienza diversa dalla vita di strada, della piazza, quando in questi luoghi la camorra era forte, radicata, presente. Il Centro Vita è stato quello che ha trascinato i bambini promuovendo un consiglio comunale a scuola, con la presidente dell’Unicef Campania, quando è stato ucciso Gioacchino Costanzo, il bambino di diciotto mesi che morì nell’auto crivellata di colpi ad opera di killer che sparavano su un suo parente. Era il ’95. Poco dopo piantammo un ulivo in piazza Vittorio Emanuele, chiamando con noi il papà di Gioacchino. Quell’albero arrivava da Gerusalemme ed è ancora in piazza, la targa che vi è apposta viene sistematicamente e periodicamente vandalizzata. L’anno prossimo la rimetteremo di nuovo, in occasione del Palio».
Il tuo impegno in prima persona, in anni in cui studiavi, ti stavi preparando alla professione con obiettivi precisi, deve averti richiesto presenza e sacrifici. Quali sono le motivazioni profonde che ti ci hanno spinto?
«Vedevo che la mia città, la mia comunità, veniva progressivamente spogliata di ogni bellezza, percepivo fenomeni di presenza violenta, oscura, una diffusa illegalità. In quegli anni eravamo l’unica realtà a Somma Vesuviana che ricordava la morte di Giovanni Falcone e non mettevamo insieme più di trenta persone. Quanto al Palio, del cui comitato sono presidente, l’idea mi venne leggendo un libro di Angelino Di Mauro, “Buongiorno Terra”: pensai di promuovere, con i giovani, una iniziativa che fondesse le tradizioni con le nuove generazioni, i giochi popolari che c’erano in vari momenti dell’anno tutti insieme, in forma di competizione».
A Somma c’è ancora la camorra?
«Non so dirti se ci sia una presenza camorristica stabile, certo alcuni episodi sono preoccupanti in questo senso e non si deve assolutamente abbassare la guardia».
Cos’è oggi il Palio per te?
«Un grande atto d’amore verso la storia, la mia comunità e verso i giovani di Somma. Abbiamo dato vita alla venticinquesima edizione e il momento più bello che ho vissuto quest’anno è stato quando mi hanno tributato, nella serata di apertura al Casamale, l’omaggio della pertica».
Il momento preciso in cui ti sei avvicinato alla politica attiva?
«Negli anni ’90 sono stato molto vicino all’esperienza di Alfonso Auriemma sindaco. Non mi sono mai candidato, nonostante le ripetute proposte ad ogni elezione. Nel 2013 però mi fu chiesto un impegno diverso, quello di candidato sindaco. Io sapevo che sarebbe stato difficilissimo, che il centrosinistra a Somma non vinceva da anni e che anche stavolta sarebbe andata così, che al novanta per cento non avrei vinto».
Perché accettasti?
«Sono stato tra i fondatori del Pd a Somma Vesuviana nel 2007 e, anche se non ero mai riuscito fino ad allora a partecipare se non a sporadiche iniziative pubbliche, sentivo di non poter rifiutare se chiamato ad una responsabilità. Per testimoniare che un contributo si può darlo anche se non si vince, anzi a maggior ragione, di idee, di passione civica che mi ha sempre contraddistinto. Iniziai infatti la mia campagna elettorale facendo un viaggio – lo stesso che ripeterò il prossimo Natale – nelle zone più ferite di Somma. A via Colle feci sequestrare diverse piccole discariche abusive, anche con depositi tossici o di amianto. Due anni dopo andrò a vedere cosa è cambiato e cosa no. Non ho lasciato correre dinanzi alle cose che ho visto e mi era stato promesso, in alcuni casi, la reinstallazione di videocamere. In taluni luoghi è stato fatto».
Quali furono le emozioni di quella campagna elettorale?
«Tante, tantissime. La speranza c’era sempre, come del resto la razionalità, la consapevolezza che anche all’interno dell’alveo di sinistra c’erano difficoltà di comunicazione. Con La Città Cambia, per esempio. Dopo alcuni incontri sembrava che io e Lorenzo Metodio fossimo d’accordo, che saremmo andati alle primarie. Ma saltarono all’ultimo minuto perché loro decisero di non farle, almeno è quel che accadde dal mio punto di vista. Ma poi fu un’esperienza straordinaria, incontrai per la prima volta una città che non conoscevo, con le periferie che per me sono il vero centro identitario di Somma, è lì che si formano i nuclei di questa comunità. Quello che siamo come «sommesità», se così si può dire, lo dobbiamo molto a queste periferie che io avrei voluto ripensare come centri, con servizi inclusi per ogni grande area. Va detto, per esempio, che in alcune zone le fogne ci sono ma non ricevono perché, magari, manca ancora lo sbocco».
Vinse il sindaco Allocca, anche allora come le due precedenti. Sei diventato consigliere di opposizione, che ricordo hai di lui?
«Già conoscevo Ferdinando da molti anni, avevamo fatto molti convegni insieme, ancor prima che lui si candidasse. È stato sempre un rapporto molto corretto, amichevole fino alla fine, malgrado abbia dovuto calarmi nel ruolo di oppositore. L’ultimo anno la malattia gli impedì di lavorare come avrebbe voluto, ricordo che l’ultima cosa di cui parlammo era l’idea di fare un bilancio partecipato con le opposizioni, con la gente. Lui percepiva che il clima era cambiato, che le difficoltà date dai tagli ai trasferimenti dal Governo agli Enti locali avrebbero creato problemi, diceva che dovevamo partecipare tutti, essere al corrente. La sua idea non era negativa».
Qual è la cosa che ti ha detto e che ti è rimasta impressa?
«Mi disse che non capiva perché mi fossi “immolato”, che mi ero messo in una situazione più grande di me».
Era vero?
«Effettivamente sì. Nel senso che le difficoltà che storicamente la sinistra incontra a Somma Vesuviana sono palesi, anche se è secondo me un’area di pensiero molto ricca, che potrebbe dare molto di più e in certi momenti, quando è stata al governo, lo ha fatto regalando alla comunità idee e innovazione».
Credi che tutti coloro che ti sostennero facessero parte della Sinistra come la intendi tu?
«Non mi piace dare giudizi ma, evidentemente, no. Ci sono di sicuro, in ogni realtà politica, piccole o grandi lobbie, interessi, ma prevale una base – almeno nel Pd che mi onoro di servire e rappresentare come segretario – di impegno».
Quando il sindaco Allocca mancò fu sostituito per un breve periodo dal suo vice, Salvatore Di Sarno che poco dopo fu sfiduciato. Alle elezioni del 2014 ti “immolasti” di nuovo…
«Erano passati pochissimi mesi dalla precedente tornata elettorale, mi sembrava giusto poter essere ancora testimone di un impegno che era durato troppo poco. Anche se non avessi vinto, ma in effetti quella volta la speranza era più forte. Ci furono le primarie del centrosinistra e le vinsi di misura. Primarie un po’ tardive in verità che portarono più una demotivazione nei competitor che altro, oltre ad una difficoltà nella composizione delle liste. Avrebbero dovuto tenersi un po’ prima non ad aprile, ma sono state di sicuro una scelta importante e che abbiamo nel Dna come Pd, il fatto è che dovrebbero entrare in quello della gente».
Le differenze rispetto alla campagna elettorale di un anno prima?
«Molto più organizzata, con buoni riscontri, ma più cattiva. Devo dire che Ferdinando Allocca riusciva a stemperare i toni, riportava le cose alla sostanza dei problemi. Nel 2014 si fu più aggressivi».
Non mi pare che l’attuale sindaco Piccolo sia aggressivo…
«Lo fu la campagna elettorale dei più, non lui. Tra noi c’è comunque sempre un fondo di salvaguardia dei rapporti, di rispetto dell’avversario che non è mai un nemico».
Perché ha vinto Piccolo?
«Perché le aggregazioni politiche di centro destra, probabilmente insieme alle lobby economiche, politiche e familiari, si erano aggregate intorno ad un progetto più permissivo per loro. Sapevano che non potevo rappresentarli io, uno come me che si era presentato alle elezioni avendo come priorità programmatica la revisione dei contratti delle esternalizzate e degli appalti. Avremmo colpito il cuore della politica locale, gli interessi. Non è la parola che vorrei usare “interessi”, ma alla fine in fondo lo sono».
Sei stato consigliere di opposizione con Allocca e Piccolo. La differenza sostanziale tra i due sindaci?
«Allocca era la mediazione tra il vecchio e il nuovo. Lui “sembrava” il vecchio e aveva tutti contro. Piccolo invece ha messo su, come lo chiamo io, un “papocchio” politico con forze estremamente eterogenee».
Nel momento in cui parliamo il sindaco non ha ancora varato la nuova giunta dopo una crisi politica che ha portato prima alle dimissioni di due assessori, poi alle sue – ritirate – e a quelle dell’intero esecutivo.
«Abbiamo chiesto inutilmente, anche in un consiglio comunale, i motivi della crisi. Ad oggi non siamo riusciti a conoscerli, non sappiamo se si sia trattato di giochi di potere e di poltrone o se la critica politica dei Moderati per Somma fosse o meno coerente».
Il sindaco Allocca amava usare una espressione, “I mercanti del tempio”. Dove sono, chi sono?
«Ferdinando aveva una grande capacità di raccontare, di creare una narrazione quasi fumettistica. Assalti, diligenze, indiani, riferimenti evangelici come quello che tu hai citato. Io credo che ci siano diversi approcci alla politica, c’è probabilmente un gruppo che intende questo approccio come burocratico – finanziario».
L’errore più grande di Allocca e una realizzazione che condividi?
«Il suo errore a mio parere è stato avere grandissime idee spesso poco realistiche. E poi l’aver lasciato la residenza anziani di via Circumvallazione nello stato in cui è. Di buono forse ha realizzato la pista di pattinaggio ma c’è una cosa che gli riconosco: il grande coraggio di aver denunciato la presenza di un’area grigia di potere».
L’errore di Piccolo e una sua azione che condividi?
«Piccolo è un amministratore sufficiente. Nel senso che non ha un’idea di quello che può essere il futuro della città, amministra giorno dopo giorno accontentandosi di piccole cose, questa città ha invece bisogno di un progetto più impegnativo».
Somma, come altre realtà limitrofe, non è “a sistema”. L’ordinaria amministrazione fatta in modo egregio sarebbe già una mano santa, no?
«Sì, questo è importantissimo. Ma a lui nemmeno l’ordinario è riuscito bene. In consiglio comunale gli ho chiesto un po’ di fantasia, un’azione che incidesse sulle spese della politica, questo non è accaduto».
Lui però non percepisce stipendio, tu avresti fatto lo stesso?
«Dipende, se avessi avuto una fonte alternativa di sostentamento sì, ma avrei dovuto lasciare il lavoro e il problema sarebbe stato sopravvivere. Magari lui da libero professionista può, io ho solo il mio stipendio, devo mangiare ed essere autonomo. Diciamo che avrei sicuramente accettato di dimezzarmi gli emolumenti per un periodo, si può vivere anche con meno».
Qualcosa di buono dovrà pur averlo fatto questo sindaco…
«Ha la buona volontà, riesce a percepire che si deve far di più ma non ne ha gli strumenti. Una cosa buona sì, l’ha fatta: ha dato fiducia a dei giovani nella sua giunta, purtroppo questi ultimi si sono rivelati dilettanti rispetto alle problematiche, alle capacità di governance oggi richieste ad un amministratore. I suoi assessori hanno fatto più politica di parte che gestione».
Chi è stato il migliore assessore di Allocca?
«Angela Carcaiso, l’assessore alla Cultura tanto criticata perché arrivava dal casertano. Portava con sé idee diverse e buone. Sono dell’idea che una comunità debba essere governata dalle risorse locali però ogni tanto se c’è un apporto di esterni che possano dare contributi seri ben vengano».
L’assessore migliore di Piccolo?
«Direi, per serietà e comportamento composto, Clelia D’Avino. Ha dimostrato capacità anche dal punto di vista tecnico e non ha mai assunto un ruolo politico».
Da osservatore esterno quale sei stato in passato, o da consigliere negli ultimi anni, ti andrebbe di descrivere con poche caratteristiche un po’ di sindaci che si sono avvicendati?
«Proviamo».
Francesco De Siervo
«Il pater familias, un buon padre di famiglia con qualche incapacità a interpretare la vocazione culturale e turistica di Somma».
Alfonso Auriemma
«Il sindaco del sogno di libertà e legalità».
Carmine Mocerino
«Ha tentato di essere un innovatore ma l’essere legato alle logiche di partito lo ha limitato un po’».
Vincenzo D’Avino
«Esperto, intelligente dal punto di vista amministrativo. Un realista, molto capace nell’assorbire le critiche, un sornione della politica».
Ferdinando Allocca
«Il tentativo della comunità di Somma Vesuviana di trovare una mediazione tra l’antico e il moderno».
Pasquale Piccolo
«Persona per bene, umanamente non ho nulla da dire. Gli manca lo slancio, il coraggio di tentare qualcosa di diverso».
Tu che sindaco saresti stato?
«Io sarei stato un sindaco sempre in strada, con la gente».
Se mi consenti, credo che questo vorrebbero farlo tutti. Ma se sei sempre in strada quando è che amministri?
«Il fatto è che io avevo un sogno: coniugare la memoria, la custodia della ricchezza di questa comunità con il progresso dal punto di vista urbanistico ed economico, con la salvaguardia delle imprese locali. Avrei per esempio preso a cuore la questione dell’abusivismo edilizio e di tutte le pratiche di condono giacenti ed avrei interceduto in ogni maniera possibile perché si tutelasse l’abusivismo di necessità esistente. Credo nel diritto alla casa, all’abitazione: se una persona ha solo quella casa e ci abita con la famiglia va salvaguardato, sempre che non incida negativamente con l’ambiente o la salute pubblica. Ma per fare questo bisogna avere una idea di città con un piano urbanistico comunale, ossia la carta che chiama tutta la comunità unita a pensare a sé stessa».
Pensi di proseguire la tua esperienza politica?
«Dipenderà dalle condizioni, ma non credo che sarò nuovamente candidato sindaco. Di certo non abbandonerò questa città e come segretario Pd sarò pronto a candidarmi al consiglio comunale».
Di cosa ha bisogno Somma Vesuviana?
«Di una nuova classe dirigente, di persone che hanno davvero a cuore il bene di questa città, che le vogliano bene, che sappiano guardare al futuro e non solo all’immediato presente».
Quali sono le qualità imprescindibili per chi voglia fare il sindaco?
«Gratuità, amore per le proprie origini e per la propria terra. Bisogna essere pronti a mettersi al servizio delle qualità locali, imporsi di dare una spinta per far crescere la comunità e far sì che possa interpretare questo presente, creare – se possibile ma è difficilissimo – un futuro più vivibile per i nostri giovani. Somma ha bisogno di cose semplici, ancorché complesse da realizzare. I bambini non hanno un parco dove giocare e ci si chiede come sia possibile una cosa del genere, come vada considerata una comunità così grande e importante che non ha un luogo per i bambini o uno che possa essere adibito allo sport pubblico. In questo c’è qualcosa che non va».
Pensi che stiate conducendo un’opposizione dura?
«Noi si. Ma io parlo per i tre consiglieri Pd. L’opposizione sulla carta conta nove elementi».
Sulla carta?
«L’opposizione di altri gruppi oscilla tra carezze e critiche, vedo una forte ambiguità. Non che non creda ad un’opposizione costruttiva, però il nostro primo obbligo è il controllo, la trasparenza».
Chi è il sindaco che per Somma ti piacerebbe in futuro? Senza contare te, naturalmente.
«Giovane, quarantenne, che conosca bene le dinamiche politiche locali e che sia preparato sui temi dell’innovazione e delle politiche europee. Una donna magari potrebbe dare valori aggiunti, le caratteristiche femminili tipiche del sapersi prendere cura, la capacità di relazione che la donna ha come sua struttura psicologica propria da poter mettere a disposizione della comunità».
Il luogo di Somma cui sei più legato?
«Il Casamale, ricordo quando attraversavo il borgo insieme a mio padre. Ora è ridotto molto male ma questa amministrazione non ha, a mio avviso, una idea integrata per il suo sviluppo perché il borgo deve collocarsi in una idea complessiva di città che interpreta il suo ruolo, di città turistica, culturale, artistica, con quel che resta di un’agricoltura avanzata».
Somma può vivere di turismo?
«Al momento no, nonostante le molteplici ricchezze storiche ed archeologiche. Occorrerebbe un progetto innovativo che riveda tutto il disegno urbanistico intorno alle sue potenzialità, ad un percorso che preveda Villa Augustea, Castello d’Alagno, la Collegiata, Santa Maria del Pozzo. Oggi chi viene a visitare le nostre bellezze non trova una segnaletica, non trova indicazioni turistiche, luoghi di accoglienza, strutture ricettive, non ci sono servizi che possano accompagnare la presenza di turisti».
Dunque, la città di cosa può vivere al momento?
«Oggi vive di un terziario molto in crisi. Con aziende che, con molte difficoltà, ancora insistono sul nostro territorio e che si spera possano trovare nei Pip uno sbocco e oneri di urbanizzazione non tali da farle comunque scappare. Ci vogliono agevolazioni, bisogna creare aree usufruibili che possano impegnare forze di lavoro locali. Anche l’agricoltura va ripensata, oggi non c’è uno snodo che metta in contatto la produttività locale del Parco Vesuvio con i mercati regionali, nazionali ma anche europei ed internazionali. Accade così che la nostra agricoltura resti un fatto locale, tranne qualche piccolissima eccezione che è troppo marginale per essere innalzata a sistema».
E la cultura?
«Manca quello che io chiamo valore connessivo. Il Comune dovrebbe saper mettere insieme i soggetti, lavorare in sussidiarietà e rispetto, essere l’ente che sostiene e aiuta, non il promotore. Le poche realtà che fanno cultura a Somma non hanno fondi o finanziamenti, lavorano tra mille difficoltà e necessitano del sostegno istituzionale. Penso ad un centro culturale a Castello d’Alagno, quando finalmente si riuscirà ad aprirlo, ad una giornata per la legalità, ad una dedicata all’integrazione degli stranieri che in città sono più di mille».
Siete riusciti a capire perché Castello d’Alagno ancora non apre al pubblico?
«Il dirigente, ad una mia interrogazione, rispose che mancavano strutture di sicurezza, che non c’era né illuminazione adeguata né sistemi di areazione idonei. Eppure c’è stata una spesa di più di un milione di euro, non si capisce perché le persone non possano di nuovo visitarlo o cosa si debba fare perché questo accada. Rappresenta, come anche piazza Europa abbandonata, l’esempio dell’incapacità di questa amministrazione. In tutti i sensi».
Cosa fai quando non lavori e non sei intento ad impegni politici?
«Il mio giovedì sera è sempre al servizio dei giovani. Ora ho anche un altro impegno perché sono stato chiamato dal vescovo Depalma a far parte di una commissione di lavoro per il Sinodo. Lavoro a Nola una volta alla settimana, il martedì. Ci riuniamo per approfondire tematiche, proposizioni, sui problemi del nostro territorio, la legalità, la famiglia, la comunità. Per il resto del tempo mi occupo della casa che sto ristrutturando e curo i rapporti con gli amici. A tal proposito, l’impegno politico ha creato un divario con alcune persone che hanno preferito allontanarsi».
Tra un uomo e una donna l’amicizia può esistere?
«Credo di sì, sempre che siano espressi chiaramente i sentimenti che si condividono. Bisogna dire però con chiarezza se c’è una simpatia di altro genere, in questo caso non è più amicizia ma interesse. Se invece la simpatia è di carattere universale, ideale, allora va bene. Ma anche questo non esclude che un’amicizia possa poi trasformarsi in un rapporto d’amore».
Sei innamorato?
«Sono single».
La domanda era un’altra…
«No, non lo sono. Vivo più una situazione in cui sto – come dire – recuperando. La donna con la quale stavo programmando il matrimonio è andata via, poi è ritornata l’anno scorso e infine è andata via di nuovo. Le ho fatto giungere il mio augurio di realizzazione e felicità e in qualche modo siamo rimasti amici. Cosa molto difficile dopo una storia importante, però un filo di rispetto va sempre mantenuto».
Se tornasse?
«No, non potrei più».
Il tuo tipo ideale di donna?
«Una che sappia interessarmi anche intellettualmente, che abbia una visione etica ed estetica della vita, che sia incuriosita dalle cose, che sappia porsi delle domande. Una donna non scontata, ecco. Che non mi faccia perdere interesse».
E dal punto di vista fisico?
«Ultimamente mi è capitato di interessarmi sempre a donne dai capelli scuri, castane, longilinee. Ma sono un sentimentale, riesco a stare con una donna solo se ho interesse verso di lei».
Un esempio di donna famosa, attuale o del passato, che trovi bellissima?
«Ingrid Bergman. Modello di bellezza raffinata e non banale, elegante. Una donna che con i suoi personaggi ha mostrato anche una grande capacità introspettiva».
Sei mai stato attratto da un uomo?
«No, almeno non fisicamente. Se parliamo di qualità ideali e culturali allora sì».
Quando è che trovi un uomo affascinante?
«Trovo affascinanti gli uomini che dimostrano di saper interpretare il proprio tempo, che si impegnano per il cambiamento, come Giovanni Falcone, Aldo Moro, don Ciotti».
Hai amici omosessuali?
«Sì».
Giacché ti occupi di famiglia anche nella commissione del Sinodo diocesano, cosa pensi della possibilità di dare alle coppie omosessuali una dignità sociale anche dal punto di vista pratico, giuridico?
«Il problema è molto controverso e quanto mai attuale. Innanzitutto è fondamentale che sia superata, sconfitta, ogni sorta di discriminazione, di pregiudizio, che nelle comunità locali è purtroppo ancora forte».
Tu sei uno psichiatra, fino al 1999 l’omosessualità era annoverata tra i disturbi dell’identità…
«Sì, era nel manuale diagnostico statistico, per fortuna non è più così. Da uomo vicino ai principi della chiesa dico, con Papa Francesco, che noi non siamo nessuno per giudicare. Da uomo di scienza dico che se questo fenomeno esiste vuol dire che è umano e che va considerato, facendo ogni sforzo. Dignità di formazione sociale, di tutela dei diritti».
Concedendo, in una eventuale legge, anche la possibilità di adottare bambini?
«Ho molte perplessità in merito, vanno fatti collimare diversi diritti: quelli della coppia o della formazione sociale, ma anche quelli dei bambini. Su questo fronte bisogna andarci piano, ragionare con serenità salvaguardando l’una e gli altri. Va detto anche che negli ultimi anni pure la famiglia tradizionale è stata poco sostenuta politicamente».
Cos’è che porti al collo?
«La medaglietta del battesimo, un’altra appartenuta a mia madre e la rosa dei venti, regalo di un paziente. Ho sempre qualcosa che mi riporta alle origini».
L’ultimo libro che hai letto?
«Diversi, in verità. Sto leggendo la biografia di Steve Jobs. Poi torno spesso al romanzo “L’immortalità” di Milan Kundera, complesso, con diverse sfaccettature storiche e psicologiche, che parla di questa traccia che abbiamo dentro di noi, della volontà di rimanere immortali nel tempo».
Mette insieme anche personaggi attuali con alcuni grandi della storia, no?
«Sì, da Goethe a Napoleone, a Hemingway».
Quello che hai amato di più?
«Mi resta l’imprinting di “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, forse perché è stato il primo incontro con un certo tipo di letteratura e con l’impegno. Ma amo anche Sciascia e Pavese».
L’ultimo film che hai visto?
«Suburra».
Recentissimo e discusso, ti è piaciuto?
«L’ho trovato fantascientifico».
Quello che hai più amato?
«Mi piacciono i film che raccontano della Resistenza, della guerra. Ho amato molto “Roma Città aperta”, grande film di Roberto Rossellini, così come molti di Federico Fellini. Questo cinema sognante, surreale, impegnato».
Come ti rilassi?
«Ascolto musica classica, Mozart, musica strumentale del ‘700 e anche quella napoletana antica».
Hai mai dedicato una canzone ad una donna?
«Non ho mai finito di scriverla, iniziava cosi: “Occhi verdi come il mare…”. Ho il testo da qualche parte».
Il tuo viaggio più bello?
«Parigi, con un gruppo di amici. Abbiamo pernottato in un ostello internazionale a Montmartre, eravamo in tre in una camera con un quarto letto che il secondo giorno è stato occupato da un giapponese. Lo chiamavamo “Kimono”, alla fine si è inserito nel nostro gruppo ed è venuto a visitare con noi il Louvre e altri luoghi della città».
Quello che vorresti fare?
«Vorrei andare in Brasile, lì ho degli amici con i quali sono costantemente in contatto. Mi sento affettivamente molto vicino a quella sensibilità, alla loro cultura, alla natura, alle emozioni. Il Sud America mi affascina moltissimo».
Immagino che ti senta vicino perciò anche a Papa Francesco.
«Assolutamente sì. Un pontefice eccezionale rispetto a tutta una serie di fattori, soprattutto alla tradizione italiana ed europea della Chiesa. Ancor più eccezionale, per certi aspetti, di Papa Giovanni Paolo II. Francesco porta un contributo tutto suo, della sua terra, di quella nazione che sta crescendo moltissimo come democrazia».
L’opera d’arte più bella?
«Gli affreschi di Giotto nella cattedrale di Assisi, sono incredibili, straordinari. Ma anche il Duomo di Orvieto».
C’è qualcosa che devi assolutamente fare nella vita, un obiettivo che insegui?
«Avere una famiglia, sicuramente. Mettere su un centro di psicoterapia al servizio della mia gente. E tornare a suonare in pubblico, come mi sono ripromesso di fare. Questo vuol dire che devo riprepararmi perché quando suonavo sul serio facevamo almeno venti prove per un concerto».
Preghi?
«Sì, a modo mio. Qualche tempo fa un po’ di più. Oggi che la vita si scompone e ricompone continuamente in diversi impegni, sono più che altro pensieri che faccio quando torno dal lavoro e quando ci vado al mattino, verso il mio profondo».
Da credente, cattolico, praticante di fede profonda…qual è il tuo peccato preferito?
«Mi riconosco un narcisismo bonario, è parte della mia personalità».
Ti piaci molto?
«Più che altro tento di compiacermi, cerco il compiacimento rispetto alle cose e forse talvolta questo diventa un limite nei rapporti con gli altri».
Se ti capitasse di vincere una cifra enorme di denaro alla lotteria, cosa ne faresti?
«Comprerei una chitarra».
Giuseppe, ma quanto costa questa chitarra che vorresti?
«Vorrei una Gibson Les Paul, un modello particolare».
Sì, ma quanto costerà mai una chitarra?
«Cinque o seimila euro, credo».
Tu quanto guadagni, se posso chiedere?
«Poco meno di tremila euro al mese».
Ecco, mettendo qualcosa da parte ce la fai. Io ti chiedevo cosa faresti con qualche milione di euro…
«Farei molti viaggi, comprerei una casa con un giardino e un po’ di verde. Di sicuro destinerei parte della somma a chi si occupa di bambini in difficoltà».
In Italia o all’estero?
«A Napoli, perché ci sono delle povertà nascoste che vedo ogni giorno durante il mio lavoro e delle quali nessuno parla. C’è una Napoli, sotterranea dal punto di vista sociale, che vive poveramente con grande dignità».
Se non avessi fatto lo psichiatra, e magari nemmeno il musicista, quale strada avresti scelto?
«Forse sarei un professore di storia e filosofia».
Il filosofo che ami di più?
«Sono rimasto impressionato da Niccolò Cusano, da Marsilio Ficino, da tutta quell’area di pensiero che ha riscoperto il valore dell’uomo anticipando l’Illuminismo».
Il personaggio storico?
«Due, Giovanni XXIII, riferimento costante per la mia famiglia, e John Fitzgerald Kennedy: seguivo i suoi discorsi in tv – allora era solo in bianco e nero – mi affascinava, un uomo nuovo».
Un proverbio che senti appartenerti?
«Una locuzione latina più che altro, un motto: “Spes contra spem”. È tratto dalla Lettera ai Romani di San Paolo ed è poi stato ripreso dal sindaco santo di Firenze, Giorgio La Pira. La speranza contro ogni speranza è quella che vince le difficoltà, che è caparbietà, impegno, mettere tutto se stesso nella realizzazione di un progetto».
Avendo la possibilità di poter avere chiunque al mondo a cena con te, chi inviteresti?
«Matteo Renzi, mi piacerebbe conoscerlo meglio, comprendere i percorsi anche culturali che ha fatto per arrivare ad essere quello che dimostra di essere, con i suoi limiti. Gliene riconosco, affiancati a grandi qualità».
È il presidente del Consiglio che avresti scelto?
«È l’uomo giusto in questo momento. Interpreta il suo ruolo all’interno dei limiti storici e politici in cui si trova ad operare, laddove personaggi molto più inseriti culturalmente – come Enrico Letta – o dalla competenza economica più riconosciuta – come Mario Monti – avevano dato risposte parziali. Lui ha una strategia che mette insieme diverse istanze, conosce i tempi della comunicazione, ha un approccio pragmatico alla politica e capisce che per governare in Italia c’è bisogno di mettere insieme diversi interessi».
Hai ambizioni politiche?
«No, continuerò il mio impegno laddove ve ne siano le condizioni, proseguirò nel lavoro, nel volontariato, nell’associazionismo. Quel che mi riesce meglio è forse proprio mettere a disposizione le mie qualità. Se le dimostro, bene. Se non avrò nulla da dare offrirò le mie braccia per fare qualcosa di utile, per gli altri e per la comunità».
C’è qualcosa che avresti voluto dire a qualcuno senza averne però il coraggio o la possibilità?
«Vorrei dire alla mia primissima fidanzatina, risale agli anni ’80 questa storia, che in realtà avremmo potuto essere felici insieme, se solo ci avessimo creduto un po’ di più».
Oggi saresti pronto per vivere costantemente con una donna?
«Sì, purché l’amore non diventi un’ancora. Lo diceva Oriana Fallaci nel libro in cui racconta la sua storia con Alekos Panagulis».
“Un uomo”. È vero. Ma nello stesso libro diceva anche che l’amore è un cancro.
«Di relazioni ci si può ammalare, è vero».
Si dice non si possa morire per amore. Da medico e da uomo sei d’accordo?
«Ho avuto pazienti che hanno tentato il suicidio, per amore. Di certo ci si può, come dicevo, ammalare seriamente. Ci sono amori malati, dipendenti, relazioni senza capo né coda, che rispondono ai bisogni del momento ma che non fanno crescere. Però ho trovato, molto raramente ma li ho trovati, amori equilibrati, realizzati».
Sono quelli più razionali?
«No, sono quelli di chi intende l’amore come una continua danza tra due poli: in amore non bisogna mai essere né fusi né troppo distinti. Se ci si ferma in uno di questi due poli è finita. Il bisogno estremo di fusione è deleterio, la troppa distinzione porta alla distanza. Movimento, un incessante movimento, è il segreto».
Se fossi un animale?
«Sarei un cane, per me raffigura la fedeltà, l’amicizia, la bontà in alcuni casi. Ma sarei indeciso, sai: un cavallo, simbolo di forza e libertà, mi rappresenterebbe bene allo stesso modo».
Se dovessi descriverti con poche parole?
«Sono un eterno sognatore, ma i piedi li ho sempre ben saldi in terra. Non mi fermo mai alla realtà, penso sempre che il possibile sia meglio del probabile».
Per finire, vorrei farti rientrare nel ruolo di consigliere comunale di opposizione: se potessi dare un consiglio al sindaco della tua città, Somma Vesuviana, cosa vorresti dirgli?
«Affettuosamente, non gli darei un consiglio. Gli suggerirei invece di farsi una domanda, di chiedersi, rispondendo con sincerità, se la sua permanenza politica, nelle attuali condizioni, sia davvero un bene per la nostra comunità o anche per sé stesso».







