Riceviamo e pubblichiamo una dichiarazione di Arturo Nuzzo, ex cittadino candidato sindaco.
Cambiare Acerra era il programma del “Movimento 5 Stelle” di Acerra. Farlo con coerenza e responsabilità era la necessità del gruppo che nel 2012 ha indicato Arturo Nuzzo come candidato sindaco. Tutto questo ha acceso in noi, cinque anni fa, la speranza, che assieme a tanti Cittadini, ci ha spinti all’impegno e alla partecipazione, che ci ha fatto credere e lavorare per costruire una città diversa. Siamo sempre stati uomini liberi e da uomini liberi, oggi, non potevamo che uscire da questo Movimento 5 Stelle: per quello che è diventato oggi, per il gruppo che ha spaccato, per il patrimonio di partecipazione che ha dissipato.
Nel 2012 eravamo candidati nel “Movimento 5 Stelle”, chi era con il PD ora pretende di guidare il nostro Movimento. Dopo l’esperienza delle amministrative non abbiamo più capito cosa c’entrasse il nascondersi dietro battaglie personalistiche, dietro il giustizialismo a tutti i costi, dietro agli articoli di giornali scritti dall’amico di turno. Non abbiamo capito cosa significasse brandire la Giustizia per soli fini elettorali. Noi siamo Cittadini che hanno creduto e credono sul serio che uno valesse uno, che non ci fossero gerarchie verticali ma solo azioni orizzontali, e che tutti potessero avere voce in capitolo sui processi decisionali.
Nel 2012 eravamo candidati nel “Movimento 5 Stelle”. Solo che, lo confessiamo, ad un certo punto non abbiamo più capito.
Non abbiamo più capito chi ha deciso si dovesse abbandonare il nostro progetto originale di fare politica in maniera nuova, senza neanche averci provato, e adeguandosi alle peggiori pratiche dei partiti locali per interessi personali, accordandosi con loro. Non abbiamo capito perché gente eletta in altri partiti e gente dei sindacati si arrogava il diritto di rappresentarci. Non abbiamo capito perché abbiamo dovuto sostenere le battaglie di chi ha ottenuto rimborsi per i suoi disastri.
Noi ex del “Movimento 5 Stelle” di Acerra non abbiamo più capito che significava fare opposizione puramente distruttiva, nascondendo e mortificando le nostre pur buone e tante proposte, solo perché è più facile fare un’opposizione becera, casinista, utile solo a una ristretta oligarchia.
E non abbiamo più capito la miopia di chi, pur provenendo da altri partiti, predicava l’immobilismo anziché la partecipazione diretta a processi e scelte che potevano farci realizzare le nostre proposte, quelle costruite dai Cittadini che avevano sostenuto e votato cinque anni fa il Movimento 5 Stelle.
Certo, non lo nascondiamo, ci sono tante vicende “interne” che ci hanno portato a maturare questa scelta: tante promesse tradite e tanta inaccettabile incoerenza.
E allora tra il non capire ed il rimanere in silenzio per comodità, e il rispettare il consenso ricevuto e le speranze dei Cittadini che ci hanno votato, noi del gruppo che cinque anni fa ha partecipato alle elezioni, abbiamo scelto di ribellarci ancora una volta a chi dopo aver sostenuto altri candidati a sindaci, solo ora e per calcolo si scopre del “Movimento 5 Stelle”. Noi abbiamo deciso di provare, con l’aiuto di tutti coloro che lo vorranno, (perché siamo un cantiere aperto) a realizzare nel concreto il nostro progetto di trasformazione.
Noi non siamo pecore che seguono il gregge, noi siamo orgogliosamente Cittadini Liberi che vogliono rispettare e rispondere al voto affidatogli dagli elettori cinque anni fa, dai meetup, dalla base. Rimarremo qui, e anche in questo difenderemo la nostra amata Città di Acerra.
Lo facciamo valutando, senza preconcetti o posizioni ideologiche, punto per punto, tutte le questioni e le vicende, entrando nel merito delle questioni e assumendo come criterio per le nostre decisioni il fatto che il loro effetto dovrà portare benefici maggiori al maggior numero possibile di persone.
Senza chiudere la porta a nessuno, e sperando che il nostro gesto di uscire dal Movimento 5 stelle possa contribuire ad alimentare l’autocritica tra coloro che se ne sono appropriati ingiustamente, hanno dilapidato la partecipazione e ci hanno costretti a lasciare il movimento.
Nel frattempo, proseguiamo per la nostra, di strada. Da un’altra parte. Con chi il cambiamento – ed è oggettivo – lo ha realizzato davvero in questa città e ha intenzione di realizzarlo. Con chi, nonostante gli attacchi mediatici operati dai servi sciocchi, ha mantenuto sempre chiarezza e giustizia.
Arturo Nuzzo
Portavoce del gruppo
ex Movimento 5 Stelle di Acerra
Migliaia di turisti provenienti da tutta Italia e dall’estero, dalla Svizzera, dalla Spagna; a causa dell’alto numero di prenotazioni on line il sito della Reggia è andato in tilt.
Lunghe file all’esterno della Reggia di Caserta per l’apertura del Parco Reale, la prima volta dopo 25 anni in un Lunedì in Albis. Alle 12.50 erano seimila gli ingressi, moltissime le famiglie provenienti da tutta Italia e dall’estero, dalla Svizzera, dalla Spagna; a causa dell’alto numero di prenotazioni on line il sito della Reggia è andato in tilt. Scarse le lamentele dei visitatori in coda nonostante l’attesa media sia di almeno due ore. Da 25 anni la Reggia era chiusa nel giorno di Pasquetta, per evitare gli atti vandalici verificatisi quando l’ingresso era libero e poco controllato.
Quest’anno invece il direttore Mauro Felicori ha deciso di tenere aperti i cancelli, a pagamento come in tutti gli altri giorni. Serrati ma discreti i controlli delle forze dell’ordine, presenti con oltre 50 unità tra l’interno e l’esterno del Palazzo Reale patrimonio dell’Unesco.
Fin dal primo momento il culto della Madonna dell’Arco fu un baluardo contro l’ossessione demoniaca e contro le fattucchiere che infestavano il territorio tra le paludi di Volla e Sant’ Anastasia. Dall’eruzione del 1631 la Madonna protesse i Vesuviani anche dalla furia del Vesuvio. L’eruzione del 1694 e le sconvenienti pratiche dei “curiosi”.
La storia stessa della fondazione del Santuario fa capire chiaramente che i Domenicani ne fecero un baluardo contro la piaga di “magare” e fattucchiere che, secondo gli studi del Lopez, “infestavano” il territorio tra Volla e Sant’ Anastasia, trovando nelle paludi di Volla le erbe e il “clima” utili alle loro arti. Alla Vergine dell’Arco venne riconosciuto quasi subito anche il particolare carisma di liberare donne e uomini preda dell’ ossessione demoniaca: ma alla fine del secolo XIX il Pellet, console della Francia a Napoli, osservava che non venivano più mostrate al pubblico le tavolette votive in cui era rappresentato il momento conclusivo degli esorcismi praticati nel Santuario: i diavoli, nelle sembianze di pipistrelli, volano via dalla bocca dei liberati. Tuttavia in un testo del 1828 venivano raccontati due esorcismi. Un’ossessa, che si chiama Vittoria, “strascinata e tenuta per forza avanti la Santa Immagine dà urla di disperata, gettasi per terra, si strappa i capelli, si graffia con tale rabbia le guance che ne piovono rivi di sangue”. Non appena il frate esorcista la unge con l’olio della lampada che “arde davanti alla Sacra Effigie, a vista di tutti, le scappa di bocca una catena di ferro lunga mezzo palmo, da cui pendeva una borsettina, intrigata in molte fila, con dentro peli, ossiculi, vetro pesto e altre mondiglie”. Più rapido è il rito di liberazione a cui viene sottoposto il napoletano Orazio: non appena l’esorcista lo fa entrare nel Santuario, “ si ode una voce orribile, con la quale lo spirito delle tenebre si confessa obbligato a sgombrare da quel corpo con altri 104 suoi compagni per l’impero di Colei a cui si era ricorso”.
La devastante eruzione del 1631 permise ai teologi nolani e napoletani di costruire una facile analogia tra fuoco della lava e fuoco dell’Inferno, e di immaginare che l’Atrio tra il Somma e il vulcano fosse una porta del regno di Satana. La Madonna dell’Arco, che proteggeva i vesuviani dalle fiamme della dannazione eterna, venne subito invocata a difesa degli infelici che il vulcano minacciava nella vita e nei beni. Giulio Cesare Braccini, “dottore di leggi e protonotario apostolico”, raccontò nella sua cronaca, da testimone, che il 17 dicembre 1631 – la Montagna rumoreggiava già da un giorno- proruppe da una voragine “aperta sopra Ottajano” un grosso torrente d’acqua, che si divise subito “ in tre profondissimi canali”: uno di questi “passò sotto il Palazzo del Principe”, e tutti e tre “sgorgarono insieme nel piano di Nola, allagando Sant’ Elmo, Saviano e tutti quei contorni, con affogarvi molte persone, le quali né poterono, né ebbero tempo di salvarsi”. Subito dopo il vulcano incominciò a eruttare una interminabile tempesta di fuoco,di lapilli e di macigni enormi. Centinaia di Vesuviani, e tra questi molti Ottajanesi, si rifugiarono nel Santuario di Madonna dell’ Arco e si misero sotto la protezione della Vergine. E la Vergine li salvò: i fulmini, che in gran numero e senza sosta accompagnarono l’eruzione, entravano nel Santuario attraverso i finestroni posti in alto, ma non facevano alcun danno né alle persone, né alle cose: la folla vide, sbalordita, alcune “saette” girare intorno all’ “edicola” dell’altare maggiore, in cui era custodita la Sacra Immagine, e uscire dalla chiesa attraverso le finestre da cui erano entrate.
A Sant’ Anastasia subì qualche danno solo il quartiere dei “Sallustri”, nei pressi di Via Capodivilla, che allora segnava il confine con Somma. Vennero risparmiate, dice Braccini, anche le greggi di pecore che appartenevano al Convento. Racconta un cronista che prima che iniziasse l’eruzione, il volto della Madonna fece “mostra di impallidire, quindi di riprendere il bianco usato, e infine, per breve spazio di scomparire del tutto”. Ma ricomparve “ben tosto e di colore vermiglio carico”. Il cronista diffidava “gli empi” dal ridere di questo suo “veritiero” racconto.
Il volto della Madonna apparve “vermiglio” e severo nei primi giorni dell’eruzione del 1694, mentre un fiume di fuoco scendeva verso l’Arso di San Giorgio e verso il Lagnuolo di Trocchia. Si scoprì subito il motivo dell’ira della Vergine: “la novità della lava” raccontò poi il Palmieri “ e del fuoco che scorreva devastando le campagne attirò”, tra Madonna dell’Arco e Pollena, “ uno straordinario numero di curiosi, per cui sulle sponde dell’igneo torrente si vendevano rinfreschi e sorbetti, si vedevano improvvisate capanne ed osterie, e poco lontano “donne di mondo” che cercavano di ricavare profitto dal loro mestiere”. Per costringere queste “donne di mondo” a interrompere la loro attività e ad allontanarsi dal luogo fu necessario che accorressero da Portici i Padri Alcantarini, i quali con appassionati e minacciosi sermoni distolsero i “turisti” da certi piaceri sconvenienti e li spinsero a riflettere sul significato religioso dell’eruzione.
Il Napoli batte l’Udinese davanti ad una delegazione di alunni dell’istituto comprensivo “D’Aosta”
“Bisognerebbe fare uno studio sulla capacità dei fischi di influenzare il risultato finale delle partite”. Il presidente del consiglio comunale di Ottaviano, Biagio Simonetti, da docente di statistica all’Università del Sannio, la butta sul lavoro: ma è l’unico tra gli ottavianesi presenti al San Paolo di Napoli a farlo. Tra loro, infatti, ci sono una trentina di ragazzi, di 11 e 12 anni, dell’istituto comprensivo “D’Aosta”. Nell’ambito del progetto “Scuola Viva”, seguito proprio da Simonetti, hanno avuto la possibilità di vedere Napoli – Udinese. Ed è stata una festa. Le polemiche sugli arbitri, le rivalità tra tifosi, la violenza, le scommesse: finisce tutto in secondo piano quando ci sono di mezzo i ragazzi. Lo sport è roba loro, della loro genuinità, del loro entusiasmo. Se il calcio riesce ancora ad emozionare è perché si tratta di una passione fatta per i ragazzi. O per gli adulti che si sentono ancora ragazzi.
Accompagnati da tre insegnanti, gli alluni della “D’Aosta” si prendono un pezzettino dei distinti inferiori e monopolizzano la scena: tirano fuori striscioni, partecipano ai cori, incitano. Sparano battute fulminanti: “Ma Insigne è alto un metro e cinquanta?”, esibiscono una competenza impressionante. E, soprattutto, si divertono: impossibile non girarsi a guardarli mentre esultano ai gol del Napoli (che, per la cronaca, ha vinto 3 a 0) o soffrono per le occasioni mancati. E, infine, c’è “Un giorno all’improvviso”, il coro dei tifosi partenopei cantato con i giocatori sotto la curva, dopo la partita: i piccoli ottavianesi partecipano con entusiasmo, suggellano la serata vittoriosa sentendosi capi ultrà. Sono uno spettacolo nello spettacolo, un inno allo sport sano. Potenti del calcio, fate meno danni possibili: i ragazzi non lo meritano. Ripetiamo: lo sport è roba loro.
Molte migliaia di «battenti», altrettanti pellegrini che sono arrivati già alle prime luci dell’alba per il consueto pellegrinaggio alla Madonna dell’Arco. Il portone del Santuario di Madonna dell’Arco si è aperto alle 3 del mattino per accogliere le squadre di fujenti in arrivo da Napoli, dalla provincia, da molti paesi della Campania e oltre. Nel 2016 arrivarono a Madonna dell’Arco più di 360mila persone, altrettante sono le presenze previste per oggi, un afflusso che mette seriamente a rischio l’ordine pubblico e la sicurezza garantita solo, negli ultimi anni, da poche decine di carabinieri, poliziotti e vigili urbani con l’ausilio della protezione civile.Il rettore del Santuario di Madonna dell’Arco, padre Alessio Maria Romano
«Ci hanno abbandonato» – ripeteva lo scorso anno padre Alessio Romano, il priore del Santuario di Madonna dell’Arco, riferendosi all’esiguo numero di forze dell’ordine (quattordici carabinieri da affiancare ai venti vigili urbani), tristemente insufficiente a governare l’assalto di circa quattrocentomila persone tra fujenti e pellegrini che il Lunedì in Albis invadono puntualmente la cittadella Mariana. Forse quell’appello non è stato vano giacché, ad un anno di distanza, il prefetto di Napoli Carmela Pagano ha accolto le richieste di una maggiore presenza delle forze dell’ordine in una giornata che per Madonna dell’Arco- frazione di Sant’Anastasia – è all’insegna del caos. «Apprezzo moltissimo che stavolta il Comune si sia fatto portavoce delle nostre richieste e che il sindaco Lello Abete sia riuscito ad ottenere un “tavolo” di coordinamento per la sicurezza in Prefettura» – dice padre Alessio, rettore del Santuario Domenicano.
il sindaco Lello Abete
Un «tavolo» che ha prodotto disposizioni molto più rigorose che in passato, con cento tra carabinieri della locale stazione al comando del maresciallo Francesco Russo e della compagnia di Castello di Cisterna guidata dal capitano Tommaso Angelone, militari in forza all’esercito, poliziotti e finanzieri, da affiancare alla polizia locale che avrà la supervisione del comandante Fabrizio Palladino. Saranno in sessanta per ogni turno. Disposte anche misure antiterrorismo, come del resto chiesto dai fujenti: dunque barriere anti- tir con «new jersey» posizionati su via Arco e unità cinofile per la bonifica delle aree. «Dopo i recenti fatti di Nizza, Berlino e infine Stoccolma, siamo molto preoccupati» – si legge sulla pagina Facebook «La Madonna dell’Arco» curata da associazioni di «battenti». La cittadella Mariana sarà blindata e interdetta alle auto, pronte le disposizioni in materia di viabilità, i bagni chimici e le misure di sicurezza. «Non credo esista, almeno in Campania, un altro esempio di pellegrinaggio così partecipato e allo stesso tempo difficile da governare – dice il sindaco Abete – il Lunedì in Albis è importantissimo per Sant’Anastasia e riteniamo che questa tradizionale festa possa aspirare a divenire patrimonio dell’Unesco. Siamo grati al Prefetto e al Questore per averci dato quest’anno la massima collaborazione, noi faremo la nostra parte e frattanto mi preme fare appello ai cittadini, ai turisti, ai pellegrini, perché mostrino compostezza e buon senso».
Nonostante i seri problemi di ordine pubblico e le difficoltà a governare il caos creato dalla folla, il fulcro pulsante del pellegrinaggio rimane la fede per la Mamma dell’Arco, l’attesa dei fujenti per varcare il portone della chiesa dove si prostreranno dinanzi all’altare. In molti svengono, sono preda delle convulsioni e hanno necessità di soccorso immediatamente prestato dalla schiera dei volontari di Croce Rossa e Protezione Civile. Il Santuario è aperto dalle tre del mattino a mezzanotte, si potrà accedervi soltanto dalla porta centrale e le squadre dei battenti, rigorosamente in divisa, faranno il loro ingresso da via Arco (lato Sant’Anastasia e lato Napoli) a turni alterni, mentre i civili potranno entrarvi da via Sorrentino ogni ora. Rigorosamente vietato l’accesso in chiesa a toselli, statue, bande musicali e strumenti, proibite foto e riprese anche con i telefonini senza l’autorizzazione del Rettore. Da sottolineare, in attesa del momento clou che vedrà le squadre di fujenti entrare in Santuario per rendere omaggio alla Mamma dell’Arco, l’appello che il rettore padre Alessio Romano ha voluto mettere per iscritto: «È assolutamente vietato uscire per le strade in divisa, con bande e stendardi, e fare questue per i centri cittadini – dice il priore domenicano – tutto quello che accade nei gruppi che fanno riferimento alla Diocesi di Napoli non è di nostra competenza e non costituisce per nessuno un valido motivo per non assumere comportamenti corretti, rispettosi e di buon esempio». C’è come di consueto un sottile limite, per chi assiste alle scene di omaggio alla «Mamma dell’Arco» nel Santuario, tra sacro e profano. La Madonna dell’Arco è quella del popolo, i suoi figli si rivolgono a Lei come parlerebbero alla mamma, appunto. Fuori dalle cinte del Santuario è tutta un’altra storia. Un caos indicibile tra bancarelle delle quali molte abusive, con la musica dei neomelodici a volume insostenibile, banchi con animali in gabbia, una coltre di fumo e olio bruciato che avvolge l’intera cittadella Mariana sollevandosi dai banchetti dei rivenditori ambulanti di panini. I residenti sono, per un giorno intero, «ostaggio» della Festa ma i commercianti locali preferiscono chiudere, ormai da molti anni, le serrande. La fede rimane nel Santuario, fuori da quel portone soltanto un’anarchica fiera.
“Fujenti” al Santuario di Madonna dell’ArcoUn’ordinanza a firma del comandante della polizia locale, Fabrizio Palladino, istituisce dispositivi straordinari per la viabilità fin da oggi, nel giorno di Pasqua.
Attesi in 400 mila per il pellegrinaggio del Lunedì in Albis a Madonna dell’Arco. Una situazione «esplosiva» dal punto di vista dell’ordine pubblico, tanto che nel comitato provinciale Ordine e Sicurezza Pubblica e nelle riunioni successive presso la Questura di Napoli si è deciso non solo di interdire al traffico l’area antistante il Santuario, così come chiesto dal rettore padre Alessio Romano, ma di adottare misure di sicurezza speciali fin dalla prima serata di oggi per consentire la collocazione dei presidi preposti alla tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Perciò dalle 20 di oggi, giorno di Pasqua, sarà istituito il divieto di transito di tutti i veicoli a motore su via Arco nel tratto di strada compreso tra l’intersezione con via Romani e via Gramsci, ad eccezione dei veicoli adibiti al commercio sulle aree pubbliche muniti di regolare autorizzazione di occupazione temporanea di suolo pubblico. Divieto di transito temporaneo – secondo l’ordinanza firmata dal comandante della polizia locale, il Tenente Colonnello Fabrizio Palladino – per tutti i veicoli a motore su via padre Raimondo Sorrentino ad eccezione dei residenti con accesso consentito per questi ultimi solo dal lato Villa Stella. Divieto di sosta, sempre su via Sorrentino, con rimozione carro attrezzo su entrambi i lati nel tratto compreso tra l’intersezione con via Arco e il civico 12. Divieto di sosta e stesse modalità su via Arco lato destro direzione di marcia Napoli – Sant’Anastasia, sul tratto di strada compreso tra il civico 253 e l’incrocio di via Romani.
Dalle 5 alle 22 del giorno di Pasquetta divieto di transito per tutti i veicoli a motore su via Arco (cavalcavia Vesuviana fino a via Romani Costanzi), via Romani (incrocio via Arco – via Pertini), via D’Auria (via Roma fino al cavalcavia della Vesuviana ad eccezione dei residenti), senso unico di marcia su via Romani nel tratto tra lo svincolo in entrata e lo svincolo in uscita della SS 268 con direzione Pomigliano- via Arco.
Inoltre, dall’esito di sopralluoghi effettuati di concerto con l’Arma dei carabinieri, è venuta fuori l’esigenza di collocare barriere new jersey in cemento per interdire la circolazione al traffico su via Arco lato Sant’Anastasia altezza intersezione con via Emilio Merone e su via Romani all’altezza della intersezione con via Sandro Pertini fin dalle 24 del giorno di Pasqua.
Le aree di sosta individuate sono nella zona cooperative Boschetto – Vesuvio –Arcobaleno (per gli autoveicoli), in via Romani Parco Quadrifoglio – 167 (per gli autobus).
Commentando il valore della Resurrezione, Sant’Agostino scrive che Cristo risorto è il trionfo di quella Verità assoluta che ciascuno di noi deve cercare dentro di sé, confrontandosi ogni momento con la propria coscienza. Solo chi ha questo coraggio è in grado di rispettare il valore degli altri e di promuovere la pace e la giustizia sociale.
Gli auguri di pace e di serenità che siamo soliti scambiarci durante la Pasqua hanno oggi un significato particolare, che va al di là del rito: perché c’è guerra in molti posti del pianeta, in Siria si usano le armi chimiche, la Corea del Nord sperimenta missili sempre più potenti e nell’Oceano Indiano si muovono le portaerei americane con armi nucleari. Le immagini di questa Pasqua non possono, e non devono, essere separate da quelle dei bambini siriani soffocati dal gas, delle donne e dagli uomini uccisi dalla ferocia dei terroristi in nome di un dio e di una fede religiosa. I colori e i suoni della festa non devono indurci a dimenticare il dolore dell’Italia: le storie quotidiane dell’ordinaria pena di vivere che affligge, nella salute, nella condizioni materiali, nella serenità dello spirito, tante famiglie di Italiani, la precarietà che è diventata per troppi giovani una condizione esistenziale: per non parlare del flagello della corruzione, soprattutto di quella che sfrutta le malattie, che contamina, come una terribile pestilenza, le strutture ospedaliere e sporca l’immagine dei medici che violano il loro giuramento. L’Italia del dolore si confronta ogni giorno con la disperazione dei profughi e degli immigrati, e con le notizie sul numero di coloro che non ce l’hanno fatta, che hanno trovato la morte e la tomba nelle acque del Mediterraneo. E sui sopravvissuti incombe il pericolo di essere sfruttati anche in Italia, prima per i maneggi di chi ha trasformato l’accoglienza in un affare malavitoso, e poi ad opera di chi si serve di questi infelici per demolire ciò che resta del mercato e del diritto del lavoro e delle tutele sindacali: poveri usati per fare la guerra ad altri poveri.
Non ci può essere pace senza giustizia sociale. Papa Francesco lo ripete senza sosta, e in tutte le occasioni: non ci può essere pace, se la persona continua a essere considerata non un fine, ma un mezzo, uno strumento da coloro che hanno un solo ideale, un solo obiettivo: accumulare danaro in ogni modo. Sono parole forti, quelle di Papa Francesco, soprattutto in un momento come questo, in cui sembra che la globalizzazione, in nome del primato delle leggi di mercato, metta in crisi la solidarietà, l’idea di comunità, i valori stessi della democrazia. Ora è chiaro perché il Papa ha deciso di chiamarsi come il Santo di Assisi che disse parole terribili contro il ricco che ignora le lacrime del povero, e trae profitto dalla sua miseria.
Questo nostro tempo passerà alla storia come l’età delle migrazioni e dei muri: per bloccare i flussi dei migranti muri alzano alle loro frontiere alcuni Stati balcanici e l’ Austria, e Donald Trump decide di completare il muro che Clinton incominciò a costruire tra Stati Uniti e Messico. E ancora una volta Papa Francesco non ha taciuto, per amore della Verità, e ha ricordato a tutti, alla Chiesa e ai politici, che servono ponti, non muri, che serve una cultura dell’incontro, e non una politica della segregazione. Nella “Resurrezione” di Antoon Van Dyck, che ha già corredato altri articoli pubblicati dal nostro giornale, si può notare che Cristo risorto ha demolito i muri della tomba e le pareti del sepolcro, e ha costretto i soldati ad arrendersi, spaventati, e a gettare via le armi.
Scrisse Sant’ Agostino che Cristo risorto è il trionfo della Verità. Sulla profondità e sulla attualità di questo concetto dobbiamo riflettere tutti noi che viviamo nel tempo della post-verità, nell’epoca dell’opinione pubblica ingannata da notizie false spacciate per vere e giudicate vere da chi in quelle notizie trova proprio ciò che si aspettava, trova alimento per le sue paure, per il suo odio, per le irragionevoli speranze. Certo, la post-verità non l’abbiamo inventata noi, era un fenomeno già noto ai Greci e ai Romani. Ma questo fenomeno noi l’abbiamo reso devastante, l’abbiamo trasformato, attraverso i “social”, in una dimensione costitutiva della nostra esperienza quotidiana: il “falso” è un serpente da cui dobbiamo guardarci ogni momento.
Ma il trionfo della Verità proclamato da Cristo risorto non riguarda solo le nostre relazioni sociali, il rapporto con il mondo: invitandoci a riconoscere la vittoria della Verità il Salvatore ci invita ad avviare il più difficile dei confronti, quello con noi stessi, con la nostra interiorità. Quando abbiamo il coraggio di rifletterci nella nostra coscienza e di riflettere su di essa, noi vi troviamo, diceva Sant’ Agostino, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, e cioè la conoscenza autentica delle cose del mondo, della via da percorrere, e delle chiavi che svelano i misteri dell’essere. La Verità abita dentro di noi: lo dicevano i filosofi antichi, e lo conferma Cristo: chi non ha il coraggio di conoscere se stesso, non ha né la capacità, né la forza di conoscere gli altri. Non è in grado, insomma, di comprendere il valore vero della pace e della giustizia. Per gente così la Pasqua è un giorno qualsiasi.
La simbologia delle cozze e delle uova messe diritte, a punta in giù, sul casatiello. La funzione dell’aglio nel “sutè”, descritta nei versi di Lello Lupoli, e le riflessioni filosofiche di un oste sull’inganno delle cozze piene. Gli antichi nomi napoletani degli antichi sapori.
Dunque, sarebbe stato Ferdinando prima IV e poi I di Borbone a imporre la zuppa di cozze come piatto tradizionale del Giovedì Santo. C’è chi crede, invece, che alla zuppa sia stato assegnato questo ruolo perché si presenta bene, è un piatto colorato, e costa poco: altri invece, abituati a ricamare trame con simboli e metafore, partono da lontano, dalla Pasqua che prima ancora di essere consacrata alla Resurrezione di Cristo, era la festa della primavera, della Natura che si risveglia, in ogni senso, in ogni luogo e in ogni direzione. E da qui il protagonismo delle cozze: le quali cozze, come tutti i frutti di mare e di campagna chiusi in valve e gusci, come le vongole, le ostriche, le noci e le castagne, assurgono agevolmente alla dignità di simbolo dell’anima che risorge, che esce dal corpo. E inoltre, grazie alla loro forma, le cozze sono anche l’immagine della sessualità femminile – si notino la forma e il colore interno della conchiglia nel quadro di Bottiglieri-: non si poteva trovare di meglio per esprimere la vitalità della Natura.
La zuppa di cozze andavamo a gustarla, negli anni ’60, in una locanda presso il porto di Castellammare: il locandiere, un vecchio dalla testa di filosofo imbronciato – si chiamava Luigi, zi’ Luigi, se la memoria non mi inganna – ci spiegava, serio, teatralmente serio, che non bisogna farsi ingannare dalle cozze: è probabile, diceva, che proprio quelle piene siano “’nzepete”, insipide, e che il “frutto” piccolo, invece, risulti “freccecariello”. E qui mi piace notare che l’italiano “insipido” suona signorile, educato e salottiero, mentre il napoletano “’nzepeto” suona rustico e oltraggioso. Quando il “frutto” è di una mollezza “’nzepeta”, non c’è peperoncino che possa dargli forza. Insomma, il pepe la cozza deve averlo dentro di sé, il pepe naturale: quelle che ne sono provviste pizzicano la lingua, e attraverso quel pizzico trasmettono al gusto il sapore del mare. Zi’ Luigi, le sue zuppe di cozze, sdraiate come odalische su ampie fette di pane dalla mollica morbida, grumosa e compatta, le chiamava zuppe “’a percialengua”: e non a caso il “percialengua” lo sentii attribuire anche a una zuppa di soffritto da un oste di Nocera.
Se il pepe e il sale vongole e cozze devono portarli dentro di sé, allora nella preparazione delle zuppe diventa fondamentale il compito dell’aglio che attenua il grasso dell’olio e ne fa un velo delicato adatto a far risaltare i sapori pungenti, “percianti”: allo stesso modo in pittura è talvolta fondamentale la tinta dell’imprimitura che copre il bianco della tela e rende più intensi i colori delle figure che vi sono dipinte sopra. Al protagonismo dell’aglio nel “ suté” Lello Lupoli ha dedicato una mirabile quartina: “ L’aglio – schiattato – appena ca suffrèa /cammina dint’’a ll’uoglio d’’o tiano, / po’ ‘a nu mumento a n’ato sfummechéa ,/ se fa scuro e s’arraggia chianu chiano.”
Nel linguaggio immaginoso di mia madre, delle mie zie e delle loro amiche “’a sfogliatella” era l’avviso, atteso, di una tassa sostanziosa da pagare; l’avviso inatteso, invece, si configurava come un “casatiello”: un qualcosa difficile da digerire, che faceva peso allo stomaco: e perciò anche una persona insopportabile, che però qualche volta bisognava sopportare con pazienza, era un “casatiello”. Il “casatiello” a Pasqua ce lo preparava zia Michelina, sorella di mia madre, ed era del tipo “’nzardato”, cioè pieno zeppo di ingredienti: salame, mortadella – fette di mortadella tagliate spesse, con il coltello – cicoli, provolone piccante, e sugna, la terribile “‘nzogna”, conservata in vasi di ceramica, e controllata senza sosta, a punta di lingua e a fior di labbra, per il timore che diventasse pericolosamente rancida. Insomma “’o casatiello””’nzardato” voleva essere un poetico augurio di abbondanza , ma, nella pratica, risultava un durissimo banco di prova anche per lo stomaco più robusto. La forma del “casatiello” è quella, anulare, del “tortano”: e anche intorno a questa forma i tessitori di simboli e di analogie metaforiche hanno ricamato la trama di facili corrispondenze sessuali. I gastroscrittori notano che la differenza tra il “casatiello” e il “tortano” la fanno le uova, che nel tortano stanno dentro il rotolo, sode e tagliate a spicchi, mentre nel “casatiello” stanno intere sopra la crosta, e talvolta sono tenute ferme da liste di pasta incrociate.
Ferme, come? Sdraiate o in piedi? Mia zia diceva che le uova, sul “casatiello”, si mettono non coricate, ma diritte, a testa in giù, sostenute da una specie di copricapo di pasta E forse anche lei, senza saperlo, ragionava per simboli.
Rivive nella notte del venerdì Santo il percorso della Croce.
Un percorso che si rinnova ogni anno con la stessa forte intensità. Anche quest’anno la Via Crucis Vivente a Pollena Trocchia ha richiamato i fedeli a ripercorrere il dolore di un uomo e della sua croce, simbolo di una fede cristiana, cattolica, minata sempre più da attacchi costanti e perpetui. Il terrorismo nascosto dietro atti estremi, di chi professa più che la propria religione, la propria violenza, non allontana da un credo di pace, anzi restituisce ancor di più il bisogno di un legame con le proprie radici. Lo dimostra la partecipazione forte e viva a celebrazioni, come quella che precede la Pasqua, di tanti giovani che cercano nell’abbraccio della fede un modo per sentirsi meno soli. L’impegno dei figuranti guidati da padre Gennaro Busiello inizia già dal mese di gennaio. «Il nostro giovane padre Gennaro ci guida, ci supporta e ci aiuta sempre» dicono in coro i figuranti emozionati. «Questo momento- spiega commossa Cira, una delle figuranti- rappresenta per noi non solo un modo per rafforzare la fede ma anche un modo per dare testimonianza a chi viene a vederci, di qualcosa di tangibile e vero che si può sentire e vedere da vicino, che si può toccare. Far riviere le ultime ore di Gesù ci commuove ogni volta. Quest’anno ho rappresentato una donna del popolo e al grido di “A morte, a morte” ho avuto una sensazione di vero dolore e alla fine confesso di aver provato quasi un vero senso di colpa. Partecipo da due anni, e mio marito da quattro, siamo una comunità molto legata, l’attore che veste i panni di Gesù (Pasquale Oliviero) lo fa da quasi venticinque anni. E ogni volta rivederlo è una vera emozione». Nella Chiesa di San Giacomo Apostolo già dalle 16 tutti i partecipanti erano pronti a prendere il loro posto tra i fedeli, a rivivere l’adorazione della Croce, il processo, fino al momento toccante in cui Gesù comincia il suo ultimo cammino. Nella preghiera di quelle ultime ore di vita di Cristo, per le vie del paese il dolore è qualcosa di palpabile: vedere una madre piangere suo figlio morente, volerlo aiutare quando cade, sono momenti che rafforzano ancora di più il Credo di chi assiste ad una ricostruzione che è un momento di preghiera altissimo come conferma lo stesso padre Busiello, «non uno spettacolo con attori e spettatori ma un momento di preghiera e di evangelizzazione» che scuote gli animi al bisogno di amore e tolleranza, al bisogno di fede nell’attesa della resurrezione pasquale.
La Circumvesuviana sarà aperta con alcune corse sulla linea Sorrento-Pompei-Napoli per consentire il rientro ai turisti.
“Visto il silenzio di molti sindacati, la pressione della opinione pubblica, la necessità di assicurare un servizio di supporto al turismo nazionale, domani pomeriggio la Circumvesuviana sarà aperta con alcune corse sulla linea Sorrento-Pompei-Napoli per consentire il rientro ai turisti, grazie alla collaborazione su base volontaria di alcuni lavoratori che mostrano senso di responsabilità ed a cui va il mio personale ringraziamento”. Lo rende noto Umberto de Gregorio, presidente di Eav., l’azienda regionale dei trasporti.
Nei giorni scorsi la mancata intesa tra Eav e sindacati sulle corse nel pomeriggio di Pasqua aveva generato polemiche. “Si tratta di un risultato importante nella direzione giusta: salvare l’immagine della Campania”. De Gregorio ricorda che è stato rispettato “un impegno preso con il sovrintendente di Pompei Osanna”, “salvo intimidazioni dell’ultima ora che sarebbero gravissime”. Le corse in Circum si aggiungono al servizio straordinario su gomma già garantito in precedenza.
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