Di Amato Lamberti
Le prime pagine dei giornali italiani, come i servizi di apertura dei telegiornali, sono tutti incentrati sulla corruzione che sembra dilagare in Italia, nel piccolo del consigliere comunale milanese pescato dalle telecamere mentre intasca una tangente, fino al grande, degli appalti per decine di milioni di euro legati agli interventi dopo il terremoto a L”Aquila. Il fenomeno appare tanto esteso che si comincia persino a parlare di limitazioni nell”attività politica da parte dei soggetti condannati per corruzione, da parte del Presidente del Consiglio, del Presidente della Camera, dello stesso partito di maggioranza.
Già il dibattito “politico” sullo “scudo fiscale” aveva fatto comprendere che la criminalità economica nel nostro Paese è talmente estesa da giustificare addirittura colpi di spugna sui crimini commessi pur di favorire il rientro nell”economia di capitali occultati all”estero per evadere il fisco ma anche per nasconderne la provenienza illecita, in termini di affari criminali ma anche di proventi da attività di corruzione. Mentre, però, finora era stata dedicata grande attenzione all”evasione fiscale, a livello nazionale, ma anche regionale e locale, il tema della corruzione sembrava scomparso, nonostante il grande clamore mediatico provocato periodicamente degli allarmi internazionali.
Sembrava quasi che non ci si rendesse conto che lo snodo della corruzione è fondamentale in ogni tipo di reato economico, e, in particolare per le frodi nazionali e comunitarie e per il riciclaggio. In entrambi i casi c”è sempre bisogno del sostegno corruttivo di pubblici ufficiali, funzionari di banca, professionisti e consulenti, spesso organizzati in vere e proprie associazioni criminali. Nel 2003 la Confesercenti, a dieci anni da Tangentopoli, fece il punto sulla corruzione in Italia, rilevando che, nell”opinione degli imprenditori, sembrava tornata ai livelli pre-tangentopoli, anzi per il 62% era addirittura aumentata e riguardava per il 49% politici di livello nazionale; per il 25% gli amministratori locali; per il 20% dirigenti, funzionari e impiegati della Pubblica Amministrazione.
In pratica, già nel 2003, si era tornati a quella situazione di “corruzione ambientale”, denunciata dai processi di Tangentopoli, nella quale chi doveva dare il denaro non si aspettava nemmeno che gli venisse richiesto: in quell”ambiente la mazzetta era regola e quindi ci si adeguava. Sei imprenditori su dieci, secondo la Confesercenti, nel 2003, pagavano, come prima di Tangentopoli, per non restare fuori da ogni possibilità di contatto, prima che di appalto e di sostegno finanziario. Tradotto in soldoni: se sei uno che paga senza fare troppe storie meriti la fiducia del politico, dell”amministratore, del dirigente e del funzionario. Oggi abbiamo solo il riscontro internazionale.
Secondo un rapporto OCSE del 2009, l”Italia è tra i paesi industrializzati, quelli oggi del G20, largamente il più corrotto, con un livello paragonabile a quello di alcuni paesi africani e centro-americani, ed, inoltre, la corruzione in Italia può essere quantificata in 50/ 60 miliardi di euro l”anno. Praticamente ogni cittadino, compresi i neonati, è sottoposto ad una tassazione “oscura” di più di 1000 euro l”anno. Senza contare che, con questi soldi, si potrebbero pagare gli interessi dell”enorme debito pubblico accumulato dallo Stato italiano. Secondo Transparency International, sempre nel 2009, la corruzione è in aumento nel mondo ma in Italia raggiunge livelli tali da far considerare il nostro Paese come “estremamente corrotto”, soprattutto per quanto riguarda i partiti politici e la pubblica amministrazione.
In testa alla classifica ci sono i partiti politici. Stando ai dati del “Barometro della corruzione globale” nel nostro Paese il binomio politica-mazzette appare sempre più solido. Le cifre parlano chiaro: alla domanda su quale organizzazione sia in assoluto la più corrotta d”Italia, il 44% ha risposto i partiti politici. Ma in Italia il fenomeno della corruzione diffusa è stato a lungo sottovalutato o ignorato, tanto che anche un duro intervento di “Civiltà Cattolica”, la rivista dei Gesuiti, passò a suo tempo praticamente inosservato. Nell”ultimo numero, di settembre 2009 la rivista scriveva: “Nell”attuale momento politico italiano si registra la crescita della corruzione soprattutto nel settore pubblico, con numerosi cittadini che decidono di destinare una somma ingente:per conquistare un posto di assessore comunale, provinciale, regionale o nel Parlamento nazionale, sicuri che, una volta raggiunto l”obiettivo, saranno in grado non soltanto di recuperare la somma investita nell”operazione, ma di accrescerla significativamente”.
Quello che sta avvenendo, in Campania, a livello di campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio e del Presidente della Regione testimonia ampiamente che per la conquista di un posto in consiglio regionale sono molti i candidati disponibili ad investimenti che non trovano alcuna altra giustificazione se non nella disponibilità e nell”attesa di ritorni economici illegali. Quando ero Assessore al Comune di Napoli rimasi colpito dal fatto che i consiglieri comunali fin dal primo mattino non facevano altro che girare per uffici a seguire e sollecitare “pratiche”. Alla mia osservazione che questo tipo di attività presentasse forti caratteri di illegalità mi si rispondeva meravigliati che era come se si volesse loro impedire di “fare politica”.
Una prassi talmente consolidata, che continua a tutti i livelli, da quello comunale a quello provinciale e regionale, da non essere neppure percepita come illegale. Si potrebbe quasi affermare che la corruzione in Italia sia diventata una condizione strutturale, come pensava già Enrico Berlinguer quando poneva come prioritaria la questione morale ed evidenziava il dilagare della corruzione in seguito all”occupazione dello Stato e delle istituzioni da parte di partiti trasformati in società d”affari. A livello di regioni, Campania e Calabria sono quelle dove la corruzione sembra incidere di più, stando almeno agli organi di informazione, anche se sono pochi i riscontri a livello di denunce e interventi della magistratura.
Nessuno, ad esempio, almeno fino ad oggi, si è interrogato sul possibile ruolo della corruzione, in Campania, relativamente al disastro dello smaltimento dei rifiuti e all”esplosione dei costi della sanità pubblica. Per quanto riguarda quest”ultima, considerando, a livello nazionale, il periodo gennaio 2006 – 20 novembre 2007, su 6752 persone denunciate nella Pubblica Amministrazione, ben 3219, pari a quasi il 50%, sono riferibili alla Sanità, che appare, quindi, come il settore largamente più inquinato, probabilmente perchè è quello dove i livelli di discrezionalità negli appalti ed acquisti sono più elevati.
Si potrebbe, in questo come in altri settori della spesa pubblica, parlare di “corruzione organizzata” o di “criminalità economica organizzata”, perchè ci si trova di fronte ad associazioni tra persone, interne ed esterne all”amministrazione pubblica, con intenti criminali, esattamente come avviene per le organizzazioni criminali di stampo mafioso.
(Fonte foto: Rete Internet)
CITTÁ AL SETACCIO

