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“Perché Napoli è contraddizione!”
Breve analisi e non certo esaustiva di Napoli e degli stereotipi che l’affliggono, nella realtà così come nella Rete, attraverso un’immagine artefatta che ha riscosso grande successo e diffusione.
Ormai l’informazione sta diventando una sorta di pettegolezzo in salsa telematica, una volta si diceva “l’ho visto in televisione”; ora si dice “l’ho letto su Internet” o “l’ho visto su Facebook”, per avvalorarne la certezza. Sta di fatto che la rete, in particolar modo i social network sono divenuti, non solo un luogo di lapidazione mediatica dell’avversario politico, così come chiunque possa minare le nostre certezze consacrate, ma lo è anche di diffusione di bufale e falsità d’ogni genere, per le stesse ragioni di cui sopra o per vendere le notizie a suon di click. Quasi come se il mezzo, anche in questo caso, e con buona pace dell’ancor valida carta stampata, ne sancisse la veridicità
Ed è proprio quella che spesso manca, la verità! Spesso capita di leggere su pseudo giornali on line notizie ruffiane, non comprovate, mezze verità o informazioni datate, riproposte all’occorrenza quando non si abbiano notizie fresche o cronisti validi da impegnare. È anche ovvio che tutto ciò deve trovare un terreno fertile e lo trova tra chi non aspetta altro che la conferma di un luogo comune; attecchisce tra chi spesso non legge che il titolo del post o non verifica la fonte di quella notizia e anzi la diffonde urbi et orbi per dimostrare al mondo degli internauti che lui aveva ragione su quel determinato argomento e divenendo lui stesso vettore e parte di quel sistema contorto che diffonde la falsità, trasformandola in verità assoluta, proprio come è accaduto con il napoletano “patrimonio dell’UNESCO” bufala che stenta ancora a dissiparsi (LEGGI).
Una cosa molto simile sta accadendo in questi giorni per il caso di Giletti, imputato di turno per il cosiddetto sputtanapoli, una sorta di piagnisteo collettivo dove si vede spesso il dito e non la luna che si sta indicando o meglio si vede la pagliuzza nell’occhio di Giletti, della Bindi, della Litizzetto o di Saviano e di tutti coloro che in maniera studiata o meno hanno osato indicare il re nudo di Napoli, dimenticando ovviamente la trave nell’occhio di noi napoletani. Che Giletti meriti l’imputazione di persona più attenta all’informazione urlata che all’approfondimento dei fatti, così come spesso abbia utilizzato il suo mezzo mediatico come arma verso il bersaglio di turno, è cosa nota e attestata ma negare le problematiche della nostra grande città è ipocrita e controproducente.
Pare, che dopo anni di supina autocommiserazione e di tonnellate di fango sotto il quale abbiamo goduto seppellirci per gratificare il nostro sovrano di turno, ci scopriamo improvvisamente orgogliosi della nostra terra e ne intessiamo le lodi anche più del dovuto e talvolta inventandone (ma ce n’era bisogno?). É chiaro che in questo rientrano anche i secondi fini di chi di tutto ciò ne ha fatto, ne fa e ne farà ancora la sua carriera politica ma è anche vero che sul luogo comune, di concreto, si può costruire ben poco. Troviamo quindi paradossale questo passare da un opposto all’altro senza il benché minimo raziocinio ma senza neanche affacciarsi dal balcone di casa per vedere quello che c’è in strada.
Amare la propria terra, la propria città, la propria cultura è come amare la propria famiglia, è come amare i propri figli. Ma non amarli come spesso si fa oggi, nascondendone le pecche ed esaltandone i pregi perché farlo sarebbe come ammettere il proprio fallimento di genitori; ma conoscendoli, vivendo con loro le loro vicissitudini e venendogli incontro al momento opportuno. Ecco, vorremmo che si facesse così anche con la nostra bella città, che amiamo perché ci siamo nati e perché soprattutto ci viviamo, contrariamente a quei presunti santoni della napoletanità che da lontano esaltano ancora un’immagine stereotipata ed edulcorata di Partenope, lucrandoci sopra e plagiando coloro che non vogliono invece rimboccarsi le maniche; vorremmo che chi ne esalta i valori, ne conoscesse anche i problemi ma per affrontarli e non metterli sotto al tappeto o incolpare il nordico di turno. Vorremmo dei napoletani più attivi sul territorio e meno sulla tastiera del loro PC.
In relazione all’immagine allegata (la composizione delle due foto è del sottoscritto) si apre uno scenario non dissimile da quello sin ora descritto, infatti nella foto di destra (di autore sconosciuto) si vede una scritta in pseudo napoletano che invita Giletti ad andare a fare cose più utili di quelle che generalmente fa e potremmo trovarci anche d’accordo se non per il fatto che quella scritta non esiste, infatti è un falso vero e proprio e realizzato in piena malafede oscurando anche la faccia del bambino ritratto in quello scenario di degrado per dare più verosimiglianza al tutto. L’altra foto invece, quella di sinistra e senza scritta è quella originale, tratta da un sito olandese ed è bastato mettere la prima delle due foto su Google immagini per trovare facilmente la fonte originaria (VEDI) e confermare il sospetto che c’era venuto a primo acchito.
Qual è il problema di fondo in questa storia? È quello dove tutti e in maniera indiscutibile hanno postato la foto dandola per autentica poiché, come si accennava sopra, tutti vedevano concretizzarsi in quell’immagine l’astio nei confronti dell’arrogante di turno. La nostra opinione è invece quella che, arroganza a parte, una notizia, così come un’immagine deve essere vera e in quella foto, come in tutta Napoli, ‘a munnezza c’è, ed è quella che per abitudine o per ipocrisia nessuno vede più schierandosi dietro il facile e ipocrita modo di dire che recita che Napoli è contraddizione, quasi fosse un vanto o un’assoluzione, ma da napoletano, io, sono stanco di contraddizione, voglio normalità, perché io temo che, prima o poi, da questa contraddizione rischiamo di esserne definitivamente sepolti.
Misteri di Ottajano: il manifesto di un assessore “congedato” e i politici “bocciati” che presentano libri …
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Giovedì 29 ottobre ho avuto l’onore di presentare, con Gennaro Pascale, Mario Iervolino e Michele Pizza, il libro di Gianfranco Nappi sul “Latte Nobile”. Qualche giorno prima mi fanno leggere una “sententia” pubblicata su “fb” da una giornalista che scrive su un diffuso quotidiano territoriale: “ Le contraddizioni. A Ottaviano I politici “bocciati” si mettono a presentare libri. A Torre Annunziata un uomo di settanta anni, padre della storia locale, si mette a regalare libri…”. Chi sono i “politici bocciati”? Poiché usa il verbo “presentare”, la gentile signora non ce l’ha con Gianfranco Nappi, che il libro l’ha scritto: ma non può riferirsi nemmeno al dott. Iervolino e a Michele Pizza , che non sono stati “bocciati” in nessuna competizione elettorale, se non ricordo male. Gennaro Pascale sta fuori dalla mischia, perché dirige l’ISIS – Istituto Alberghiero “Luigi de’ Medici” che ha ospitato la presentazione. Dunque, sono io il politico “bocciato”? Non mi sono mai candidato, ma se mi fossi candidato, sarei stato sicuramente bocciato. Lo ammetto: sono un “bocciato” a priori. Ma il nesso “politico bocciato” risponde alle norme della logica della politica? Ho qualche dubbio. Se uno è politico vero, continua ad esserlo anche se gli elettori bocciano la sua candidatura e una parte dell’opinione pubblica boccia le sue idee. Winston Churchill, dopo aver vinto la seconda guerra mondiale, perse le elezioni: il politico di razza si misura quando sta all’opposizione, e questo l’hanno detto e l’hanno dimostrato Berlinguer, Craxi, lo stesso Andreotti, e prima di loro, anche Luigi de’ Medici, Gli elettori possono bocciare i candidati, non i politici: lo dimostra, ex contrario, il fatto che ci sono candidati che vincono le elezioni a furor di popolo, e poi, nei fatti, dimostrano di essere non veri politici, ma solo demagoghetti, – direbbe Crozza – De Luca – di serie C . Per fare politica alta, anche quella del retrobottega – consentitemi questo paradosso -, ci vogliono idee. Un cervello deboluccio non riesce a pensare né grandi progetti, né grandi “affari”: e se ha la presunzione di mettere mano a un grande “affare”, semina, prima ancora di muoversi, indizi, segnali e tracce. Se fa scanaglià’. Quali fossero le intenzioni e gli obiettivi della giornalista, non so. So che la cosa non mi ha fatto piacere. La giornalista è una donna di classe: veda lei se l’avere usato quel nesso “politici bocciati” in quella circostanza, la presentazione di un libro, non abbia per un momento appannato il terso cristallo dei suoi modi, del suo stile. Il settantenne torrese, “padre della storia locale”, quando regala i suoi libri, fa quello che dovrebbero fare tutti gli autori di libri di storia locale: ma poiché non tutti lo fanno, egli merita un sincero applauso.
