Terzo “Incontro con l’autore” al Circolo “A. Diaz” di Ottaviano. Aldo Putignano dialoga con Chiara Tortorelli ed Armida Parisi.
Giovedì 28 Aprile 2016, nell’accogliente sala del Circolo “A.Diaz” di Ottaviano, si è svolto il terzo“Incontro con l’autore”, organizzato dall’Assessorato alla Cultura di Ottaviano, nella persona della prof.ssa Marilina Perna, in collaborazione col Dott. Alfonso Severino, poeta e scrittore vesuviano.
L’incontro, dal tono fresco e colloquiale, ha visto protagoniste le parole e le narrazioni di due scritti contemporanei: “Tabù” di Chiara Tortorelli e “Infinito presente”, curato da Armida Parisi.
Due donne diverse per carattere, esperienze professionali, tematiche trattate, ma accomunate dalla stessa grinta e passione letteraria: il romanzo breve.
Le loro opere sono, infatti, raccolte di racconti, spiega l’editore e scrittore Aldo Putignano che interloquisce con le autrici, dopo l’incisiva introduzione della prof.ssa Liliana Borriello, che ha avvicinato il pubblico alle opere e alle loro creatrici, suggerendone le trame suggestive, dense, evocatrici di immediate emozioni, sia quando si riferiscono alla figura di una madre che tramanda al figlio l’essenza della vita, sia quando il protagonista è un padre che narra alla figlia la storia del suo primo amore, la rosa mai colta, la donna senza nome che gli riscaldò il cuore per un attimo, – il tempo di un bacio e di una tenerezza – durante la guerra del 1943.
Alla romanziera Chiara e alla giornalista Armida, Putignano chiede di svelare al pubblico come nasca il loro libro e Armida comincia rivolgendosi ai giovani presenti in sala, appellandoli come “l’infinito presente” del suo titolo e li affascina trasportandoli idealmente negli atelier degli scrittori, autori dei singoli racconti, pubblicati prima sulla pagina culturale del “Roma” e poi raccolti insieme nel libro. L’esperienza delle “scuole di scrittura” sono all’origine dei romanzi, il luogo dove la tecnica appresa si sposa col proprio genio, in una sintesi narrativa fonte di conoscenza di sé e degli altri. “Raccontare è conoscersi”, dice Armida, e farlo in poco più di 2000 caratteri è davvero difficile, ma questo obbliga a selezionare le parole, dosare le espressioni, misurare i pensieri, per un risultato di assoluta piacevolezza e bellezza. “Un racconto breve si legge nello spazio di due fermate di metropolitana” e, sottraendoti alla solitudine del cellulare, ti apre in un attimo all’infinito. La parola scritta, seppure o proprio perché breve, è espressione di infinito che entra nel tempo, il nostro tempo, e nello spazio, quello di tutti gli uomini del mondo.
Un attimo del racconto e noi possiamo essere ovunque, con chiunque, in qualunque tempo della storia.E questo attimo di infinito non nega emozioni,piuttosto lega nell’attimo stesso lo scrittore e il lettore, per una narrazione infinita.
“Il lettore non è un’unità statica”- chiarisce Chiara – è fisicamente “l’intermezzo” nella storia, narrata secondo il flusso continuo del tempo.
Sì, è proprio il tempo l’elemento comune ai due scritti, così diversi tra loro: il presente, nell’Infinito presente e il suo fluire in Tabù.
Quest’ultimo romanzo, pensato prima come insieme di poesie, poi romanzo unico, poi racconti brevi esprime nel suo ritmo evolutivo l’essenza stessa di quella che Baumann chiama “società liquida”, dice Chiara: esso è, infatti, un’operazione metaletteraria, un progetto fluido che percorre i sentieri dell’amore, dell’amicizia, della solitudine rifuggendo dai luoghi comuni e ricercando la verità contro ogni tabù.
Putignano si rivolge all’una e all’altra scrittrice interrogando, chiosando con delicato acume e parole eleganti, essenziali, da autentico maestro di “bottega della parola” ed interessanti sono stati i suoi riferimenti proprio alle “scuole di scrittura”, delle quali Napoli vanta una tradizione consolidata.
Se l’Italia è un popolo di santi, navigatori e poeti, di certo a Napoli e dintorni gli scrittori fioriscono come rigogliose primavere, non senza merito per quei luoghi atti a “raddrizzar gli stili”, come l’Officina, il Laboratorio, la Bottega di Homo Scrivens.
L’accento sul pubblico dei lettori e sull’urgenza dell’educazione dei giovani alla lettura è posto con accorato appello e indirizzo di programma dall’assessore Marilina Perna, intervenuta a concludere l’incontro con parole cordiali e dense di significato, a testimonianza dell’impegno personale ed istituzionale per la cultura.
Presenti alla cerimonia, insieme alla famiglia di Liguori e alle scolaresche cittadine, il sindaco di San Giorgio a Cremano Giorgio Zinno, il sindaco di Pollena Trocchia Francesco Pinto, il procuratore aggiunto di Torre Annunziata Pierpaolo Filippelli, il direttore di “Il Mattino”, Alessandro Barbano, don Tonino Palmese, il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Ottavio Lucarelli e il segretario del Sindacato Unico dei Giornalisti, Claudio Silvestri.
È stata scoperta alle 12 di oggi la targa che intitola il parco urbano di via Aldo Moro a Vincenzo Liguori, vittima innocente della camorra. Liguori fu colpito nella sua officina, mentre era al lavoro, il 13 gennaio del 2011. I killer avevano sparato per uccidere un rivale e un proiettile finì nell’officina.
La giunta di San Giorgio a Cremano aveva deliberato l’intitolazione il 21 marzo scorso, in occasione della Giornata della Memoria in ricordo delle vittime di tutte le mafie.
Il sindaco di San Giorgio a Cremano Giorgio Zinno con il sindaco di Pollena Trocchia, Francesco Pinto.
«Vincenzo Liguori, padre di famiglia amorevole e uomo onesto, fu ucciso per errore durante un agguato di cui ancora non si conoscono i mandanti – dice il sindaco Zinno – Vogliamo fare memoria del sacrificio di Liguori lasciando tracce di questo sacrificio in un luogo pubblico frequentato da centinaia di cittadini. Poniamo così un altro tassello nel percorso di civiltà e affermazione dei diritti che la Città di San Giorgio a Cremano sta compiendo insieme agli studenti, alla presenza di magistrati e personalità che hanno fatto della lotta all’illegalità e alle mafie la loro ragione di vita». Il parco di via Aldo Moro è stato co-progettato dagli alunni degli istituti comprensivi Massimo Troisi e Don Milani-Dorso insieme ai tecnici del Laboratorio regionale Città dei Bambini e delle Bambine.
Iniziativa de ‘La Fenice Vulcanica’, attenzione all’ambiente.
Un’attività di lotta e sensibilizzazione delle problematiche ambientali del territorio, con un contributo alla prevenzione di malattie oncologiche e nelle questioni sociali focalizzando soprattutto l’attenzione alla donna: emerge dal primo resoconto delle attività del centro antiviolenza e di tutela dei diritti ‘Ti Ascolto’ de ‘La Fenice vulcanica’ che ha inaugurato a Boscoreale (Napoli) un centro che ha come prerogativa principale ”quella di dare un primo aiuto, qualificato, alle donne vittime di ingiuste violenze, spesso subite nell’ambito familiare”.
Presso il centro è stata realizzata la seconda edizione di ‘Raccontiamoci’, evento attraverso il quale alcune donne vittime di violenza o ingiustizie hanno testimoniato le loro vicissitudini condividendole con la comunità. Realizzata, poi, la presentazione del libro ‘Vicino a Dio, lontano da Dio’, scritto da Umberto Torino.Una pubblicazione autografica lo scrittore ha ”voluto condividere la sua storia di uomo e di padre costretto dalla vita e dalle istituzioni, ad affrontare un arduo percorso nella crescita del figlio disabile”. Particolare sensibilità alle questioni ambientali e ai problemi sanitari ad esso connessi: così vengono eseguiti periodicamente degli screening per la prevenzione delle malattie oncologiche, ad esempio il cancro al seno. Inoltre, presso il centro, nell’ambito di un percorso formativo/informativo periodico vengono eseguiti corsi condotti da un’equipe di professionisti volontari. Tra essi ‘La rabbia, come riconoscerla e gestirla’ condotto da Francesco Balzano.
L’equipe ‘Ti Ascolto’, allo scopo di informare la comunità in modo più capillare sul tema della violenza, diventerà itinerante entrando nel cuore delle periferie nei mesi di giugno e luglio, il giovedì mattina al Piano Napoli e in località San Francesco. Sarà comunque garantita la presenza presso la sede di via Gesuiti, nel pomeriggio del giovedì. Dalla sua apertura, il centro ha prestato assistenza a sei persone, attraverso colloqui di prima accoglienza sostenendole, all’occorrenza, con percorsi psicoterapeutici. Tra le attività realizzate corsi di autodifesa, giornate dedicate ai bambini, convegni e corsi psicoterapeutici, cineforum, mostre e visite mediche gratuite.
(Fonte foto: rete internet)
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, in occasione del Giornata internazionale della libertà di stampa, intende ricordare i tanti giornalisti trucidati nel compiere il loro dovere: raccontare le storture e le ingiustizie del mondo e diffondere verità scomode per i poteri forti.
I giovani devono conoscere l’importanza di una stampa libera e oggettiva; la denuncia di azioni illecite o comportamenti dannosi per la collettività ha reso possibile l’indignazione popolare e conseguenzialmente, in molti casi, la punizione dei colpevoli, a prescindere dal ruolo sociale – politico esercitato; basti pensare al Watergate. Non a caso il movimento dell’Illuminismo, che per la prima volta forgiò il concetto di cittadino contrapposto a quello di suddito, vide proliferare la pubblicazione di gazzette e fogli, il cui intento era quello di rivelare le bassezze e gli abusi dei potenti e chiedere giustizia. Già dal Settecento il binomio verità – giornalismo serio caratterizzava la società civile o che aspirava a diventarlo.
Oggi i giornalisti, spesso quelli “free lance”, vivono in condizioni economiche piuttosto precarie e spesso sono soggetti ad intimidazione – violenze da parte di chi vorrebbe reprimerne la voce e preferirebbe continuare a tramare nel buio e nell’omertà: nel 2015, come segnala il dossier Rsf (Reporter Senza Frontiera) sono 110 i reporter uccisi, 7 tra cameramen, fonici e tecnici e 27 i citizen journalist; un dato in aumento rispetto al 2014 (66 giornalisti, 11 collaboratori non giornalisti dei media e 19 citizen journalists). La civiltà di una nazione si misura anche dalla presenza di giornalisti liberi, intellettualmente onesti e indipendenti.
L’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani recita: Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza
riguardo a frontiere.
In nome di questi principi, il Coordinamento Nazionale docenti della disciplina dei Diritti Umani invita le scuole di ogni ordine e grado a promuovere tra gli studenti il concetto di libertà di opinione e sollecitarli ad essere critici, confrontare le informazioni e le fonti d’emissioni delle stesse, attraverso laboratori di lettura e l’analisi dei fatti riportati dalla stampa in classe.
Nella giornata del 3 maggio, un pensiero va rivolto ai circa 28 giornalisti italiani uccisi nel mondo e alla redazione di Charlie Hebdo, decimata durante l’attacco terroristico del 7 gennaio 2015.
“Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, e le violenze che non è stato mai capace di combattere.” (Giuseppe Fava)
Giornalisti italiani uccisi
Cosimo Cristina (1935-1960), Termini Imerese (Palermo)
Mauro De Mauro (1921-1970), Palermo
Giovanni Spampinato (1946-1972), Ragusa
Giuseppe Impastato (1948-1978), Cinisi
Mario Francese (1925-1979), Palermo
Giuseppe Fava (1925-1984), Catania
Mauro Rostagno (1942-1988), Lenzi di Valderice (Trapani)
Giuseppe Alfano (1945-1993), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Giancarlo Siani (1959-1985)
Carlo Casalegno (1916-1977)
Walter Tobagi (1947-1980)
Italo Toni e Graziella De Palo, scomparsi in Libano il 2 settembre 1980
Almerigo Grilz, (1953-1987) morto in Mozambico
Guido Puletti (1993), Bosnia
Marco Luchetta, (1952-1994), Mostar (Bosnia) insieme agli operatori della Rai di Trieste Alessandro Ota e Dario D’Angelo
Ilaria Alpi (1961-1994), Mogadiscio, Somalia, con l’operatore Milan Hrovatin
Gabriel Gruener (1963-1999), Brazda, Macedonia
Antonio Russo, (1960-2000), Tiblisi, Georgia
Maria Grazia Cutuli (1962-2001), Afghanistan, sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul. Insieme a lei uccisi: l’inviato di El Mundo Julio Fuentes e due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari
Raffaele Ciriello (1959-2002), Ramallah, Cisgiordania
Enzo Baldoni (1948–2004), Najaf, Iraq
Vittorio Arrigoni (1975-15 aprile 2011), Gaza
Andrea Rocchelli (1983-24 maggio 2014) , Slavianks, Ucraina
Simone Camilli (1979-13 agosto 2014) Gaza
(Fonte foto: rete internet)
In ogni scuola d’Italia bulliziotte e bulliziotti di classe, d’istituto e nelle consulte, insieme alle BulliBox per le segnalazioni anonime.
In meno di tre mesi gli studenti della classe 1°A dell’Istituto “Galilei-Costa” di Lecce hanno messo in piedi il Movimento Anti Bullismo Animato da STudenti Adolescenti MABASTA!, hanno avviato la ricerca e la pubblicazione delle “Classi Debullizzate”, hanno contagiato i “cugini” della 3°B che hanno creato SBAM – Stop Bullying Adopt Music, hanno ricevuto attenzione dai maggiori media nazionali (Corriere, Repubblica, Tg1, Tg2, Striscia la notizia, …), hanno stretto collaborazioni con tanti altri studenti e associazioni ovunque in Italia e hanno ottenuto oltre 17mila like. Ora annunciano l’ultima loro pensata in termini di lotta e contrasto al bullismo e al cyberbullismo dal basso: i Bulliziotti e Bulliziotte e le BulliBox.
Merito di tutto questo? La rete internet ed i social network, oltre naturalmente alla specifica vocazione della loro scuola che incentiva la creatività, l’intraprendenza, il making e l’uso sapiente delle nuove tecnologie di comunicazione. MaBasta è certamente un esempio reale e concreto dellepotenzialità positive degli strumenti informatici.
I Bulliziotti, a partire dal prossimo anno scolastico, potranno essere individuati in ogni aula (Bulliziotti di classe) ed in ogni scuola (Bulliziotti d’istituto). Ma chi è il Bulliziotto e la Bulliziotta? Sono semplicemente degli studenti scelti tra coloro che per principio e per indole sono contrari ad ogni forma di sopruso, di bullismo e di cyberbullismo (la maggioranza degli studenti). Molto probabilmente non saranno scelti tra le “vittime” o tra i “bulli” (anche se ci si augura che, col tempo, proprio questi ultimi possano esserlo), ma tra quelli che oggi sono gli “spettatori” che, in questo modo, smetteranno di avere questo ruolo subdolo e inizieranno ad agire e ad ostacolare ogni episodio di bullismo sul nascere. Il compito dei bulliziotti sarà quello di essere una sorta di “sportello” a cui rivolgersi in caso di soprusi e bullismo, una volta ricevuta la segnalazione sarà loro cura decidere se agire in prima persona, smorzando e frenando sul nascere il caso, o essere da tramite verso docenti e dirigente. Sarebbe poi auspicabile e proficuo che ogni scuola organizzasse degli incontri formativi rivolti a tutti i propri Bulliziotti e tenuti da esperti (psicologi, pedagogisti, polizia, etc.), come sta avvenendo presso l’Istituto Galvani di Giugliano (Na). Un altro suggerimento potrebbe essere quello di premiare i Bulliziotti a fine anno scolastico con note di merito o crediti formativi.
«Pensiamo che i Bulliziotti possano rappresentare un’importante ed efficacenovità – raccontano i giovanissimi ideatori di MaBasta – in quanto noi ragazzi a volte preferiamo, per diversi motivi, non rivolgerci agli adulti (insegnanti, genitori, dirigenti, etc.) mentre ci sentiremmo molto più a nostro agio a parlare e a riferire di eventuali episodi di bullismo o cyberbullismo ai nostri pari, o magari di qualche anno più grande. Ci piace immaginare la presenza di Bulliziotti di classe (che possono coincidere con i rappresentanti di classe oppure no), questi sono molto importanti in quanto assistono in aula, dentro e fuori dalla scuola o sul web agli episodi e alle dinamiche che man mano si creano. Ma sono importanti anche i Bulliziotti d’istituto, scelti tra le ragazze ed i ragazzi più grandi, quelli rispettati da tutta la scuola, a cui tutti i ragazzi si possono rivolgere per chiedere aiuto o per segnalare o accendere un piccolo segnale d’allarme. Se poi si volesse anche una sorta di organizzazione provinciale, si potrebbero nominare dei Bulliziotti delle Consulte, preposti anche ad organizzare incontri, corsi di formazione, etc.»
L’altra novità riguarda la BulliBox. E’ una semplice urna chiusa, che può essere dislocata in posizione strategica all’interno di ogni scuola, nella quale tutti possono imbucare anonimamente ogni genere di segnalazione. La gestione delle BulliBox (posizionamento, consultazione, lettura delle segnalazioni) sarà curata dai Bulliziotti d’Istituto. Anche la BulliBox rappresenta una modalità d’azione offerta a vittime e, soprattutto, spettatori per interrompere sul nascere ogni genere di vessazione e sopruso.
Ricordiamo che “Mabasta” è il primo movimento anti bullismo nato dal basso, anzi dal bassissimo, gli ideatori sono infatti studenti di 14/15 anni frequentanti il primo anno di scuola superiore, coordinati dal loro prof di informatica Daniele Manni. Il movimento ha ricevuto l’attenzione dei maggiori media nazionali (Tg1, Tg2, Striscia la notizia, etc.) e ha raccolto oltre 17.000 “like”. I ragazzi hanno avuto anche l’immediato sostegno da quattro importanti siti che si occupano di education: Your Edu Action, OrizzonteScuola, Aetnanet e MasterProf.
Questi i nomi dei giovani ideatori del movimento “Mabasta”: Giorgio Armillis, Martina Caracciolo, Mattia Carluccio, Mirko Cazzato, Jacopo De Lucia, Patrick De Silla, Marta Di Giuseppe, Lorenzo Greco, Niki Greco, Simone La Gioia, Francesca Laudisa, Michela Montagna, Edoardo Sartori, Alice Stamerra.
Alcuni collegamenti utili:
Sito web (in costruzione): www.mabasta.org
Pagina Facebook: www.facebook.com/mabasta.bullismo
Gruppo di Bulliziotti e Bulliziotte: www.facebook.com/groups/1760393344195329
Raimondo Caputo, il 43ennne accusato dell’omicidio della piccola Fortuna, è stato aggredito in carcere e per questo trasferito in cella di isolamento.
Raimondo Caputo, 43 anni, l’uomo accusato di aver violentato e ucciso la piccola Fortuna Loffredo, di 6 anni, a Parco Verde di Caivano (Napoli) il 24 giugno 2014, è stato aggredito da altri detenuti nella cella in cui si trovava. Lo si apprende dal Procuratore di Napoli Nord, Francesco Greco, che precisa che Caputo “presenta i segni dell’aggressione, ma nulla di grave”. Caputo è stato quindi trasferito in cella di isolamento per motivi precauzionali per la sua incolumità. L’uomo, nell’interrogatorio di garanzia davanti al gip, si era difeso dicendo: “Non ho ucciso Fortuna, non ero lì quando lei è caduta, né ho mai commesso abusi sessuali”.
Intanto a Napoli il ministro Angelino Alfano ha fatto un appello: “Chi sa parli”. Noi abbiamo bisogno di parole da parte di chi sapeva e non ha voluto dirle queste parole precedentemente – ha detto Alfano rispondendo alle domande dei giornalisti – perché questo silenzio è pesato in termini di ferocia quanto quel terribile gesto che ha visto coinvolta Fortuna”. “Noi daremo il supporto delle forze dell’ordine all’inchiesta – ha aggiunto Alfano – e tutto ciò che ci sarà chiesto in termini di forze dell’ordine lo offriremo per riuscire ad accelerare i tempi di questa inchiesta”.
Due inquiline del “palazzo degli orrori”, dove viveva la piccola Fortuna, sono indagate dalla Procura di Napoli Nord per l’ipotesi di reato di false dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria. Fra le persone indagate – si apprende da fonti vicine all’inchiesta – vi è la donna che gli investigatori ritengono abbia raccolto la scarpa persa da Fortuna al momento della morte.
“Lui la violentava, lei dava calci. Ho sentito il suo urlo”. Non sono stati gli adulti, chi sapeva e non ha parlato, ad aiutare gli inquirenti a fare luce sull’ uccisione, a soli 6 anni, di Fortuna Loffredo, lanciata nel vuoto dall’ottavo piano del palazzo dove abitava, il 24 giugno 2014. Sono state le sue amichette a raccontare la tragedia di Chicca, come veniva chiamata Fortuna, e mettere gli investigatori sulla giusta strada con le loro parole e i loro disegni, una volta allontanate dai magistrati dal degrado familiare in cui vivevano. Così è stato scoperto l’ “orco”, presumibilmente Roberto Caputo, di 43 anni, disoccupato e pluripregiudicato, già in carcere per abusi sessuali ai danni di un’altra bimba di tre anni, figlia della sua compagna. Fortuna venne uccisa perché si era rifiutata di subire l’ennesimo tentativo di violenza sessuale. Un “no” pagato con la vita. Raccapriccianti ma, secondo il gip, “assolutamente illuminanti e inoppugnabili” le informazioni raccolte nel corso di un colloquio con un’amichetta di Chicca, lo scorso mese di marzo, nella casa famiglia dove, insieme alle sorelline, era stata trasferita dopo l’allontanamento dalla mamma (anche lei accusata di violenza sessuale in concorso) e dal convivente di quest’ultima. Eloquente e dirimente, anche secondo una psicologa, è un disegno in cui la bimba raffigura l’orco, a cui dà un nome e un cognome, con delle strisce sul volto, assimilabili a dei serpenti.
Mercoledì 4 maggio 2016 alle ore 17:00 nell’aula magna del Liceo “A. Diaz” di Ottaviano in Via C. Peano si terrà il convegno “Le edicole votive: una testimonianza religiosa tra storia, arte e tradizione popolare”.
L’evento, promosso dal Liceo “A. Diaz” di Ottaviano, dal Comune di Ottaviano, assessorato alla Cultura e dall’associazione “Prometeo” di Torre del Greco, rientra nelle iniziative culturali del Progetto Vesuvinform Ottaviano che ha come finalità il recupero della memoria storica, la rivalutazione della cultura vesuviana, il rispetto della natura promuovendo la cultura della legalità per rivalutare il territorio vesuviano e incentivare il turismo culturale dell’area alle falde del Vesuvio. Dopo i saluti del Dirigente scolastico del Liceo “A. Diaz”, prof. Sebastiano Pesce, di Marilina Perna, assessore alla Cultura del Comune di Ottaviano e di Francesco Manca, presidente dell’associazione culturale “Prometeo” seguiranno gli interventi del prof. Carmine Cimmino, letterato, storico e cultore d’arte e del dott. Umberto Maggio, esperto in conservazione e restauro di opere d’arte. Il convegno è l’occasione per inaugurare la mostra documentaria sulle edicole votive a cura degli alunni della IV D del Liceo Classico “A. Diaz” di Ottaviano.
Moda e accessori per una generazione che conta: questo il motto della collezione primavera estate firmata da due giovani stiliste campane.
Si è tenuto iei, 30 aprile, nella boutique lnedit l’ aperitivo, accompagnato da un ottimo Bocciarda Lacryma Christi prodotto da villa Pironti, per la presentazione dei meravigliosi abiti di Giusy Vergone e Ilaria Coppola. Due firme giovani e frizzanti per uno stile sobrio ed elegante, capace di soddisfare tutte le età.
Giusy Vergone con il suo “Enogrev” ha proposto una gamma di abiti colorati ed ironici, adatti a tutte le occasioni; Ilaria Coppola, alle prese con la sua prima collezione, ha presentato invece una capsule collection esclusiva per Inedit, mostrandosi capace ed arguta, con abiti correlati da accessori poliedrici e versatili, in tessuti morbidi e confortevoli che li rendono accessibili ad ogni fisicità.
Il motto che ha accompagnato questo aperitivo glamour è “shake your mood and change your style”, la generazione che conta.
Pubbliredazionale
Il progetto, che verrà proposto alle scuole del territorio, prevede un laboratorio dove poter creare libri tattili con materiali riciclati e non. Ogni manoscritto rappresenterà una favola o un aspetto della realtà.
L’Unione Italiana dei ciechi e degli Ipovedenti, storica Associazione nata nel primo dopoguerra a tutela dei minorati della vista, può vantare, non solo di aver portato alla ribalta il problema della disabilità visiva, inteso fino alla sua istituzione, come motivo di disprezzo ed emarginazione sociale per chi ne fosse affetto, ma può vantare, altresì, di aver conferito dignità alla categoria facendola riscattare grazie ad anni di studio, ricerca, progettualità da parte della stessa UICI.
Purtroppo, come in tutte le cose, c’è il rovescio della medaglia, rappresentato da un grosso buco nero intriso di ignoranza e pregiudizi che vuole vedere, il disabile in genere, come un relitto sociale da relegare al ghetto…ed è questa la più grande barriera che si deve abbattere!!
Per tale ragione, si ritiene l’istituzione scolastica come punto di partenza dove poter formare gli uomini del domani scevri da qualsiasi pregiudizio verso la “diversità “. Volendo perseguire questa finalità, l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, Sede di Sant’Anastasia in provincia di Napoli, rappresentata dal consigliere provinciale e Referente Nazionale Ausili e Tecnologie Giuseppe Fornaro, ha ideato un progetto dal titolo: “Che forma hanno le nuvole? (laboratorio di manipolazione e creazione di libri tattili)”, da proporre nelle scuole ed in particolare nelle classi dove ci sia almeno un minorato visivo.
Il progetto prevede un laboratorio dove poter creare libri tattili con materiali riciclati e non; ogni libro tattile rappresenterà una favola o un aspetto della realtà.
Il progetto mira al raggiungimento di importanti obbiettivi, quali: insegnare ai bambini ad utilizzare i diversi sensi come strumento per poter conoscere se stessi e il mondo circostante; suscitare il piacere del creare insieme, del collaborare per la realizzazione di un progetto comune verso nuove forme di conoscenza e di linguaggio; educare alla tolleranza riscoprendo la diversità come portatrice di valori e di arricchimento personale; contribuire al miglioramento della vita sociale del ragazzo disabile; infine, sviluppare il senso civico e l’educazione ambientale attraverso l’arte del riciclo.
Questo progetto è stato ben studiato in ogni sua parte dagli operatori tiflo didattici della rappresentanza dell’UICI di Sant’Anastasia, i quali ritengono che: “facendo giocare il bambino disabile visivo, con i vari materiali necessari per la realizzazione di un libro tattile, egli non solo impara a selezionarli e a raffinare la capacità di percezione aptica, ma lentamente sarà in grado di effettuare quel processo di astrazione che parte dalla realtà più prossima fino ad arrivare alla rappresentazione di fenomeni anche molto distanti dal proprio mondo”.
Sempre gli operatori, ideatori del progetto, sostengono che, altro elemento fondamentale del laboratorio è lo stimolo alla collaborazione e alla solidarietà, in modo che i bambini capiscano quanto sia utile e proficuo lavorare insieme anziché singolarmente, soprattutto in relazione ai risultati che si possono ottenere dalla sinergia delle competenze e abilità presenti in ciascun individuo; la presenza di disabilità, in particolare, diventa per tutti un arricchimento.
Queste, in breve, sono le linee guida del progetto “Che forma hanno le nuvole?”, che partirà sul territorio napoletano il prossimo anno scolastico 2016/2017 e che vedrà come protagonisti bambini minorati visivi, nella realizzazione di libri tattili.
Che questa iniziativa possa essere da sprone a molte altre, intanto, aspettiamo il nuovo anno scolastico della provincia di Napoli per vedere la realizzazione del progetto che già, solo a leggerlo, è meritevole di successo.
La disoccupazione e la mancanza di aiuti al centro dell’omelia di Di Donna.
Si dice sempre che la speranza sia l’ultima cosa a morire. Del resto la speranza è un caposaldo della dottrina cattolica. Non a caso l’altro ieri mattina il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, ha incontrato gli studenti del Liceo “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori” e gli operai in cassa integrazione della ex Montefibre. L’incontro è stato organizzato dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro. Di Donna ha sottolineato l’importanza dell’incontro tra studenti ed operai che vivono il dramma della chiusura delle fabbriche. Per Di Donna “la mancanza di lavoro è un attentato alla dignità della persona umana”, come dicono anche i vescovi italiani nel messa. Non ggio scritto per il Primo maggio dal titolo “Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo in tempo di crisi economica e sociale”. Storie drammatiche. Il vescovo di Acerra ogni giorno è testimone di persone disperate che si rivolgono a lui non chiedendo soldi ma un lavoro. Per questo ha scelto di leggere una lettera di un uomo con più di 50 anni, che ha perso il lavoro, e che pur avendo maturato tanta esperienza non riceve chiamate. Questa situazione lo porta a chiudersi in se stesso, perché “la mancanza di lavoro significa depressione, famiglie che si sfasciano e in alcuni casi addirittura suicidio”.
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