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Sulla poesia di Salvatore Violante: un saggio di Mimmo Grasso

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Un saggio di Mimmo Grasso sul libro “Gente per strada” (Aletti Editore) di Salvatore Violante:

Quando leggo testi di poesia sono portato, per frequentazioni e vizi analitici (diciamo per una specie di metodo filologico della mente), a intercettare la loro “cifra”. Per cifra intendo, ovviamente, un sistema decodificabile ad almeno tre livelli: il senso che si trae dalla comunicazione e il suo obiettivo di influenzamento (se e come modifica il mio vissuto); le strutture  profonde da cui germinano i versi e le loro relazioni interne; il contesto storico-semantico, vale a dire una valutazione secondo, p.es., il metodo di “Memoria dei poeti e sistema letterario” utilizzato da Biagio Conte per la letteratura latina, per cui una virgola, un ritmo, un’immagine, posizionati con accortezza,  richiamano alla memoria del lettore i loci in cui essi sono stati usati, diventano una citazione che arricchisce i versi che stiamo leggendo e ci informano sulla cultura dell’autore. Un libro di poesia, infatti, ci attira come fosse un unicumdimenticando che è solo uno degli alberi di una foresta.

Qualcuno, come Stelio Maria Martini, ha composto in tal senso un libro con citazioni, peraltro elegantissime, verbali e visive.

Vediamo, nel caso di Violante, in che consistono questi elementi, limitandoci al volume  di cui si parla stasera e  annotando che il suo stile  qui e in altre raccolte  si compone di oralità e scrittura.

 

il senso della comunicazione e il suo obiettivo di influenzamento.

Il fatto che i testi siano stati composti in maggior parte nel 2017-2018, ci comunica che sono nati “per ispirazione”, come durante sussulti eruttivi, vale a dire da una dimensione di rêve quotidiana grazie alla quale i piani di rappresentazione e di vissuto si intrecciano. Ho pensato, in ordine alle tematiche, a “L’uva puttanella” di Scotellaro. L’evocatività dell’ambiente, altresì, si sovrappone alla scrittura, alle occasioni  e all’ideologia che la generano. Intendo dire che l’appartenere a questi luoghi, il radicarvisi da parte di un uomo che ha avuto esperienze politiche ecivili importanti, costituirà sempre per lui l’habitatespressivo se anche dovesse  optare per operazioni linguistiche sperimentali. Del resto, il tema del  “fuoco” è di per sé pluriverso, attrattivo, adattabile a ogni contesto e forma. Il moto interno del libro è prodotto dall’indecisione, dall’attrazione-repulsione per il segno “Vesuvio”, ora sterminatore ora prodigo di bellezza, storia, opulenza. In tal senso “Vesuvio” si carica di significati affettivi, da un lato; dall’altro non si dimentica che è una montagna (“lamontagna”, per i napoletani)) periclitante che scarica sugli abitanti un “fuoco amico”. Il senso di cui parliamo si identifica, pertanto, con la poetica dell’autore: “Gente per strada”. Più che camminare per strada,  le persone sono ferme sulla pagina, scritta o da scrivere. Se si muovono, sembrano farlo, grazie a un ricco sistema di rime ed assonanze, in modo rotatorio come una vòteca o in un fermo-immagine. La gente di strada sono  gli umili, che parlano con le mani e i piedi, che narrano storie corporali. Annotiamo, altresì,  che “gente per strada” è una locuzione che allude al tran-tran delle persone o  a un flusso di persone come dopo un terremoto o un evento particolare, condiviso, e che, come esistono i pittori di strada, esistono anche i poeti stradaioli.  Neruda ha scritto “Unpoeta nella strada”, Rafael Alberti “Ilpoeta nella strada”. Qui a stare per strada è la gente, in mezzo alla quale Violante si mimetizza e alla quale dà voce come farebbe un fujente.  ’A gente ‘e miez’ ’a vianarra le sue storie minime ma, a modo loro, nel contesto della campagna e della fatica, epiche. L’area culturale, dicevamo, è quella vesuviana, dunque quella dei tammurri, dei cantatori e dei “ballature” il cui repertorio metrico-sonoro è ripreso da Violante, talvolta con spinte verso il monorimo e l’improvvisazione tipica dei rapsòdi campani. Questa gente è composta da persone che non fanno notizia, che si riconoscono durante riti cadenzati da un calendario liturgico.  In tal senso, “gente” sembra acquisire la valenza di “gens”, di un gruppo familiare allargato in fratellanza e sororità, con la sua diastratica sociale e percettiva, con dominanza del modo di pensare del contadino, del vinaio, del potatore, di  Pasquale, forse la figura più emblematica della raccolta. È gente dis-tratta, con mugugno di polvere e russare di pietre rotolanti, che cammina curva per il ricordo del peso della lava, peso che condiziona la loro postura; è gente che “ha in testa i suoi pensieri/quelli di sempre, e sembrano corrieri” di solitudine, educata da “sillabari persi”, gente dannata, nel senso di “damnatio”, sotto le ceneri, per la quale l’ombra del cielo “è come una resa”. Violante, affacciandosi alla finestra quando Dio e il Vesuvio fanno la controra, vede che nella pianura rimangono, isolati, un noce mastodontico e un silenzio che, impiccatosi a una fune di taciuto, diventa oscillum, la statuina di terracotta appesa come ex votoagli alberi durante le seminativae feriae.Vale a dire che la solarità delle pendici, delle pianure, delle gole laviche, partecipa del sudore delle persone che annodano in fasci di grano i loro lamenti e, per questo, il paesaggio si abbuia, si arrende, perché neanche il Cielo (con la C maiuscola) ce la fa. Se si pensa, ora, a una condivisione, a un sentimentdi stampo virgiliano si fa probabilmente la cosa giusta. È ciò che si chiama, in termini antropologici, “animismo”.

In “io vado tra lapilli e margherite/senza nessuna voglia di cantare/ all’ombra di una nuvola/retaggio/ d’un sole a sprazzi e d’un cinereo volo” la situazione è idillica, in senso stretto. Osserviamo la scena come fosse dipinta: l’andare (ma immobili: c’è solo la suggestione del cammino), senza voglia di cantare (ma cantando: i versi);  i lapilli, le margherite, le nuvole plumbee, un volo cinerino. La sequenza iniziale dei colori è la seguente: grigio (lapilli, volo), nero (ombra), nuvole che fanno piovere pietrisco (grigio) margherite (petali bianchi e corolla gialla),  sole (giallo).

Simbolicamente, le circostanze ambientali sono da mementoo da kyrie eleison(signore,sollevaci ), innestate in un malinconico “retaggio” ambiguamente riferito, in questo testo,  sia a “nuvola” che a “sole” (peraltro le margherite, per forma e per il colore giallo sono emblema del sole). “Retaggio”   è l’eredità della stirpe e, nel contempo, rete e ragnatela. Sono evidenti connessioni sotterranee col mondo del tarantismo, là dove si sottolinea il crollo della presenza nella genìa che vive estraneandosi (“a guardarla la gente mi sembra distratta”) per non cedere alle pulsioni vitali, secondo un, appunto,  retaggio culturale appreso e interiorizzato, una tecnica  per tenere lontano il dolore. Penso che questo estranearsi denoti la messa in scena di un rito e, come i riti, elabori, sotto la semplicità del dettato, una trama di cui si vorrebbe prendere coscienza che, tuttavia, non è ancora autocoscienza e sogna ad occhi aperti. Sognare ad occhi aperti implica uno stato di rimembranza, di rêve, appunto,  a tratti catatonico ed è l’immagine quasi conclusiva della raccolta. Violante dichiara, infatti: “occorre stare inerti/ed aspettare i sogni ad occhi aperti”. Senonchè, Nel citato Io vado per lapilli e margherite dopo scenari cupi e indolenti interviene, per dialettica naturale, l’astuzia della ragione, il sesso, la riproduzione, che si presenta ex machina, con l’istintività.la generatività; la vita èuna bellissima e nera ragazza africana; è lei  il vero retaggio solare, il nembo del malincuore e il fascinum, l’ombra con vestito sgargiante (paglierino e arancione, cioè il sole: la sequela di colori si ripete) sotto la quale distendersi; è lei che irretisce, dalla quale si desidera un retaggio di sangue, ed ecco che dalle pietre incapsulate nel loro lamento si passa al canto disteso, all’acqua che frantuma i sassi. Personalmente, nel 2000, durante un viaggio sull’Amendolea (Aspromonte), vivendo con pastori di lingua greca, ho osservato i due aspetti di questo fenomeno che transita dalla mutrìa esistenziale all’esaltazione gioiosa. Il pastore, con le ossa rotte per il lavoro, agito e agitato dalla nostalgia per la sua dimora e da un respiro delimitato dalla stessa fatica, improvvisamente, davanti a uno scorcio di mare, un burrone, un fiume, un volo strepitoso di uccelli, pone la mano sull’orecchio (gesto tipico dei cantori) e lancia note e melismi nell’aria. Non si esagera parlando, a questo proposito, di “canto della vita” alterno tra l’acqua che la spegne e il fuoco che la ravviva.

Acqua e fuoco sono spesso compresenti in Violante, sia esplicitamente che per sottintesi o sinonimi, e diventano non antagonisti ma complici nel vino, sintesi, appunto, di acqua e fuoco, col costante dettaglio di un bicchiere che “incorpora terreno e tronco”.

Tronco implica l’albero. Per Pasquale i giorni sono “tenuti per la scorza dagli artigli”, vale a dire che l’albero del tempo è lacerato dalle stesse unghie  che feriscono come “ira vorace che anima la grezza empietà dell’arpìa”. Qui appare, nascosta nel mondo sublunare dell’inconscio, l’arpìa, la donna-uccello che “bubula” fra i rami, la nottola di Minerva, che usa la falce molata che penetra le carni, che strazia mordendo. “morte” e “morso” hanno identico etimo.  Essa appare in un testo dedicato  aM.R. malata terminale, dunque una persona per la quale non c’è più tempo,che è sul terminus.

I registri di Violante sono molteplici e si ha spesso l’impressione che il poeta si sia anche divertito. Ad esempio Vola, lieveè una filastrocca che ne ricorda una di Gianni Rodari con analogo argomento, così come la ninnananna sussurrata al proprio figlio da una migrante su un barcone.

 

le strutture profonde da cui nascono i versi.

Tra le modcalità espressive del poeta,in questo libro come in altri,  domina, dicevamo,  il canto nativo e non è per caso che ogni testo rechi in esergo un verso come titolo, così come si usava per i canzonieri della  nostra tradizione lirica. I testi in napoletano richiamano  la cultura popolare,  gente in fila come in una paranza per salire sulla montagna, la tellurica mater, muovendo i piedi all’unisono. Non so se quello usato da Violante è un idioma locale, terzignese, ma, in poesia, è importante l’immagine che viene costruita più che la forma grafica o gli influssi linguistici, che sono materia di altra disciplina. I testi in napoletano mantengono, tipicamente, un’aura sentenziosa, a tratti gnomica, si sviluppano in funzione del colpo di coda finale. Certamente sono stati immaginati per la musica.

Chi si è occupato del lavoro di Violante ha posto in risalto la versatilità dei suoi timbri ritmici. Il ritmo è numero e misura; a un livello biologico, neuromotorio, esso nasce dal battere i piedi per terra secondo il tam-tam cardiaco, base a sua volta della scansione del tempo cronometrico. Chi batte i piedi per terra sono, di solito, il  bambino, che usa questa modalità per superare stress, dissonanze cognitive, situazioni indecidibili, nonché gli adulti quando agiti-agitati da – indifferentemente- gioia o ira o dolore. Il ritmo neuromotorio diventa misura successivamente, dopo la trasformazione dell’agitazione in danza, il situare l’istinto in un codice gestatorio tradizionale e condiviso. È questa la struttura profonda di Violante, ciò da cui nascono i versi, più vicini, rispetto alla prosa, ai moti originari dell’animo. Questo poeta non ne può fare a meno: ciò che è scritto tipograficamente in prosa cela sempre versi. Il fenomeno non è nuovo: lo si registra fin dalla tarda latinità ed è stato ripreso da molti altri, tra i quali, a Napoli, Gabriele Frasca.

Fra i ritmi domina il dodecasillabo, cioè l’alessandrino francese corrispondente al nostro endecasillabo ma, anche in questo caso, non siamo in presenza di una metrica costruita a tavolino quanto  a un saper-sentire in musica, un che di circadiano.  Del resto, il fischio precede il pentagramma. In questi percorsi che cercano di intercettare armonie si innestano i testi in napoletano che, penso, sono psicologicamente prioritari, vengono cioè prima dell’espressione italiana, perché fanno parte del vissuto di Violante fin dall’infanzia,  archiviato in qualche parte dell’occipite.

 

il sistema letterario

 

La mia opinione è che i poeti storicizzati del Sud Italia sono notevolmente più attrezzati di quelli del Nord, che hanno maggiori spazi e visibilità per i media e le numerose case editrici con sede nel Nord della penisola. È, altresì, difficile che un poeta del Sud rinunci alla storia del territorio e dei simboli di cui esso è portatore. Vediamo un esempio:

 

Veste Plutone trucido/panni fumanti e croci//Persefone di guardia/ ha Cerbero che annusa//sorveglia l’aria fetida/ il gufo mentre bubola

Siamo in un ambiente che evoca miti classici ed è dunque normale che la mente e il corpo  scelgano l’esametro, epico. Vediamno questi alri:

mette in bacheca un sole che non scalda

nella corte del fondo esce dall’ombra

un uomo senza volto, senza nulla

con pochi attrezzi.

 

Si tratta di una strofe saffica. Rileggiamone una, la più famosa, sia nella traduzione latina di Catullo che in italiano:

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

 

Quello ni sembra simile ad un dio,

se posso osare è più alto dei numi,

quello ch’ è a te di fronte ed in te uguale

si specchia e ascolta.

 

Notiamo,en passant, che il testo latino reca un identidemte, idem-te,iterativo,  a sottolineare l’identificazione di un volto in un altro. I versi citati riguardano Pasquale, il lare dei cortili, che, come il fabbro di Heaney in The door on the dark, esce  dal buio con gli  attrezzi da lavoro per far leva sotto il sole e sollevare l’alba.

Sembra indubbio che Violante è un autore fondato sulla classicità. Si tratta di una classicità naturale, che si respira, che si apprende dall’infanzia, quasi un calco della mente. “Classicità” è laclassis, lo schieramento dei veterani abituati al corpo a corpo. Fuori di metafora guerresca, il corpo a corpo di Violante avviene, in poesia, con l’essere e l’umano.

Cerchiano un’altra conferma alla nostra indagine:

Gli uccelli neri,questa notte scura,

e la fiumana di doglianza dura.

Io non ho cuore figlio di additarti

l’ira vorace  ch’anima la grezza

empietà dell’arpia,l’unghia molata

che penetra le carni, i morsi a strazio.

Prego per lei: o cavaliere nero

arrotola il tuo manto sul destiero,

prendila mentre sogna che riposa

libera il suo sorriso,la sua rosa.

 

Il “cavaliere nero” appare almeno due volte nella raccolta che, adesso,potrebbe essere letta facendo ruotare i testi attorno a questa figura.

Facciamo, da contadini, un innesto:

Gli uccelli neri,questa notte scura,

Era già l’alma inferma e fere scorte 
e la fiumana di doglianza dura.

l’ira vorace  ch’anima la grezza

empietà dell’arpia,l’unghia molata

che penetra le carni, i morsi a strazio.

Giva omai ricettando il cor doglioso

 E nel languido suo stanco riposo 

 Cinto l’avea d’intorno oscura morte, 

E in sí care sembianze e ’n sí gradita 
Voce parlò, ch’innanzi aver mi parve
Colei che m’addolcisce il grave affanno

Prego per lei: o cavaliere nero

arrotola il tuo manto sul destiero

prendila mentre sogna che riposa

libera il suo sorriso,la sua rosa.

 

Il nuovo albero ha una radice unica e cresce su un unico terreno, si dirama in due tronchi: uno è composto coi versi di Violante; l’altro con quelli di una rima del Tasso. Ovviamente i linguaggi  appartengono a periodi storici diversi ma confido che, almeno all’ascolto, non si percepisce una particolare differenza e che l’innesto sembra riuscito.

Spero di non aver annoiato l’uditorio, che gli esempi offerti siano sufficienti per entrare nel mondo di Violante e che si siano illustrati i tre momenti dell’analisi che ci eravamo prefissi. Se dovessimno condensare il tutto in un solo verso, un aforisma, un motto come un cartiglio, sceglieremmo questo:

spirare con l’infanzia addosso, cioè morire ad occhi aperti, con addosso l’armatura del cavaliere nero, la protezione dell’infanzia di una mente originaria, del puer aeternus.

 

Questa gente per strada canta. Finita laguerra…vorrei un sentieroche mi porta a vivere

Cosìcome altri innesti,p.es. ilsimboloesatto di quanto è successo…nelfiocolumeggio di un cielo in pena

O ilrussare collettivo nellacontr’ora vesuviana,.

 

Longolaè un parco archeologico

Iltatto che allosguardo chiede sponde

Laparolaè un’onda che corre e si ritrae sena una sponda (fiume di parole)

Leforme autoreplicanti per cui,con un po’ di pazienza e di curiosità, si possono innestare i versichepresentano schemimetriciomogenei. Esemopio:

pag. 48,rime baciate che,lette in vericale, organizzano ilsenso. Farfalline birichine, loggia roggia, sentieri pensieri, cuori fuori, misteropensiero.

Versi che ricordano quelli del carnevale dei mesi

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