Home Memoria e Presenza Somma Vesuviana, storie di guappi, delitti e malandrini (seconda parte)

Somma Vesuviana, storie di guappi, delitti e malandrini (seconda parte)

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Gli episodi di lutti e di sangue legati alla criminalità locale non si erano mai arrestati. Le motivazioni, come ci racconta Vincenzo Romano nei suoi scritti inediti, naturalmente erano addebitabili a cause più disparate: contese amorose, difesa dell’onore, violazione di confine, regolamento di conti. Anche nelle famiglie più affiatate ed unite, non mancarono occasioni di dissidio per dare vita a drammatiche liti, legate a interessi di parte o di ferito orgoglio.

 

 

Come abbiamo avuto modo di raccontare nella prima parte, la zona di Somma lungo via Reviglione, a confine con Scisciano, Saviano e Piazzolla di Nola, era conosciuta, popolarmente, per la presenza di un cavalcavia e di un ponte detto dei mariuoli: un luogo, questo, dove sistematicamente tenevano regolare esercizio numerose bande di ladri. Lo scopo dei banditi non era solo di depredare i malcapitati passanti, ma di estorcere anche soldi ai poveri braccianti locali, dopo aver ricevuto la loro umile retribuzione settimanale.

Quel territorio, per la sua particolare posizione, era stato sempre lambito da fenomeni criminali e teatro di gravi fatti luttuosi. Nei primi anni del dopoguerra, dopo le note circostanze legate ai mastro d’ascia della masseria Cerreto, di cui già ci siamo occupati nell’articolo precedente (Somma Vesuviana, storie di guappi, delitti e malandrini | Il Mediano), emerse la cortese figura di d. Giovanni Mosca: un uomo di rispetto,  elegante, disponibile, che spaziava un po’ dovunque e regolava con puntigliosità i rapporti tra persone ed affari.

Sul versante opposto, tra Scisciano, Saviano e Piazzolla di Nola,  stava emergendo  invece come protagonista della cronaca nera tale Enrico Angri, alias lo sfregiato, che cercava in tutti i modi di aprirsi al mondo degli affari. L’occasione propizia fu la ricostruzione post-bellica della città di Napoli.

Somma Vesuviana, all’epoca, beneficiava di una zona, posta tra le località Pigno, Riaglio e  Seggiari,  molto produttiva in termini di sabbia. L’area era racchiusa tra il corso degli alvei con naturali vie di trascinamento. Tutto ciò generava una buona rena, grazie alla naturale corrosione della terra. Era un materiale molto prezioso, a costo estremamente esiguo, in quanto indispensabile per la preparazione del calcestruzzo. Ciò spinse numerosi costruttori a stipulare contratti con i proprietari dei fondi. Ogni giorno svariati autocarri percorrevano la zona con imponenti escavatori, procedendo alla sottrazione e al carico della sabbia. La situazione andò avanti per molti anni, fino a quando le cave si esaurirono completamente. La malavita locale aveva sempre imposto la sua influenza su questa fruttuosa attività, che da lì a poco si sarebbe spostata nella contrada Colle e, precisamente, nel latifondo della masseria Nuova, di proprietà del compianto sindaco Francesco De Siervo. Sparatorie tra bande rivali per accaparrarsi tangenti e denaro erano frequenti nelle cave; in particolare il ricordo è ancora legato ad un terribile conflitto a fuoco tra Pasquale Esposito ‘e simone e don Antonio Giuliano che si concluse con il ferimento di quest’ultimo. La vendetta non tardò ad arrivare. Nel marzo del 1956, presso il pozzo di don Gennaro Romano nella masseria Cerreto di Scisciano, anche Pasquale ‘e simone fu assassinato. Del killer nessuna traccia. Nessuno pagò, infatti, per quell’efferato delitto.

Intanto, dopo alcuni anni, terminò definitivamente l’attività delle cave: l’attenzione fu rivolta ad altri siti, poiché era cambiata la caratteristica richiesta per la composizione del calcestruzzo. Risultò più idonea la sabbia derivata dalla frantumazione delle rocce calcaree delle propaggini dell’Appennino campano. Siamo alla fine degli anni cinquanta, gli affari criminali, in ogni caso, non cessarono, ma puntarono la loro corrotta attenzione i nuovi campi del mondo degli affari.

Intanto gli episodi di lutti e di sangue non si erano mai arrestati. Le motivazioni, naturalmente erano imputabili a cause più disparate: contese amorose, difesa dell’onore, violazione di confine, regolamento di conti fra bande.

Gli agguati sul territorio si erano concentrati lungo la via, ora strada provinciale, Bianchetti – Monaciello – Madonna delle Grazie, una strada conosciuta dai cronisti come la via degli agguati. Nel 1947 iniziarono i primi gravi fatti di sangue: il bel giovane Umberto Iovino, pretendente della signorina Rosa ‘e Tempest, affrontò l’ altro pretendente, Vincenzo Granato, schiaffeggiandolo e intimandogli di non importunare quella che riteneva essere la sua ragazza. Umberto Iovino, comunque, dopo l’affronto, perì in un agguato mortale. Più tardi sarebbe toccato ad Alfonso Granato, fratello di Vincenzo. I responsabili non furono mai identificati. Nessuno pagò per il delitto.

Di lì a poco, siamo nel 1948, Saverio Capasso ‘o caian, padre di famiglia, mediatore di bestiame, fu colpito anch’esso a morte, in quella zona, da Antonio Auriemma, figlio del noto macellaio Vitillo. Fu Donna Vincenza, seconda moglie dello stesso Vitillo, ad aizzare il figlio Antonio contro il Capasso, in quanto aveva screditato il marito al mercato di bestiame di Nola: la vittima aveva offeso in pubblico il Vitillo in quanto cattivo pagatore. Un affronto rilevante all’epoca. L’omicidio d’onore, data la minore età di Antonio, costò inizialmente la galera al padre e al primo fratello Mario. Da allora incominciarono i guai per la famiglia Auriemma. Comunque, Antonio, scontò successivamente numerosi anni di galera ed estinse anticipatamente la sua pena. La difesa, all’epoca, fu affidata all’ Avv. Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica Italiana.

Naturalmente, come accade anche nelle famiglie più affiatate ed unite, non mancarono occasioni di dissidio per dare vita a drammatiche liti, legate a interessi di parte o di ferito orgoglio. L’esagitato, stavolta, fu Alfonso D’Avino: un uomo forte, deciso, imponente, dai vistosi baffi attorcigliati. Egli, durante un confronto – scontro con il fratello Antonio per motivi legati a proprietà terriere, gli sferrò numerose bastonate sulla testa, causando in un primo momento gravi lesioni al cranio  e  la successiva morte dopo alcuni giorni di agonia. Del decesso si autoaccusò il figlio Francesco alias Ciccillo ‘e ferrante, conosciuto in paese confidenzialmente con l’appellativo di compa’ Ciccio. Era nato il 7 settembre del 1921 a Somma Vesuviana in via Tavani ed era anch’egli, come il padre Alfonso, di carattere forte e con sgargianti baffetti. Pagò, comunque, le colpe del padre, non ancora maggiorenne, con il carcere minorile. Dopo aver espiato la pena, Ciccillo, purtroppo, non frenò il suo carattere irascibile. Un giorno, durante una discussione sul commercio di noci, schiaffeggiò il suo omonimo Francesco D’Avino alias ‘a glioffa  nel centrale bar Capasso. Al momento non ci fu nessuna reazione di quest’ultimo, peraltro in compagnia del cugino Giovanni, figlio di Fiore. Il Ferrante, oltretutto, era pure apparentato con i D’Avino ‘a glioffa, in quanto una sorella aveva sposato un componente di quella famiglia. Secondo fonti orali, la vendetta si consumò ben presto dopo la lite. Era il 1955, Ciccillo stava rientrando a casa accompagnato dallo stesso Giovanni. La presenza di quest’ultimo era dovuto al fatto che ‘o ferrante aveva già avuto un vago presentimento su una possibile reazione di Francesco ‘a glioffa. Infatti, la risposta non tardò ad arrivare: Ciccillo fu affrontato a colpi di fucile, riportando gravi e insanabili danni all’addome. L’accusato Francuccio, arrestato, fu condannato ad una lunga detenzione in carcere. Oltretutto, l’infame Ciccillo, nella fase del processo penale, accusò pure Giovanni D’Avino, che quella sera non aveva fatto altro che accompagnarlo a casa. Comunque, dopo sette anni di galera, Francesco D’Avino, ritornò libero. ‘O ferrant, nel frattempo, era divenuto più spregiudicato e sempre in cerca di grane. Era giunto il momento di vendicarsi. A ciò bisogna aggiungere che anche Giovanni ‘a glioffa era entrato in collisione con Ciccillo ‘e ferrant, soprattutto dopo quella meschina accusa perpetuata nei suoi confronti. Alcuni scontri a fuoco fra i due si ebbero nella centralissima piazza, ma per fortuna senza conseguenze per entrambi. L’occasione propizia, però, per neutralizzare il vero nemico, avvenne nella centralissima via Roma, dove Francuccio D’Avino fu barbaramente assassinato da Ciccillo nell’ottobre del 1962 con tre colpi di pisola a distanza ravvicinata. Quaranta giorni dopo, il padre di Francuccio, Pasquale D’Avino, ebbe uno scontro a fuoco presso il palazzo Tafone con Ciccillo per vendicare il figlio morto. Due pallottole spedirono in ospedale sul carrettino il Ferrante, che riuscì a salvarsi con l’asportazione di un polmone. Ci pensò la galera a frenare l’impeto dell’assassino. Nel 1972, dieci anni dopo l’agguato di via Roma, il giudice, che si occupò della morte di Francuccio, fece disporre un sopralluogo sul posto della sparatoria per accertare con scientificità i fatti accaduti. Con i carabinieri c’era pure Ciccillo ‘e ferrant, prelevato dal carcere. E proprio qui avvenne un episodio insolito, che vale ricordare: mentre le forze dell’ordine stavano intraprendendo le loro indagini sul luogo del delitto, tra i numerosi curiosi, all’ improvviso, spuntò un ragazzino armato di pistola, che, puntò decisamente la rivoltella verso il Ferrante.  La sorte volle che, mentre stava per partire il colpo decisivo, l’arma s’inceppò. I carabinieri, alla vista, tentarono di disarmare quel ragazzo, che, nel frattempo, si era dileguato tra la folla per via Tenente Indolfi, dandosi alla latitanza. Quel giovane era il quindicenne Fiore D’Avino, figlio del citato d. Giovanni ‘a glioffa. La sua ascesa lo porterà ad essere il boss per antonomasia fino al graduale pentimento.

Il Ferrante, invece, grazie ad una legge del 1970, che prevedeva interventi miranti al reinserimento sociale del reo, fu trasferito in una comunità di recupero di San Giovanni a Teduccio, dove poco tempo dopo non tornò più, dandosi alla macchia.

Ormai braccato da ogni dove, si diede alla latitanza nelle anfrattuose cavità del Monte Somma. Si scatenò, intanto, la sua ricerca. La latitanza in montagna era diventata pesante per Ciccillo, in quanto le provviste necessarie iniziavano a scarseggiare. Sempre più isolato, incominciò a compiere atti di intolleranza a danno di qualche contadino della zona montuosa. Gli stanchi malcapitati decisero di denunciare i soprusi. Ormai il cerchio intorno al boss si restrinse sempre di più. I carabinieri, avendo avuto l’ordine di sparare a vista, durante una battuta di pattugliamento, circondarono la piccola casetta di montagna dove era rintanato. Dopo una prima intimazione andata a vuoto, partì uno scontro a fuoco, dove il Ferrante fu colpito a morte. Era una fredda mattina del 28 novembre del 1973. Si concluse, così, all’età di 52 anni, la storia del leggendario Ciccillo ‘e ferrante. Il corpo, su autorizzazione del Pretore di Sant’Anastasia, fu seppellito il giorno dopo nel Cimitero di Somma Vesuviana, dove attualmente riposa nella cappella di famiglia.