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La popolazione del territorio, situato nel triangolo Somma Vesuviana – Piazzolla di Nola – Saviano, visse a partire dalla seconda metà dell’ Ottocento un preoccupante periodo di tormento, fatto di incertezze e di paure, determinato dalla presenza sulla scena quotidiana di fanatici personaggi sanguinari.

Era l’epoca del cosiddetto brigantaggio e del famigerato Sabatiello Romano di via Pigno, figlio di Crescenzo e di Maria Romano, vissuto in quegli anni, durante il tramonto del regno borbonico, di cui ben poco conosciamo della sua vita, tranne qualche breve notizia tramandata, oltre che dalla voce del popolo, anche da una erede femminile, che si vantava di essere per la zona figlia di brigante e sorella di malandrini. A tal riguardo andava, spesso, in giro armata e portava con se, sempre, una pistola nascosta sotto il mantesino.  Ebbene, Sabatiello Romano, proprietario, tenne per lunghi anni il dominio incontrastato su quelle popolazioni, sfinendole in ogni dove, tanto che alla sua cruenta fine, avvenuta il 30 agosto del 1860, venne coniato il motto: ditt’ e fatt’, senz aspettà, oggi o diman’ hann accis’ Sabatiello Romano, con grana 400 e 500 turnesi s’è acquetato tutto ‘o paes, come ci racconta l’ing. Vincenzo Romano. Tanto ammontò, secondo la tradizione orale, il prezzo del killeraggio di Sabatiello, ammazzato nella cupa di Costantinopoli con una fucilata alle ore due circa del pomeriggio. Chiusa quest’ epoca, naturalmente la malavita non finì lì: nuove leve erano pronte ad entrare sulla scena con gli stessi obiettivi e gli stessi strumenti di morte. In particolare, la preoccupazione maggiore era il   taglieggiamento, che all’epoca, avveniva, soprattutto,  a danno dei piccoli e grandi latifondi e con l’attenzione posta, anche, sulle masserie, che rappresentavano la vera ricchezza di quei popoli. Coloro che si ribellavano, subivano pesanti vessazioni come lo sfregio di interi vigneti. Si pensi che l’attività prevalente in quel periodo era la produzione del vino.

Conclusa l’era di Sabatiello Romano, salirono in cattedra i fratelli Michele, Vincenzo e Carmine Tufano, che iniziarono a imperversare in quel territorio posto a nord-est di Somma, subito dopo la fine della Grande Guerra del 1915 – 18. Il metodo adottato per eccellenza fu proprio il frequente taglieggiamento, che non solo aumentò l’insofferenza nella popolazione, ma favorì la nascita di gruppi antagonisti, clan rivali, con vendette trasversali. I fratelli Tufano – continua l’ing. Romano – amavano trascorrere le loro serate nella trattoria Casa tre pizzi in via Trentola, dove si consumava un ottimo piatto di stoccafisso, oltretutto accompagnato da un buon vino locale, e dove non mancava mai il gioco a carte. Una sera, dopo il consueto banchetto, durante il tragitto di ritorno, si verificò l’incontro fatale dei tre giovani guappi con alcune persone che li attendevano. Era la mattina del primo agosto del 1922, quando un carrettiere, proveniente da Ottaviano, sparse per le vie di Somma la notizia dell’avvenimento di un eccidio, esclamando con la sua possente voce che con un sol colpo, erano state ammazzate tre fucetole. Tra i curiosi e i soccorritori si presentò il macabro spettacolo di tre corpi straziati e allineati sul ciglio della strada Piscinelle – Pentelete. Il messaggio era chiaro ed  era stato lanciato da qualche altro guappo, pronto forse a prendere il loro posto. L’accaduto, certamente, era stato un colpo a lungo meditato e ben organizzato, eseguito non da sprovveduti, ma da professionisti sanguinari. L’avvenimento, da un lato, creò molto scalpore per l’efferatezza dell’esecuzione; dall’altro, invece, venne salutato dalla popolazione con gioia per aver estirpato il malaffare e la criminalità dei fratelli Tufano.

Verso la fine degli anni ’30 del Novecento, la vita del paese fu segnata da un altro tragico episodio legato, stavolta, ai fratelli Perna alias peruozzoli. Erano persone queste dedite solo al lavoro, sempre ligi al dovere, ma analfabeti e rozzi. Il padre Antonio fu assassinato durante un furto di spighe di granturco in quello stesso latifondo dove poi i figli avrebbero goduto dei propri interessi come conduttori di alcuni terreni di proprietà del signor Merola nella masseria Camaldoli. Il latifondo, denominato la scampagnia, era gestito, all’epoca, dall’arrogante e prepotente guardiano Ciro, alias ‘o raffaiuolo, il quale non vedeva di buon occhio gli otto fratelli Perna per i loro continui e piccoli furti, che andavano perpetuando all’interno delle stesse terre. L’occasione volle – continua Vincenzo Romano –  che una domenica, il piccolo Emanuele, figlio di uno dei fratelli, recise innocentemente una rosa all’interno dell’accudito giardino della masseria. Il guardiano, vista la dinamica dell’accaduto, non solo schiaffeggiò il piccolo, ma lo redarguì pure con offensive e spregevoli parole rivolte contro la famiglia. Emanuele, prontamente, riferì al padre dell’episodio avvenuto. I fratelli Perna, offesi nell’onore, dopo una consultazione generale, decisero di fargliela pagare cara. Muniti di fucile, da armata brancaleone, affrontarono il guardiano, massacrandolo a colpi di fucile. L’autore dell’efferato delitto fu uno dei  fratelli. Nel giudizio finale di condanna, però, i germani  si  dichiararono tutti colpevoli, subendo così una pesante pena per associazione a delinquere

Nel delitto fu anche coinvolto il fratello Giuseppe, che era stato del tutto assente al caso e quindi estraneo. Giuseppe avrebbe pagato, purtroppo,  la pena per colpa della gelosia dei sette fratelli che vedevano nella sua libertà il futuro usurpatore dei loro beni.

A conquistare la piazza, successivamente, furono i fratelli Erminio, Arcangelo, Antonio e Giovanni Fiore: i cosiddetti mastro d’ascia, provenienti dalla masseria Cerreto di Saviano. La tradizione locale ci riferisce che i fratelli Fiore,  oltre ad operare nel loro paese d’origine nella guardianìa del latifondo di d. Gennaro Romano, avevano forti interessi ad espandere il loro dominio anche nella vicina città di Somma. All’epoca i fratelli Mosca e ncòppa a muntagna, con Mario, Luigi, e Salvatore, avevano numerose proprietà e coltivavano forti interessi nella zona Maresca posta tra il lagno Macedonia e quello di Fosso dei Leoni. Il feudo della suddetta famiglia era capeggiata dal gentile e cortese don Giovanni: paciere di contrasti,  mediatore di fatto in contrattazioni ed in affari, insomma un uomo di rispetto. Il Mosca, subito, aveva fatto intendere ai fratelli savianesi di  badare a se stessi e di stare lontano dalla sua zona terriera. I fratelli Fiore, infatti, si erano offerti per la guardiania dei suoi latifondi. Il persistere, inoltre, della loro presenza in zona costituì una vera e proprio sfida, specialmente a maggio quando le dolci ciliegie venivano messe sul mercato. La reazione fu prevedibile: i fratelli Fiore non avevano ascoltato le parole di d. Giovanni Mosca. Partì un meticoloso piano d’intervento, ben pianificato, per organizzare un agguato: era necessario abbattere i mastro d’ascia di Saviano con il loro gruppo. Il luogo prescelto fu la zona Pigno di Somma. All’imbrunire di una delle tante giornate di maggio, Zi Totonno, l’anziano pollivendolo, terminava il suo umile lavoro in quella strada. Gli attentatori, pronti allo scontro, dopo aver riconosciuto l’anziano, lo misero in guardia: Zì Totò, fuit, perché tra poco, ven ‘o temporal. Il gruppo dei Mosca, ben mimetizzato nel casotto ed in trincee predisposte in più punti, a secondo del possibile percorso, attendevano gli avventori. Intanto i mastro d’ascia con gli accoliti, guidati dal capo Erminio e preceduti dal loro temibile mastino napoletano, vagheggiavano in zona indisturbatamente, dimostrando la solita arroganza e la loro indiscussa sicurezza. Non si sarebbero mai aspettati che, da li a poco, si sarebbe scatenato su di loro un terribile agguato. Il primo a cadere sotto i colpi – racconta Raffaele Molaro, discendente di uno degli esecutori dell’agguato – fu l’innocente cane e poi i membri del gruppo, tra cui Erminio, che rimasto ferito, fuggì nelle campagne circostanti, e lì giustiziato dopo una estenuante rincorsa. L’episodio ebbe una vasto eco in città. Del clan Mosca furono arrestati, per omicidio, Luigi Mosca e Giuseppe Molaro, alias ‘o schucchione, mentre per i Fiore fu arrestato Antonio, che era il proprietario dello sfortunato mastino napoletano.

A guerra mondiale non ancora finita – parliamo della Seconda Guerra –  la zona  di Piazzolla di Nola era sede di un importante campo degli alleati americani. Il luogo era disseminato di mezzi, armi e munizioni. Tutto ciò costituì per gli abitanti del posto il momento adatto per ricevere aiuti per sfamarsi. Vi erano, poi, le bande di ragazzotti sbandati, che sfidando il pericolo, esercitavano operazioni di furto di oggetti e di munizioni per ricavare, dallo smontaggio, i preziosi metalli di bronzo e la polvere nera da rivendere. Preso atto di queste frequenti azioni di disturbo, gli alleati decisero di minare alcuni siti più esposti, creando per i malcapitati vere e proprie trappole mortali. Il caso volle che a farne spese fu la banda furfantesca dei Caprarielli, con la morte di tutti i suoi componenti. La soddisfazione degli abitanti del posto fu enorme, in quanto i Caprarielli erano degli autorevoli razziatori di cose. La malavita continuò incessantemente anche dopo la partenza degli alleati: i giovani senza lavoro, in special modo, diedero vita ad una frequente attività criminale, attraverso furti e rapine a danno di numerosi passanti. Il  noto luogo solitario era chiamato, popolarmente, il ponte dei mariuoli. Nel frattempo già da tempo operava, a carattere ben più organizzato, anche se toccando marginalmente il territorio sommese, la banda La Marca, rappresentata dalla punta di diamante di d. Giuseppe La Marca, che tanto fece parlare di se, lasciando i segni di memorabili imprese di altri tempi, ergendosi dapprima ad eroe e, successivamente, scontando l’ergastolo – conclude Romano – nelle patrie galere, laddove terminò i giorni della sua vita.