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Somma Vesuviana, Mario Cerciello Rega era senza pistola. L’Arma: «Non sappiamo perchè»

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L’avvocato Massimo Ferrandino assiste la moglie del vicebrigadiere assassinato

Ieri a Somma Vesuviana il consiglio comunale ha osservato un minuto di silenzio per il vicebrigadiere assassinato in servizio. Intanto la città ha ripreso un’apparenza di normalità dopo le migliaia di persone arrivate per le esequie. La famiglie di Mario e Rosa Maria si sono chiuse a riccio, seguendo l’evolversi degli eventi dopo la conferenza stampa tenuta a Roma. Voleva essere una maniera per districare i dubbi intorno alla vicenda, ha finito per crearne altri.  Intanto la famiglia del carabiniere si è affidata all’avvocato ischitano Massimo Ferrandino, fratello dell’eurodeputato Giosi, e al professore Franco Coppi, uno dei giuristi più noti d’Italia.

 

La pistola del vicebrigadiere è stata ritrovata in caserma, nel suo armadietto. «Aveva con sé solo le manette, il motivo non lo conosciamo» ha detto Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri di Roma. Niente pistola, dunque. Ma anche telecamere non funzionanti in zona. Lì vicino c’è una banca. «Non funzionavano le telecamere di videosorveglianza della banca – sono sempre parole di Gargaro – quindi purtroppo non hanno ripreso la situazione». E in conferenza stampa l’Arma risponde anche ai giornalisti che chiedono se vi siano stati errori nell’intervento di quella sera da parte di Mario e del suo collega, Andrea Varriale. «La procedura seguita è stata regolare, loro non immaginavano di trovarsi di fronte una persona con un coltello di 18 centimetri e non pensavano di essere aggrediti. Non c’è stato tempo di fare altro quando Elder, ha estratto il coltello e lo ha ferito. Poco lontano da lì c’erano pattuglie pronte a intervenire».

Ancora spiegazioni. Perché Varriale non ha sparato? «Non c’è stato tempo di reagire, non poteva sparare ad un soggetto in fuga, altrimenti sarebbe stato indagato per un reato grave». A dirlo è ancora Gargaro.

Insomma, una ricostruzione dell’accaduto che ha provato a fugare le perplessità, in una lunga ricostruzione dinanzi alla stampa. Il vicebrigadiere era senza pistola quando arriva in via Cossa. Sono le 3, 13 di notte del 26 luglio. Ha appuntamento con i due americani per recuperare un borsello per cui era stata avanzata una richiesta estorsiva. Non è solo senza pistola, ma anche in borghese. Non appena arrivano all’appuntamento, e con lui c’è Andrea Varriale, i due sono  – stando alla ricostruzione – aggrediti e sopraffatti dai due ragazzi californiani. Varriale buttato a terra, Rega pugnalato. I tempi? Un minuto. E mentre Mario veniva pugnalato, il collega non ha sparato. Non poteva colpire un uomo in fuga, è stato detto. Non ha sparato nemmeno un colpo in aria, che magari avrebbe intimidito gli stessi uomini in fuga. Avrebbe cercato invece di soccorrere il collega tentando di fermare il sangue, fino all’arrivo dell’ambulanza. Ancora la ricostruzione: i due non erano soli. Nella zona c’erano, a copertura, ben quattro pattuglie. Tante per un cavallo di ritorno. E queste quattro pattuglie non potevano essere visibili, certo. Avrebbero se no inficiato l’operazione. Del resto, se non potevano essere visibili, non potevano nemmeno vedere, dunque non solo nessuno dei colleghi è potuto intervenire per bloccare gli assassini che scappavano. Ma nemmeno hanno potuto assistere all’accoltellamento.

Qualcun altro però c’era: Sergio Brugiatelli, l’uomo che due ore prima aveva denunciato in strada, proprio ai due carabinieri Rega Cerciello e Varrriale, il furto del borsello. Erano l’una di notte. Alle due Brugiatelli ha chiamato il 112 per denunciare l’estorsione. Alle 3, 13, quando l’assassinio è già avvenuto, si avvicina ad una pattuglia e descrive gli assassini come due nordafricani. Anche per questo Gargaro ha una spiegazione: «Ha avuto paura di svelare che conosceva gli autori dell’omicidio, non voleva essere associato al fatto, ma poi ha cambiato la sua versione». E Brugiatelli quella notte aveva avuto molto da fare, stando a quanto detto in conferenza stampa: aveva conosciuto i due americani alle 23, 30, gli avevano chiesto della cocaina e lui si era offerto di accompagnarli da un amico pusher, Italo Pompei. Quando arrivano dallo spacciatore, alcuni carabinieri liberi dal servizio si accorgono del passaggio di droga e intervengono, gli acquirenti scappano e il maresciallo Pasquale Sansone chiama il suo sottoposto Andrea Varriale invitandolo ad andare lì. Non chiama la sala operativa, ma gli telefona sul cellulare. Normale prassi? «Sì – dice il comandante Gargaro – anzi è apprezzabile che carabinieri liberi dal servizio si impegnino per individuare spacciatori e ladri nei loro quartieri e in quelli limitrofi. Si è carabinieri anche fuori servizio».

Grazie alle telecamere, queste funzionanti, dopo l’assassinio che invece nessun aggeggio di videosorveglianza ha ripreso, si risale all’identità dei due americani che vengono rintracciati in hotel. Alle 11 del mattino vengono portati in casera, alle 17 sono interrogati dal pm. In questo lasso di tempo viene scattata la foto che ha fatto tanto discutere. Quella di Elder, bendato e ammanettato. «Sulla questione stiamo facendo piena luce» ha detto il procuratore Michele Prestipino in conferenza stampa. Il giovane bendato in foto è Christian Gabriel Natale Hiorth. La procuratrice aggiunta Nunzia D’Elia ha detto: «Chiedeva se il carabiniere fosse morto davvero, quando ha saputo ha versato qualche lacrima».

Il generale Gargaro si è detto dispiaciuto per le «presunte ombre e i presunti misteri laddove una ricostruzione attenta e scrupolosa dell’intervento dei carabinieri ha dimostrato la sua correttezza e regolarità». Il procuratore Prestipino, dal canto suo, ha aggiunto: Le indagini andranno avanti per chiarire tutto, in questa storia ci sono ancora punti oscuri».

 

 

 

 

 

 

 

 

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