Ancora nessuna comunicazione ufficiale è arrivata ai lavoratori del Salumificio Spiezia sulla cessazione dell’attività preannunciata dall’azienda: era attesa nella giornata di ieri. Alla vigilia del corteo previsto per questa mattina, nuovo sit-in all’ingresso della fabbrica.
Che la crisi del Salumificio Spiezia sia in una fase molto delicata e sentita, si era capito. D’altronde sono circa 90 le famiglie che rischiano di rimanere senza una fonte di reddito e con un futuro incerto. Ma quanto i nervi siano a fior di pelle per tale situazione, forse solo ieri si è manifestato in modo eclatante. E’ bastato l’arrivo di un operaio della Fiat Chrysler, Mimmo Mignano, protagonista di molte proteste dentro e fuori la fabbrica, e di Antonio Barbati, attivista del collettivo 48 ohm di Pomigliano: i due hanno portato la loro solidarietà e assicurato che oggi prenderanno parte al corteo in partenza alle 10 dall’esterno dello stabilimento. Ma la loro presenza non è stata molto gradita a un delegato sindacale della Cgil che, pubblicamente, rivolgendosi ai colleghi in presidio, con toni aspri ha minacciato: “Voi dovete parlare solo con la gente nostra. Sono stato chiaro? Se no domani nemmeno la manifestazione facciamo” (vedi video).
Un clima incandescente, in cui i lavoratori sembrano un po’ spaesati. Molti aspetti della vicenda non sono chiari a tutti. L’azienda è in difficoltà, ma certezze sui motivi non ce ne sono. Tra di loro raccontano della necessità che avrebbe la società di dover coprire circa 5 milioni di euro. Però non hanno note ufficiali, documenti, comunicazioni delle organizzazioni che li rappresentano a confermarlo. Solo parole. Le trattative che erano state avviate con alcuni investitori sono fallite. Il motivo? Nemmeno questo si sa.
Ieri nel salumificio i titolari non c’erano. “Non so quando e se verranno”, ha informato l’addetto alla sicurezza che era all’ingresso. Anche lui rischia di perdere la sua occupazione. Ma ieri lavorava. Non era tra i manifestanti, come più della meta della maestranza. L’età media dei dipendenti è approssimativamente di 50 anni. Tutti hanno una famiglia, e le spese da sostenere sono tante: il mutuo o l’affitto, la scuola, o l’iscrizione all’università per chi ha i figli più grandi. Hanno percepito lo stipendio fino a dicembre, poi più nulla. Da marzo hanno le braccia incrociate e attendono di sapere se lo Stato gli può garantire la cassa integrazione: “In busta paga già ci risulta da aprile”, afferma uno di loro. Ma se l’intenzione è quella di chiudere, senza un piano di rilancio questa possibilità sembra abbastanza remota.
Tutti gli operai rimpiangono “Mario”. Così lo chiamano, confidenzialmente. Era il patron, colui che ha creato quell’impero oggi decadente. Guidava l’azienda negli anni Ottanta, e in quel periodo i lavoratori si sentivano a casa nel salumificio. A loro avviso, i problemi sono cominciati 2-3 anni fa, quando dissidi nella famiglia Spiezia si risolsero con la creazione di altre due società, una con sede a Reggio Emilia, l’altra in provincia di Avellino. Da quel momento – sostengono – è cominciato il declino che oggi potrebbe portare alla fine di una realtà storica e all’inizio di un dramma per quasi 90 famiglie.







