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Se Isaia Sales scrive che le mafie appartengono “pienamente alla storia politica e istituzionale dell’Italia”…..

I fatti di Quarto e le riflessioni di Saviano sui mafiosi e sui camorristi che si infiltrano nei movimenti, nei partiti e nelle istituzioni sono una conferma della nuova e clamorosa lettura che Benigno e Sales fanno del rapporto tra Stato e mafie, dall’Unità ad oggi.

 

“Contro i mafiosi infiltrati non abbiamo anticorpi” ( Roberto Saviano)

Capita che nello spazio di poche settimane due libri, “La mala setta” di Francesco Benigno, pubblicato da Einaudi, e “Storia dell’Italia mafiosa” di Isaia Sales, edito da Rubettino, descrivano in una prospettiva radicalmente nuova le relazioni tra le mafie – camorra, ‘ndrangheta e mafia siciliana – e lo Stato italiano, dall’Unità a oggi. I due autori sono studiosi serissimi e uomini delle istituzioni: Francesco Benigno è professore universitario di storia moderna e di metodologia della ricerca e Isaia Sales insegna storia delle mafie al “Suor Orsola Benincasa” di Napoli ed è stato sottosegretario al ministero del Tesoro nel primo governo Prodi: insomma, le loro pagine non mirano a far chiasso, sono misurate e ponderate in ogni parola. Mi auguro che di questi due libri si parli anche nelle scuole, ma non credo che accadrà.

Capita poi che i fatti di Quarto e le riflessioni di Roberto Saviano (“Repubblica”, 16 gennaio) confermino la tesi di Sales e mi suggeriscano di pubblicare alcuni fondamentali passaggi dell’ultimo capitolo del libro, quello delle “Conclusioni”. Al libro di Benigno, che analizza le vicende degli anni 1859- 1878, dedicherò tra non molto alcuni articoli: devo dire, per correttezza, che anche Benigno e Sales, come Francesco Barbagallo, Marcella Marmo e Mascilli Migliorini parlano, genericamente, di “camorra napoletana”, senza far distinzione tra la camorra della città di Napoli e quelle del Vesuviano e del Nolano, che a parer mio, già in età borbonica costituiscono un fenomeno “originale”, e per certi aspetti già orientato verso strategie che anticipano il Novecento.

Scrive Sales:” Nella storia dello Stato italiano va registrato il riconoscimento di un altro potere, quello delle mafie, che si affianca a quello statuale. E tale riconoscimento avviene all’indomani dell’unità d’Italia e accompagna tutta la storia nazionale. La violenza mafiosa è stata utile agli equilibri della nazione”. Per la mafia siciliana era una verità già consolidata, grazie all’analisi storiografica del prof. Giuseppe Carlo Marino. Anni fa, quando Giuseppe Ayala venne a Praja a Mare a presentare il suo libro sugli amici Falcone e Borsellino, una signora napoletana gli domandò se lo Stato può vincere la partita contro la mafia. E Ayala, “giocando” con la metafora sportiva, rispose che potrebbe vincerla facilmente, se certi giocatori schierati nella squadra dello Stato non avessero la pessima abitudine di giocare per gli avversari e di farsi autogol in serie. Era implicita, nella risposta del magistrato, la sprezzante condanna anche degli “allenatori” e dei compagni di squadra che non cacciano via i traditori, e permettendo che essi restino in campo, si fanno coinvolgere, fatalmente, nel loro tradimento. Del resto, Giovanni Falcone l’aveva scritto: tutto dimostra che Cosa Nostra non si oppone allo Stato, ma è piuttosto “un’organizzazione parallela”.

La novità dell’analisi di Sales sta nel fatto che la qualifica di “organizzazione parallela” viene estesa non solo alla ‘ndrangheta, ma anche alla camorra. Che la camorra abbia “lavorato” e possa ancora “lavorare” al servizio dello Stato, è verità accettata da tutti, ormai: ma anche gli studiosi e gli osservatori più attenti hanno sempre pensato che fossero episodi circoscritti e “servizi” saltuari, e che solo una piccola parte della società civile e del ceto politico tenesse le mani nella stessa pasta in cui le tenevano i camorristi. “Per più di un secolo e mezzo – scrive Sales – “si è registrata la sostanziale impunità per i membri delle organizzazioni mafiose “: e a garantire questa impunità hanno “contribuito pienamente” tutte le istituzioni dello Stato, anche quelle che per obbligo d’ufficio avrebbero dovuto indagare, arrestare, condannare. “E’ stata l’impunità la grande legittimazione delle mafie di fronte ai ceti popolari” (pag.376). E poche pagine dopo Sales osserva acutamente che anche il radicamento delle mafie al Nord dimostra “indiscutibilmente” che l’identità mafiosa appartiene “alla storia del Paese prima ancora che a quella del Mezzogiorno,,.Le mafie ci appartengono. Come italiani, prima che come meridionali”. (pag. 408).

Commentando i fatti di Quarto in un articolo su una “ricetta di Biagio”, e dunque mescolando gioco e serietà, espressi la mia meraviglia per l’ingenuità di un clan storico e carico di esperienza che si fa “intercettare” mentre tratta questioni pericolose, meritevoli di colloqui a quattr’occhi: non escludevo che quel clan avesse abilmente “contaminato” il Movimento di Grillo per “sputtanarlo”. Sabato, su “Repubblica”, Roberto Saviano ha parlato dei “boss mascherati”, e in particolare del “pentito” siciliano Francesco Campanella, braccio destro di Nino Mandalà, boss di Villabate. Del consiglio comunale di Villabate il Campanella era stato presidente, e in qualità di presidente aveva contribuito alla nascita di un Osservatorio sulla criminalità, “con il consenso di Mandalà e di Provenzano”. L’antimafia dei mafiosi, l’anticamorra dei camorristi, i camorristi e i mafiosi campioni della legalità: è un tema affascinante. “Contro i mafiosi infiltrati”, osserva Roberto Saviano, “non abbiamo anticorpi…non è facile riconoscerli. I mafiosi non hanno coppola, non parlano dialetti incomprensibili. Sono identici a noi.”. E subito dopo Saviano parla di Quarto, degli errori clamorosi che a Quarto sono stati commessi dal Movimento 5 Stelle, “il più pulito dei partiti”.

L’ analisi di Saviano merita una attenta riflessione, e molto più spazio. Ma mi permetto di far notare, ancora una volta, che la “madre” dei problemi oggi non è tanto la classe politica, quanto la burocrazia. A metà degli anni ’80, dopo aver vinto la guerra con la NCO, alcuni clan della “Nuova Famiglia” mettono le mani, nel Nolano e nel Vesuviano, sulle opere pubbliche e sulla costruzione dei grandi centri commerciali. Gli atti ufficiali (processi, dichiarazioni dei pentiti, verbali di indagini) dimostrano che queste scelte impongono ai capi dei clan di modificare radicalmente le strategie e di stringere “relazioni” non più solo con la classe politica, ma anche con i burocrati. I burocrati diventano interlocutori privilegiati, quando la dissoluzione dei partiti storici e della Prima Repubblica portano al potere una classe politica di qualità non elevata, e nei Comuni inizia la stagione del “partito dei sindaci” e, in non pochi casi, di un populismo pericolosamente ridicolo.

Su un punto Marmo, Barbagallo, Marino, Sales e Saviano sono d’accordo: il potere delle mafie è un potere di relazioni.

 

 

 

 

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