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Sant’Anastasia. Centro Liguori. Disabili trattati come pacchi

A dirla per intero, senza tanti fronzoli, questa storia infinita un inizio non ce l’ha mai avuto, e in verità neanche una fine, ma soltanto un umiliante e interminabile strazio.
Sto parlando del centro Liguori, una struttura polifunzionale inaugurata in epoca Iervolino (sindaco di Sant’Anastasia a fine anni novanta inizio duemila) per incentivare la socializzazione e l’integrazione dei portatori di handicap. Dal giorno della sua inaugurazione, malgrado le solite stucchevoli promesse, il centro continua ad essere maltrattato, calpestato, da una politica priva di progetti e serietà.
Abbiamo seguito, soprattutto in questo ultimo anno, lunghe discussioni, raccontato di scelte più o meno scriteriate che avevano decretato una veloce riduzione degli spazi destinati alle attività. C’era da offrire ai militari, i carabinieri, una nuova sistemazione, così ci fu detto. Una priorità, quest’ultima, naufragata successivamente non si sa per quale ragione. Eppure, i ragazzi, le loro famiglie, le associazioni, hanno vissuto lunghi momenti di angoscia. Di incertezza. Condizioni di patimento morale e psicologico alle quali qualcuno, assurdamente, decise di non prestare attenzione. Quel qualcuno che preferì, ignorando qualsiasi tentativo di confronto, approcciarsi ai ragazzi e alle ragazze del centro equiparandoli a pratiche burocratiche. A pesanti pacchi da poter spostare qui o lì a seconda delle proprie esigenze clientelari.
Oggi, a quanto pare, sulla base di una rinnovata impellenza, ci ritroviamo nuovamente nel pantano. Le associazioni operanti presso il centro Liguori (UICI, MIR, Annabella), verranno traslocate nel grande salone, quello centrale. Una locale dove, tanto per capirci, sono già ospitate una cucina ed una serie di vecchi arredi.
Lo stanzone, secondo lo spiccato intelletto di chi ha sviluppato questa innovativa svolta, verrà suddiviso in tre perimetri e si vivrà tutti insieme, promiscuamente, in allegria. Insomma, in barba a tutte le particolari esigenze richieste dalle diverse patologie di handicap. Una forma di integrazione selvaggia che non ha né capo né coda.
Ciò che resterà del centro, poi, notizia sensazionale, verrà suddiviso per ulteriori ed eventuali scopi. Quali? Non ci è dato saperlo.
Sull’argomento, Giustina Maione, presidente dell’associazione Annabella e da una vita brillantemente attiva nel sociale, ha così commentato: “vorrei che i ragazzi fossero messi al primo posto. Che fossero rispettate le loro esigenze, i loro tempi, e potessero godere di spazi adeguati. Invece, a quanto pare, per l’amministrazione Abete, la disabilità è un argomento di secondaria rilevanza.”
Davanti a questo ennesimo teatrino inscenato da attori improvvisati, l’unica convinzione che possiamo portare avanti con matematica certezza, dice che questa maggioranza, in quanto a politiche sociali, si muove senza capacità. E lo fa peggio di chi l’ha preceduta negli ultimi quattro anni.
Paragonabile quasi ad un vile accanimento, la disabilità subisce un ulteriore sgambetto. Prosegue, imperterrito, un atteggiamento che la pone alla stregua di un fastidio, di una tematica dove le caramelle, i miseri e pietosi sorrisi rappresentano l’unica offerta da portare a casa.
In questa amministrazione, in chi ci lavora, non c’è ombra di progresso culturale che proponga ai cittadini, a coloro che dovrebbe relazionarsi all’handicap, un modello di comunione sociale degno di un paese europeo, civile, emancipato e progressista. Si continua con del becero assistenzialismo, con una visione dell’handicappato come quell’essere incapace, improduttivo, che può essere compatito e basta. Non gli si offrono strumenti per l’indipendenza, l’autonomia, per una totale ma finanche parziale partecipazione alla vita pubblica.
Ma le colpe? Possiamo davvero attribuirle soltanto della politica che anima il palazzo? No! Numerosi errori, vanno accollati agli stessi disabili. A quelli che, come me, colpiti da handicap fisici, hanno tutte le capacità intellettuali ed emotive per potersi ribellare a questo schifo. Di smuovere le viscere dei silenti e di impegnarsi il doppio facendosi carico di chi non ha la possibilità di esprimersi. Dobbiamo avere il coraggio, noi handicappati, di ammettere i nostri sbagli. Di sentirci responsabili quando accettiamo squallidi compromessi, briciole di pane ingoiate come fossero ricchi banchetti. Quelle piccole elemosine che finiscono di affamarci.
Va gridato, con tutto il fiato stipato nei polmoni, che il centro Liguori è una faccenda di tutti. È parte integrante delle famiglie di giovani disabili e non solo. Il centro Liguori appartiene agli anastasiani. Il centro Liguori è una radice fondamentale della nostra Sant’Anastasia.
Sembra inutile ripeterlo, ma è comunque un bene ribadire che: tutte le forza presenti sul territorio, a partire da quelle politiche, religiose arrivando fino alle laiche, dovrebbero attivarsi nel tentativo di offrire, definitivamente, continuità e dignità ad una struttura che incarna la base sociale di qualsiasi comunità. Perché se abbandoniamo gli ultimi, quelli che si muovono con un passo lento e faticato, abbiamo decretato la morte dei valori solidali e di unione.
In conclusione, ricordo quasi fosse ieri, durante lo svolgimento di un dibattito pubblico sulla disabilità e le barriere architettoniche, l’intervento dell’assessore alle politiche sociali Cettina Giliberti, “il mio ufficio, nel giro di un anno, rivoluzionerà le politiche sociali”.
Ecco, trascorsi quei profetici dodici e passa mesi, l’unica effettiva rivoluzione, sembra aver interessato geometri ed architetti del comune, che in fretta e in furia, da un momento all’altro, dovranno mettere in piedi muri divisori. Pareti impastate con vergogna ed inerzia istituzionale che avranno il solo scopo di ridisegnare il destino nonché le speranze di decine di ragazzi disabili.

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