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San Michele, l’Arcangelo che controlla l’energia magnetica della Natura: come Apollo, Mitra e Dioniso…

Nella cultura del”numinoso” che i primi Cristiani condivisero, per non pochi aspetti, con i pagani, il sole, le tenebre, il serpente sono forme fisiche, e nello stesso tempo, metafore di energie utili agli uomini e di pericolose forze negative.  Nella “figura” dell’ Arcangelo Michele, disegnata da Bizantini e da Longobardi, sono presenti solide memorie dei culti di Apollo, di Mitra e di Dioniso. L’affascinante mistero dei “luoghi di forza”, presenti, forse, anche a Ottaviano.

 

I Cristiani, si sa, attribuirono ad alcuni Santi le immagini e i “poteri” delle divinità pagane. La “figura” e il culto dell’Arcangelo Michele vennero elaborati da Bizantini e da Longobardi: dal lavoro dei due popoli venne fuori un “personaggio” complesso, dotato di molti e straordinari carismi. Nell’età imperiale gli intellettuali di Roma e la cultura popolare, sollecitati dalla diffusione dei culti misterici dell’Oriente, si persuasero che la Natura fosse un sistema colmo di energie, sia positive che negative: e perciò crebbe l’interesse per quelle divinità a cui si riconosceva il potere di orientare le forze utili agli uomini e di controllare e frenare i magnetismi dannosi. L’egiziana Iside e il persiano Mitra conquistarono l’attenzione dei cittadini dell’Impero, e lo si vede anche a Pompei: il culto della Grande Madre Vesuviana, alimentato dalle tragiche vicende delle eruzioni, ha le sue radici nella “teologia” di Iside. Il dio Mitra, che affascinò l’imperatore Giuliano, era nato il 25 dicembre, il Natale di Gesù, chiedeva che i suoi fedeli si battezzassero con il sangue di un toro, e che considerassero la morte fisica come inizio di una seconda, immortale esistenza: un’esistenza di felicità per i buoni, e di sofferenza per i malvagi. Mitra era il Sole, come Apollo: il sole fisico che dà la luce, e il sole morale che indica la via del bene ai suoi seguaci, e che per proteggerli va a sfidare le forze delle tenebre nel corpo stesso della Terra: la grotta è il “luogo” proprio del culto di questo dio solare, così come lo è per San Michele. Anche nella “immagine”dell’Arcangelo protettore di Ottaviano sono presenti i segni del sole, del sole di Apollo e di Mitra, e delle tenebre: richiamano la luce i capelli biondi, lo splendore del volto e del manto e i riflessi abbaglianti della corazza, mentre il signore delle Tenebre giace sconfitto sotto i suoi piedi e torce il corpo mostruoso in cui forme prossime a quelle dell’uomo si congiungono con le forme del drago e del serpente: come serpente il principe del Male si presentò ad Adamo ed Eva. E il serpente e il drago, metafore delle forze insidiose della Natura, sono presenti nell’iconografia di dei pagani e di santi cristiani, mentre in quella di Mitra la natura maligna è rappresentata dal toro, che il dio pugnala alla gola.

In alcuni documenti del ‘700 San Michele viene invocato dagli esorcisti perché espella dall’anima e dal corpo dell’indemoniato gli spiriti del male, e a lui le folle atterrite dei fedeli si rivolgono perché venga in loro aiuto quando le acque delle cisterne diventano putride, quando le paludi esalano miasmi mefitici e quando sulle terre vesuviane si abbattono, prima e dopo le eruzioni, le micidiali e misteriose piogge acide, che rendono sterili la campagna, e forse anche le donne e gli uomini, come raccontano le “vammane”. E’ l’affascinante mistero dei “luoghi di forza”, che sprigionano energia:  sono “luoghi di forza” le grotte di Mitra e di San Michele, e i colli su cui i Bizantini e i Longobardi costruirono i santuari e le chiese sacri all’Arcangelo; lo erano i “temena”, gli spazi su cui i pagani innalzavano i loro templi e che venivano individuati, con riti complicati, da sacerdoti dotati di particolari poteri. I cristiani edificarono le loro chiese sulle rovine di questi templi per sfruttare non solo pietre e travi, ma anche il fascio di energia che quei luoghi irradiavano. E dunque San Michele ci protegge dal Vesuvio non solo per la facile analogia tra fiamme dell’Inferno e i fuochi del vulcano, ma anche perché il cratere, le bocche, le lave e gli ammassi di cenere sono, per antica tradizione, “luoghi di forza”. Dal ‘600 alla prima metà dell’’800 il territorio di Ottajano venne esplorato da teologi che cercavano, nelle grotte, negli alvei, sui “tuori” le sorgenti di flussi magnetici capaci  di convogliare sulla fertilità dei vigneti e sulle malattie del corpo e sulla corruzione dell’anima di donne e uomini i benefici effetti dell’energia di Natura.

In quanto patrono di questa energia positiva, San Michele divenne, sul Gargano, protettore del grano e dalla Puglia alla Campania ereditò anche i poteri di Dioniso, dio del vino: da qui i due “tempi” a lui consacrati, l’8 maggio, all’ingresso della primavera, e il 29 settembre, tempo di vendemmia. A Ottajano, i due momenti venivano celebrati con due processioni, e con due distinti percorsi: sarebbe importante, da molti punti di vista, rinnovare la tradizione della processione del 29 settembre, ma temo che amministratori e parroci della nostra città vedano le cose in altro modo

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