Invitato dal Presidente del Comitato “Premio Cimitile”, ieri sera ho presentato, insieme ad altri amici, il libro su “Io, morto per dovere”, la vera storia di Roberto Mancini, di Luca Ferrari-Nello Trocchia. Un vero eroe, testimone della legalità e della giustizia. E che, inascoltato dal potere, ha dato la sua vita per “custodire” la nostra terra. Roberto da giovane frequenta il Liceo Ginnasio Statale Augusto di Roma e qui collabora con il collettivo studentesco di estrema sinistra. Per le sue idee politiche verrà in seguito soprannominato “il poliziotto comunista” o “il poliziotto con il Manifesto”. Terminati gli studi si arruola nella Polizia di Stato nel 1980. La sua più importante attività è legata ad indagini sulla camorra e traffico di rifiuti. A partire dal 1994, insieme alla sua squadra, comincia a svolgere delicate indagini sul clan dei Casalesi, fino a produrre una preziosa informativa che nel 1996 consegna alla direzione distrettuale antimafia di Napoli. L’indagine vede coinvolti diversi personaggi del mondo della giustizia, delle imprese e della politica e i principali intermediari tra le aziende e i Casalesi nello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi nelle discariche abusive tra Caserta e Napoli. Dopo diversi anni, durante i quali le indagini vengono ostacolate e lo stesso Mancini trasferito, il pubblico ministero Alessandro Milita, riapre le indagini, convocando Mancini a testimoniare nel processo per disastro ambientale e inquinamento delle falde acquifere in Campania. Il procedimento inizia nel 2011. Tra il 1998 e il 2001 Mancini collabora con la Commissione rifiuti della Camera, svolgendo numerose missioni in Italia e all’estero. Il contatto ravvicinato con rifiuti tossici e radioattivi durante la sua attività investigativa lo porta a contrarre il linfoma non-Hodgkin, che gli viene diagnosticato nel 2002. Morirà il 30 aprile 2014, lasciando la moglie e una figlia. A seguito della certificazione del comitato di verifica del Ministero delle Finanze, attestante che il suo tumore del sangue dipende da “causa di servizio”, gli viene riconosciuto un indennizzo di 5.000 euro, giudicati dal Mancini stesso insufficienti anche per il rimborso delle sole spese mediche. Nel settembre 2014, in seguito a manifestazioni, petizioni, l’impegno di alcuni amici, della famiglia e di alcuni parlamentari, a Roberto Mancini viene finalmente riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato riconoscendo il suo importantissimo lavoro e il sostegno alla sua famiglia. In fondo, leggendo la sua bella storia pensavo che mentre lui “lottava” contro il potere occulto per affermare la verità, anche noi come Chiesa alla fine degli anni 90 abbiamo cercato di svegliare le coscienze, di denunciare le “strutture di peccato” (le ECOMAFIE) che hanno ridotto il nostro territorio a vera “pattumiera d’Italia”, con la connivenza di tutti (anche se con diverse e diversificate responsabilità). Vogliamo ri-prendere l’esempio e la testimonianza di Roberto e continuare a difendere a denti stretti il nostro territorio, anche se il cammino della verità e della legalità è ancora lungo e la lotta, anche se sono passati tanti anni, è appena cominciata. Mi piace richiamare due famose frasi che, credo, sintetizzino bene il senso del martirio di Roberto Mancini. Una di Brecht, drammaturgo tedesco il quale diceva: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. E, l’altra, di Martin Luther King, difensore dei diritti civili, il quale diceva: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti”.






