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Omicidio Melania Rea, la Cassazione conferma: venti anni di carcere. Il fratello della vittima: «Lo caccino dall’esercito, non è giusto goda dei benefici di un carcere militare»

 Il terzo grado di giudizio ha sostanzialmente confermato la colpevolezza dell’ex caporalmaggiore dell’esercito, ribadendo la condanna a venti anni di reclusione per l’omicidio della moglie Melania. Ma i suoi legali non si fermano: gli avvocati di Parolisi annunciano un ricorso alla Corte di Strasburgo.

 La Suprema Corte ha respinto un nuovo ricorso della difesa di Parolis, rifiutando la concessione di attenuanti generiche e confermando la condanna a venti anni di carcere per l’ex caporalmaggiore dell’esercito. I suoi avvocati, Biscotti e Gentile, ritengono però il processo ancora «aperto», con zone grigie che la sentenza di colpevolezza non ha, secondo loro, chiarito. Faranno ricorso alla Corte Europea per i diritti dell’uomo.

Melania, giovane moglie e mamma di Somma Vesuviana, morì a soli 28 anni il 20 aprile del 2011. Il suo cadavere martoriato fu ritrovato nel bosco delle Casermette a Ripe di Civitella in provincia di Teramo, due giorni dopo la sua sparizione. Era uscita di casa, la sua dimora di Folignano ad Ascoli Piceno, con il marito e con Vittoria, la sua figlioletta che all’epoca aveva solo diciotto mesi. Si erano diretti a Colle San Marco. Parolisi disse che Melania era scomparsa dopo essersi allontanata e due giorni dopo il suo corpo fu ritrovato grazie ad una telefonata anonima partita da una cabina telefonica del centro di Teramo. Trentacinque coltellate sul cadavere e una scena del crimine «inquinata» da volontà di depistare le indagini.

Il marito fu arrestato il 19 luglio del 2011. Ora Parolisi è rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e si è sempre proclamato innocente. In primo grado scelse il rito abbreviato e fu condannato all’ergastolo con pena ridotta a trent’anni dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila. Nel 2015 la Cassazione rese definitiva la sentenza per i reati di omicidio e vilipendio di cadavere. «Un delitto d’impeto» – sancirono i giudici. La Corte aveva però escluso l’aggravante della crudeltà, affidando per questioni tecniche ai giudici d’appello di Perugia il compito di rideterminare la pena. Il 27 maggio dell’anno scorso il collegio perugino ha quindi ridotto la condanna da 30 a 20 anni di reclusione,senza però riconoscere le attuanti generiche. Una sentenza che ieri la Cassazione ha reso definitiva, chiudendo la vicenda giudiziaria.

Michele Rea, fratello della vittima ha ieri rivolto un appello: «La mia famiglia si aspetta che ora Parolisi sia buttato fuori dall’esercito come persona indegna di onorare una divisa. Sia un detenuto come tutti gli altri e senza i benefit derivanti dalla detenzione in un carcere militare».

 

 

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