La folla dedica applausi e baci a chi oggi esercita il potere, anche se fino a ieri era un nemico. Il potere spinge la folla a dimenticare, finché è conveniente dimenticare. E’ questo uno di quei pochi principi che attraversano il corpo della storia restando, da sempre, immutabili: essi permettono di dire che in qualche caso la storia, che di solito non insegna nulla, può dare, attraverso la lezione del passato, lumi anche al presente. Gli applausi più fragorosi per la morte dei briganti vennero da coloro che di quei briganti erano stati amici, finanziatori, sfruttatori.
E’ probabile che la storia non insegni nulla, perché gli uomini e gli intrecci delle vicende si trasformano senza sosta. Tuttavia, alcuni principi archetipi restano immutabili e consentono al passato di svelare al presente qualche interessante verità. Uno di questi principi dice che da sempre chi esercita il potere gode, finché lo esercita, del favore della gente: un favore smemorato, che, finché conviene, riesce a dimenticare le cose di ieri . Chi oggi è potente è nostro amico, e gli battiamo le mani, e gli mandiamo baci, anche se ieri era un nostro nemico; e gli amici di ieri sono i nostri nemici di oggi, se oggi non hanno più potere, se sono scesi da cavallo. Le vicende dei briganti vesuviani sono un nitido documento di questa lezione di storia.
Vincenzo Barone venne ucciso, la sera del 27 agosto 1861, dai “piemontesi” del 6° reggimento, guidati da due capitani liguri e dal tenente Gaetano Negri, che poi sarebbe diventato sindaco di Milano, e senatore. Ma a rivelare ai “piemontesi” che il brigante stava nascosto nella casa di “Palamolla” furono Saverio Ardolino, Antonio De Luca e Vincenzo Miranda, tutti cittadini di Sant’Anastasia. Sartoris e Negri raccontarono che Luisa Mollo, la donna di Barone, ai soldati che avevano fatto irruzione nella casa aveva indicato, con lo sguardo, un armadio chiuso: dentro stava il brigante. Antonio Cozzolino Pilone venne tradito dai camorristi di San Giuseppe e di Boscoreale, e, il 14 ottobre 1870, un boschese, di cui lui si fidava, lo portò sotto i pugnali dei “questurini” napoletani che lo aspettavano poco lontano dal Museo, nel tratto di strada tra l’Albergo dei Poveri e l’Orto botanico. I “questurini” avrebbero potuto catturarlo senza problemi: erano almeno in quindici contro il solo Pilone, che per di più non portava armi. Ma era stato “consigliato” all’appuntato Generoso Zicchelli, che comandava la squadra, di non fare prigionieri: i processi, si sa, erano e sono pericolosi per tutti, talvolta. Sindaci e “galantuomini” del Vesuviano dedicarono alle forze dell’ordine scrosci di applausi e elogi clamorosi: i loro sospiri di sollievo arrivarono fino a Napoli, ma nessuno volle sentirli. Alcuni sindaci e molti “galantuomini” erano stati protettori e finanziatori di Pilone e della sua “comitiva”.
Esemplare è la morte dell’ultimo brigante. Luigi Panariello di Raffaele, di 35 anni, di Boscotrecase, l’ultimo latitante della banda Pilone, sopravvisse al suo capo meno di un anno. Il 26 giugno 1871 egli aggredì agli Aquini di Boscoreale il guardiano Giuseppe Boccia, che era forse spia dei carabinieri, e gli sparò contro due colpi di fucile e 12 colpi di revolver. Avendo visto che, per difetto della sua mira, il Boccia, pur gravemente ferito, era ancora vivo, il Panariello si accingeva a finirlo a colpi di pugnale, ma lo bloccò la moglie del guardiano, Maddalena Lullo , di anni 26, gettandosi sul corpo del marito e implorando pietà. Panariello fuggì via, e solo allora i vicini che dalle finestre avevano assistito alla tragica scena uscirono di casa, si avvicinarono ai due e prestarono i primi soccorsi. Un guardiano di Terzigno riferì ai carabinieri di Boscotrecase che il brigante era nascosto in un campo di granone, nel luogo detto Cangiano Cacone, in tenimento di Boscoreale. Carabinieri e guardie nazionali vi accorsero in carrozzella; sul luogo, scesero dalle vetture con somma cautela e stanarono la preda. Panariello uscì dal covo, scaricò il fucile contro i cacciatori e si diede alla fuga. Corse alla disperata, sotto il sole, saltando tra i solchi della terra nera e ferace, che dava due raccolti all’anno, cambiando senza sosta direzione per sfuggire ai colpi degli inseguitori, che gli erano alle spalle, ma non riuscivano ad afferrarlo. Due ore durò la corsa, fino alla Fiumara del Sarno: qui il brigante sperò d’essere salvo, poiché i suoi inseguitori li sentiva sfiniti, prossimi a fermarsi. Ma Giuseppe Cirillo di Gaspare, di Boscotrecase, contadino, bersagliere in congedo, che stava a lavorare in quel punto della piana grassa di vapori, si fece dare il fucile da Luigi Sorrentino, caporale della G.N.di Boscoreale, e si lanciò alla caccia, seguito, con le ultime energie, dagli altri. Panariello capì e si fermò ad aspettare.
Quando il Cirillo gli fu vicino, il brigante gli sparò un colpo di carabina, ma lo mancò, e si lasciò cadere in un solco; il Cirillo gli fu sopra e lo colpì violentemente sulla testa con il calcio dell’arma. Panariello riuscì ancora a estrarre la pistola, ma intanto giungeva il Sorrentino, che gli tirò un colpo di rivoltella alla gola e lo rese cadavere. La spia di Terzigno ebbe un premio di trenta lire, a Cirillo furono date 735 lire, a Luigi Sorrentino 50 lire. Con 50 lire il Sindaco di Ottajano, don Giuseppe Bifulco, contribuì al donativo: avrebbe dato di più per “l’uccisione del perverso assassino”, se le casse del Comune lo avessero consentito. I Carabinieri di Castellammare registrarono l’uccisione di Panariello nella relazione giornaliera del 29 giugno, dopo una denuncia di furto e prima di una denuncia di tentata violenza carnale: a Torre Annunziata Giovanni Fuschillo era entrato in casa di Giovanna Giordano e aveva cercato di prenderla; la donna era riuscita a fuggire, ma il Fuschillo s’era steso sul letto ad aspettarla, con tutta calma.
La piccola guerra del brigantaggio vesuviano finì nello splendore allucinante del sole mediterraneo. L’ironia della storia volle che Luigi Panariello fosse ucciso da un contadino che aveva prestato il servizio militare, con onore, nell’esercito dell’Italia unita.



