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Non lo trovi un filosofo che parli male del vino

Seneca osservò che non a caso l’inventore del vino fu chiamato Libero: “ non perché il vino scioglie la lingua, ma perché libera lo spirito dalla schiavitù degli affanni, lo rinfranca, lo ravviva e lo rende più audace in ogni azione “. E all’allievo Lucilio ricordò che la parte migliore della vita è la prima, così come il vino più puro è quello che esce per primo dall’anfora, mentre in fondo resta, del vino e della vita, solo la feccia. Correda l’articolo l’immagine di un quadro di Malcom Liepke.

 

I Greci e, in parte anche i Romani, ritennero che Dioniso -Libero, il dio del vino, fosse capace di provocare frenetici sconvolgimenti e anche di frenarli, imponendo il dominio della razionalità. Il Dioniso delle frenesie era venerato dalle Baccanti, mentre al Dioniso della razionalità i Greci dedicarono un “momento” prezioso della loro civiltà, il “simposio”, il banchetto dell’amicizia (immagine in appendice). “Simposio” è il titolo di un’opera di Platone, che vi descrisse la passione di Socrate per il vino,” bevuto con moderazione” – ma si sa, i confini della moderazione sono incerti e variano da persona a persona – e si divertì, Platone, a costruire una etimologia scherzosa della parola che in greco indica il vino (oinos) :chi beve vino è indotto a credere di essere intelligente.

E al “Simposio” si ispirò nel sec.II d.C. Ateneo di Naucrati, autore di un’opera straordinaria “ I Deipnosofisti- I dotti a banchetto”, a cui dovremo dedicare qualche articolo. Osserva Massimo Montanari che la fortuna filosofica del vino nasce dal fatto che “è uno degli alimenti più duraturi, condivisibili e globalizzati: le sue qualità possono essere discusse anche a distanza di tempo e in luoghi diversi, sollevando interessanti problemi riguardo alla critica e alla formazione del giudizio”. Montanari cita un testo del filosofo David Hume “La regola del gusto” in cui il filosofo scozzese incomincia a definire una “verità” destinata a diventare fondamentale, e cioè che il gusto non è una immodificabile dote di ogni persona, ma nasce, si costruisce e si sviluppa attraverso il confronto con gli altri. Questo spiega perché i Greci consideravano importanti le discussioni “simposiache”.

E per confortare questa tesi della costruzione intersoggettiva del gusto David Hume ricorda una scena del “Don Chisciotte” di Cervantes, in cui Sancho racconta allo “scudiero dal grande naso”: Due miei parenti furono, una volta, chiamati a dire la loro opinione su una botte che si supponeva eccellente, perché era vecchia e di ottima uva. Uno di loro la assaggia, ci pensa sopra e, dopo matura riflessione, decide che il vino sarebbe stato buono, se non fosse per quel leggero sapore di cuoio che egli vi sentiva. L’altro, dopo aver usato le stesse cautele, emette anche lui il suo verdetto in favore del vino, ma con riserva, per un certo sapore di ferro, che riusciva a distinguere nettamente. Non potete immaginarvi quanto essi fossero presi in giro per il loro giudizio. Ma chi rise per ultimo? Vuotando la botte, sul fondo si trovò una vecchia chiave cui era attaccata una striscia di cuoio.

Hanno parlato della “filosofia del vino” anche importanti filosofi contemporanei: chiedo perdono per le lunghe citazioni: esse servono per illuminare il lettore sui “giochi metaforici” usati per rappresentare i valori profondi del “liquore” di Dioniso. Dell’amore dei Francesi e di Gustav Bachelard per il vino Roland Barthes scrive “Il vino è sentito dalla nazione francese come un bene che le è proprio, allo stesso titolo delle sue trecentosessanta specie di formaggi e della sua cultura. E’ una bevanda-totem, pari al latte della mucca olandese o al tè cerimonialmente sorbito dalla famiglia reale inglese. Bachelard[5] ha già dato la psicanalisi sostanziale di questo liquido alla fine del suo saggio sulle fantasticherie della volontà, dimostrando che il vino è il succo di sole e di terra, che il suo stato base è non l’umido bensì l’asciutto, e che per questa ragione la sostanza mitica che gli è più contraria è l’acqua. A dire il vero, come ogni totem vitale, il vino sorregge una mitologia svariata che non si preoccupa delle contraddizioni.

Nel 2010 Roger Scruton, un importante filosofo inglese, pubblicò il libro “Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino”, in cui, scrive Aurosa Allison, egli analizza l’amore “ che si nutre per la terra come per la natura, un amore basato sulla continua considerazione dell’elemento e delle sue proprietà sostanziali. Attraverso le fantasticherie e le riflessioni dell’intimità materiale possiamo discernere il vino da un punto di vista elementare, proprio come si presenta nel regno vegetale come ad esempio la collocazione della sua origine nella radice e della sua più florida espressione, quella della vigna. Parlare di vino, significa trattare l’elemento primordiale.”. Chi vuole approfondire l’argomento può leggere il saggio “Filosofia del vino”, pubblicato da Massimo Donà nel 2003.

 

 

 

 

 

 

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