Così scrisse Roberto Longhi. Nel quadro, rubato nel 1969 e mai più ritrovato, Caravaggio adottava soluzioni tecniche e esprimeva idee di grande originalità: prima di tutto, la convinzione che per “rinascere” bisogna “dubitare”, mettersi in discussione senza riserve.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969 – a Palermo è una notte piovosa – due uomini, “dopo aver fatto saltare la stanca serratura con un coltello” entrano nell’ Oratorio di San Lorenzo, scorniciano con una lametta la “Natività” di Caravaggio, arrotolano la tela e la portano via, su una motoape: “in un’atmosfera da Grisbi alle sarde” ha scritto Marco Cicala ( Venerdì di Repubblica, 4 dicembre). Il quadro non è stato più ritrovato: e la certezza che non lo rivedremo più, il suo valore intrinseco, la particolare interpretazione che Caravaggio dà della “Natività”, i modi del furto, le rivelazioni dei pentiti di mafia, la trama delle chiacchiere fanno di questa vicenda un modello perfetto della storia italiana: e come un amaro modello l’hanno raccontata Leonardo Sciascia e Andrea Camilleri.
Luca Scarlini, autore del libro “Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto”, dice chiaramente che la ricostruzione ufficiale del furto è in certi punti contraddittoria e fiacca: insomma, è come la serratura dell’Oratorio, che Cicala definisce “stanca” e Scarlini “difettosa, invalida e zoppa”. Vincenzo Scuderi, Sovrintendente alle Belle Arti di Palermo, informato del furto, dichiarò che “ se l’aspettava, una sorpresa” di tal genere, e sull’ “Ora“, giornale palermitano, la notizia della “sorpresa” fu data e aspramente commentata da Mauro De Mauro, che l’anno dopo la mafia fece scomparire nel nulla. Del quadro hanno parlato mafiosi di vario taglio, e ognuno ha raccontato la sua verità. Il penultimo dell’elenco, Francesco Marino Mannoia, si accollò il furto e svelò che la tela era stata fatta a pezzi e gettata in un fiumiciattolo del Palermitano. Ma poi si vide che il Mannoia si confondeva con un’altra “Natività” trafugata, quella di Vincenzo da Pavia. Nel 2009 Gaspare Spatuzza raccontò una storia più colorata: negli anni ’80 la tela sarebbe stata affidata al clan dei Pullarà: nascosta in una stalla, sarebbe stata mangiata da topi e da maiali e infine distrutta dal fuoco.
Non riesco a capire come in questo capolavoro qualcuno abbia trovato solo “soluzioni formali convenzionali” (Rodolfo Papa, Caravaggio- gli ultimi anni, 2004). Nemmeno i due animali sono convenzionali, perché sono stati dipinti – lo fece notare Roberto Longhi – con l’ innovativa tecnica dei “semitoni ombrosi”. Pare convenzionale la disposizione in cerchio delle figure, ma vedremo che proprio questa soluzione serve a esprimere la nota più originale dell’opera. A destra, in dalmatica, c’è San Lorenzo, a cui è consacrato l’Oratorio che ospitava il quadro; di fronte a lui prega un “eccezionale” San Francesco, raffigurato da Caravaggio più come il Capo dell’ Ordine che come il Poverello di Assisi. Lorenzo e Francesco sono il simbolo di una Chiesa già diventata sistema: i segni della povertà si leggono solo nel vecchio che sta alla sinistra di San Francesco, e che è San Giacomo, forse, o forse fra Leone, compagno del Santo di Assisi. Dall’alto irrompe, nell’impeto di uno scorcio geniale, un angelo che ricorda l’angelo del “San Matteo nello Studio”.
E’ radicale l’originalità figurativa della Sacra Famiglia. San Giuseppe è visto di spalle, e le sue gambe ci dicono che è molto più giovane di quanto permetta l’iconografia tradizionale (e infatti c’è chi crede che non sia Giuseppe). Egli indossa una giubba verde, di un verde che Longhi definì “elettrico”: la giubba è secentesca, e secentesco è il taglio dei capelli brizzolati: un taglio alla “ritrosa”, e cioè con un ciuffo che va in direzione opposta al resto della chioma. Questo San Giuseppe, insomma, è un vigoroso popolano della Roma di Caravaggio. Nella rappresentazione di Maria come “donna del popolo” il pittore non si era mai spinto a usare schemi così sorprendenti: la spalla destra scoperta, la postura “abbandonata”, la rilassatezza delle mani, lo sguardo obliquo e remoto che Ella rivolge al Bambino, e prima ancora ai pensieri che Le ingombrano il cuore e la mente. Nell’ “Adorazione dei pastori” conservata a Messina (v. foto in appendice) Caravaggio concentra sulla Madre e sul Figlio, stretto tra le braccia di Lei, gli sguardi luminosi dei personaggi che fanno gruppo a destra. Nel quadro palermitano, invece, gli occhi di Lorenzo sono immersi nell’ombra, Giuseppe e fra Leone si guardano, e forse si parlano, e il cerchio intorno al Bambino è piuttosto il perimetro di un vuoto: all’interno di esso, scrisse Roberto Longhi, il Bambino sta “miserando e abbandonato a terra” come “un guscio di tellina buttata”.
Domenicani e Cappuccini consigliavano di mettere nei quadri della Natività una nota di malinconia, presagio della Crocifissione a cui era destinato il Neonato. Ma la “Natività” palermitana di Caravaggio è un quadro triste: non c’è festa, non c’è il calore urgente e sereno della luce che invece pervade “l’Adorazione” di Messina.. Ci sono la meditazione della Madre, la riflessione di Lorenzo e la preghiera di Francesco: intorno al Bambino che, tutto immerso nello spazio del quadro, è quasi “estraneo” allo spettatore, si intrecciano domande tacite sulla misura del Mistero. Il Bambino è nato per farci “rinascere”: ma rinascere, pare che dica Caravaggio, è una operazione drammatica: per rinascere bisogna liberarsi di tutto il passato, lacerare con il dubbio metodico ogni certezza, rimettersi in discussione senza riserve. L’anno che verrà è perfettamente uguale all’anno che si sta concludendo: il nuovo può stare solo dentro di noi, non starà mai nel calendario.
Sky Arte ha ideato e finanziato una ricostruzione digitale del capolavoro rubato: “ a Palermo” – scrive Marco Cicala – un facsimile riempirà il vuoto lasciato dal dipinto sparito”. Se sia giusto o no, è difficile giudicare.








