Un piatto di pasta alla sorrentina ti aiuta a mantenere il controllo dei tuoi nervi e trasforma la tua rabbia in amara ironia. E’ merito soprattutto dei fusilli.. Lo racconta l’autore del romanzo “Il paese nero”, che verrà pubblicato prossimamente. Di questo scrittore posso dire solo che è di Ottaviano e che il romanzo è ambientato a Ateiano sul Vesuvio. Correda l’articolo anche l’immagine di un “politico” dipinto da Botero.
Ingredienti: gr.320 di fusilli, gr. 500 di polpa di pomodoro, gr. 150 di mozzarella, gr.60 di parmigiano, basilico, aglio, olio, pepe e sale.Per preparare la pasta alla sorrentina iniziate a preparare il sugo di pomodoro. Prendete una casseruola e mettete un bel giro d’olio con lo spicchio d’aglio schiacciato, fate dorare. Aggiungete la polpa di pomodoro, il basilico fresco e aggiustate di sale e pepe. Fate cuocere con il coperchio per circa 30 minuti a fuoco dolce. Mettete sul fuoco la pentola con abbondante acqua per cuocere la pasta, salatela. Intanto tagliate a tocchetti la mozzarella. Appena l’acqua bolle buttate giù la pasta, scolatela al dente e passatela direttamente nella casseruola con il sugo. Mescolate bene. Prendete una teglia del diametro di 25 cm e versateci la metà della pasta, cospargete con metà della mozzarella e del parmigiano reggiano. Coprite con il resto della pasta e infornate a forno statico a 180° per il tempo necessario a “fondere” la mozzarella. E’ un “piatto” che va servito caldo. (L’immagine e la ricetta provengono dal sito ITALIANSPOON)
E’ il 23 maggio 2024, giorno consacrato alla legalità, in nome delle vittime di Capaci. Si racconta nel romanzo che a Ateiano è in programma la conferenza di un onorevole, Giovanni Serracchiano, che è segretario provinciale del partito “L’Italia è viva”. Avvolge l’onorevole una grigia nube di dicerie, di sospetti, ma anche di documentate accuse, sulla sua inclinazione a intrighi, maneggi e intrallazzi. Alla conferenza è stato invitato anche il protagonista del romanzo, Pepe Marlò Mastriani, studioso di storia dell’arte – e non solo di quella del Novecento-, giornalista, conoscitore profondo della storia passata e presente della camorra. Lo zio di Pepe, Gennaro ‘e Pizzola, che in gioventù fu quotato mercante di cavalli, si accorge che già al mattino di quel 23 maggio, quando lo incontra al bar Abate per il primo caffè della giornata – caffè e cornetto – suo nipote è attraversato da impulsi di rabbia che vanno a torcergli il naso: uno spasimo comune a tutti i membri dell’antica famiglia dei “Pizzola”. Gennaro va a piazzarsi nell’auto del suo incavolato nipote, gli dice di partire per Somma – vuole comprare ‘no piezzo ‘e stocco- e subito dà avvio alla predica: “Dunque, caro nipote, stai incazzato nero perché sai che Serracchiano darà i numeri, griderà che lui sta dalla parte di Falcone e di Borsellino, e del tuo amico Mimmo, giurerà che lui e i suoi da sempre stanno contro le mafie.
E ogni due minuti Giovannino Ferraiolo, che tu una volta hai chiamato clacchista, darà avvio agli applausi, e i presenti obbediranno, e saranno applausi.
Ma tu sai che sono applausi finti, perché tutti gli Ateianesi sanno chi è Giovanni Serracchiano, ma non hanno il coraggio di strappargli la maschera, di gridargli “Non permetterti di pronunciare i nomi di Falcone, di Borsellino e del nostro Mimmo Telesino”. Ma tu, che non sopporti l’ipocrisia nostra, ti incazzerai ancor di più, prenderai la parola e a muso duro dirai a don Giovanni che talvolta il politico che combatte le mafie lo fa solo per mettere le mani sui loro affari, strade, ponti, la spazzatura, le mense scolastiche.”. Notando che il nipote restava muto, ma dimostrava con l’espressione del volto che le parole dello zio lo avevano avviato per la strada della riflessione, Gennaro ‘e Pizzola calò il colpo finale: “Questi tipi qua, se li aggredisci, fai il loro gioco: alla rabbia risponderanno con la rabbia, Serracchiano parlerà di agguato comunista, delle trame della Sinistra, e cercherà di “distrarre” gli ascoltatori.
Certo, glielo devi dire che è una “mezzacalzetta”, ma con il tono tranquillo dello sfottò.Tu hai scritto quel bel libro sull’ironia dei Vesuviani”. E consigliò a suo nipote di mangiare, a mezzogiorno, un piatto di fusilli alla sorrentina, alla “Baita del Re Borbone”. E io sono d’accordo con Gennaro ‘e Pizzola perché i fusilli ci ricordano che la storia non è una linea retta, come gli ziti, ma tende ad arravogliarsi su sé stessa: chi mangia fusilli avverte la necessità di riflettere sui contorcimenti della storia e di aprire la conoscenza con la chiave dell’ironia. Cosa accadde poi, nel pomeriggio di quel 24 maggio? Lo scrittore ha trovato una soluzione che mi permetto di giudicare strepitosa. Alla prossima.



