Le “figure” nei quadri di due pittori ottavianesi: non è solo una questione di tecnica…

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Non esprimerò, in questo articolo, giudizi “estetici” sui quadri di Pina Salierno e di Giuseppe Saetta. Tenterò di capire quale percezione della realtà sta alla radice dei “modi” con cui essi “vedono” e rappresentano le figure. Erwin Panofsky ha costruito “l’edificio” dell’iconologia e ha dimostrato che i suoi principi riguardano pittori, scultori, scrittori e, infine, ogni persona, perché ognuno di noi, in ogni momento, vede e “disegna” immagini.

 

L’iconografia descrive e classifica le immagini, l’iconologia cerca di individuare e illustrare le ragioni profonde – ragioni storiche e atteggiamenti mentali individuali – che stanno alle radici di quelle immagini. E’ un discorso complesso, a cui dedicheremo altri articoli: complesso, affascinante e necessario, perché, come ha scritto Mario Brusatin, “in ogni vita umana si spende metà del tempo a farsi riconoscere dagli altri e si soffre molto di ogni mancato riconoscimento che è una forma di considerazione della nostra immagine”. Per non parlare del tempo e dell’energia che dedichiamo al progetto di “costruire a tavolino” l’immagine di noi che vorremmo imporre agli altri: oggi gli spazi dei “social” sono il campo  privilegiato in cui si combattono ogni giorno le battaglie dell’ipocrisia e dello smascheramento. Giuseppe Saetta inquadra le sue “figure” negli schemi del realismo: vede e rappresenta i particolari, ma non tutti: gli interessano solo quelli che diventano dettagli, nel senso che – spiegavano Federico Zeri e Bernard Berenson -risultano necessari per cogliere il significato primo della “visione”. E nell’immagine della donna che stringe il bambino (l’immagine apre l’articolo) il significato primo è la cura che la donna mette nel tentativo di conquistare l’affetto del bambino, di muovere il flusso della sintonia. Ella vede che il piccolo, pur avvertendo il calore dolce della carezza, non risponde al suo sguardo, volge gli occhi in altra direzione, è “distratto”: e questa “distrazione” il pittore la “nota” nell’espressione del volto e nel dito in bocca. Per suggerirci la misura di questo momento di tensione il pittore “gioca” con le linee che non si incontrano: le pieghe della camicia della signora e le curve dei suoi capelli che, disegnati con meticolosa precisione, avviano la costruzione di cerchi che però non si chiudono, in un “gioco” che si carica di valori simbolici e che ci ricorda certe soluzioni care a Fausto Pirandello e al Guttuso dell’ultima produzione. Simbolici sono anche il “disordine” e la forma a punta di lancia delle foglie della pianta: ma la pianta è anche immagine della vita e della speranza, e forse riassume il giudizio finale dell’artista. L’importanza dei dettagli caratterizza anche l’immagine dell’uomo che fuma la pipa: le rughe e i segni sul volto – un notevole “esercizio” pittorico – sono i segni di una sofferenza, fisica e interiore che egli però ha vinto: non si è fatto piegare.

Giuseppe Saetta vede la resistenza vittoriosa dell’uomo nella cura del ciuffo centrale della chioma, nello sguardo sicuro e sereno che egli rivolge all’osservatore, nel disegno regolare delle labbra che stempera alla percezione dell’osservatore il gonfiore di un lato del naso, nella fermezza con cui le dita – su di esse non ci sono rughe – stringono la pipa. I dettagli dei quadri tracciano una “strada” che porta alla conoscenza e al giudizio. Del resto, quando parli con Giuseppe Saetta, avverti la cura puntigliosa che egli mette nell’ascoltarti e nell’osservarti. Il pittore  non ama esporre in mostra i suoi quadri: e questo è un dettaglio importante. Pare che Pina Salierno, che i suoi quadri li ha messi in mostra recentemente, non ami i dettagli e percepisca immediatamente la forma definitiva dell’immagine e il disegno semplice delle sue strutture essenziali: gli occhi, la bocca, la chioma. Questa semplicità non è propria solo di certe forme della pittura digitale, come qualcuno ha detto: essa caratterizzava anche i quadri giovanili di Gigi Chessa e di importanti pittori che “rilessero” le proposte artistiche di Mary Cassat e dell’ultimo Degas. Il discorso per Pina Salierno è diverso, ovviamente: in realtà, ella si fida della sua intuizione, che è stata affinata e aguzzata dalle vicende della vita e che le suggerisce percezioni dirette e immediate, in cui, direbbe Gigi Chessa, non c’è  spazio per il chiaroscuro, ma solo o per il chiaro o per lo scuro. Certo, i ritratti della Salierno non obbediscono ai canoni del realismo. Eppure, le donne dei quadri che pubblichiamo a corredo dell’articolo sono “realmente” delle donne pensose, che si interrogano e cercano di capire: il chiaroscuro distrarrebbe l’attenzione dell’osservatore, che invece porta immediatamente il suo sguardo sugli occhi delle signore raffigurate: e sugli occhi il suo sguardo deve soffermarsi, perché lì la Salierno ha dipinto i dettagli necessari per cogliere il significato primo dell’immagine.

La signora in camicia nera (l’immagine apre l’articolo) ci fissa per capire chi siamo e per ricordarci il valore della sua persona – ci inducono a percepire questo suo proposito il rosso vivo delle labbra serrate, la forma del “collo” della camicia, il nitido e vigoroso profilarsi della figura sul colore del fondo -; l’altra signora pare che cerchi di resistere agli inganni della vita, di non farsi “assorbire” dal fondo del quadro. Sebbene la battaglia sia difficile, ella crede di poter vincere e perciò ha cura di sé: dimostrano questa cura l’ordine e i tratti di eleganza della sua chioma, che la pittrice ha descritto, non a caso, anche nei dettagli.