Le città invisibili, le strade dell’indignazione

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Ci sono tanti momenti della nostra vita personale e di quella pubblica che ci sembrano così ingiusti e violenti da procurarci un’indignazione viscerale e immediata, come un moto etico dell’anima che affligge e provoca rabbia: i migranti trattati come bestie, i femminicidi, le umiliazioni inflitte ai bambini, la decadenza dei costumi e la volgarità imperante, l’oppressione della guerra. Sono tante le situazioni che ci svegliano dal torpore della quotidianità e ci pongono interrogativi sul nostro livello di attenzione e di vigilanza. Qualche anno fa un magnifico libro di Stéphane Hessel, “Indignatevi” scosse l’opinione pubblica europea, perché poneva la questione in maniera chiara e cogente e, più recentemente, Edgar Morin ha analizzato la questione con il saggio “Svegliatevi”, nel quale pone l’accento sulla capacità di comprendere il presente prima di ogni altro atto.

Eppure, c’è qualcosa che è incompiuto in questo sentimento, perché è uno di quegli stati d’animo che hanno bisogno di essere concretizzati, portati al punto di sbocco e di rottura perché siano accettabili. Diversamente l’indignato rischia di chiudersi in un alibi funzionale proprio a quella situazione che si vorrebbe modificare: “M’indigno, sono bravo, diverso dagli altri, mi basta così”.

Credo invece che l’indignazione dovrebbe avere tre caratteristiche per affrontare i problemi in maniera efficace: essere comunitaria, consapevole e organizzata.

L’indignazione finché è chiusa nell’esperienza del singolo e non aperta al confronto diventa solipsistica, infertile, un semplice sfogo. Invece deve imparare ad essere generativa, farsi scelta civile, socializzarsi. A questo servono le associazioni, i gruppi spontanei, i partiti, i sindacati, i cd. corpi intermedi, i quali garantiscono lo sviluppo democratico di un Paese. La comunità utilizza l’indignazione come un lievito, uno spunto di aggregazione e viene motivata ad agire dal moto di ribellione.

L’azione civile poi deve essere consapevole; ci vuole, come dire, una metaindignazione, tale che sappia riflettere su stessa e trovi i modi per osservare in maniera competente ciò che succede. Senza la paziente costruzione di un sistema attento di ascolto difficilmente il rifiuto dell’ingiustizia si fa operativo. L’indignazione è il contrario dell’indifferenza e per questo può essere in grado di comprendere le ragioni del male, ma deve imparare a farlo; necessita di un apprendimento che si trasformi in competenza. E per questo aspetto coinvolge l’educazione e la scuola.

Infine, e più importante di tutto, l’indignato consapevole e riflessivo, competente, impara a progettare il da farsi. L’indignazione deve diventare progetto per intervenire sulle storture sociali. Una volta impossessatasi degli strumenti incarna l’apprendimento in azione; pianifica gli interventi, utilizza le strategie adatte, come fa per esempio la nonviolenza.

L’opinione pubblica, come è successo tante volte nella storia moderna, conta qualcosa se orienta il cambiamento, si fa strada, apre varchi, accende dibattiti, interviene impavida, manifesta. Informa di sé la politica, organizza la partecipazione e condivide i pensieri. Il popolo indignato impara, con la lentezza della storia, ma impara caparbiamente a riconoscere dove scorre l’acqua, pur avanzando nel deserto.

L’immagine è tratta dal libro di Eric Battut, Le formiche e l’uovo ed. Bohem Press Italia, 2020