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Le castagne “verole” della “dotta Napoli” (Marziale) aiutano a trovare un senso nel mondo che va “sotto e ‘ncoppa”

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Marziale ci dice che le castagne arrostite erano una creazione della “dotta Napoli”.  Gli antichi attribuivano alle castagne la virtù di placare, negli uomini, gli umori biliosi sollecitati  dalle stranezze, dalle ingiustizie e dalle assurdità della vita quotidiana, e di consentire una visione più serena delle vicende del mondo. “Verole e verularo”. Le castagne del Vesuviano. Immagini e epiteti ispirati dalle castagne.

 

La castagna arrostita, e cioè la caldarrosta, e cioè la “verola”, per la sua forma, per la sua struttura, per il sapore e per la calma che chiede e poi ispira a chi gusta “verole”, una dopo l’altra, è cibo filosofico: alimenta la meditazione, illumina la vista, aiuta a trovare i capi dei fili che si sono spezzati e ingarbugliati, a riannodarli, a tentare di ricostruire il gomitolo. Ciò dipende dal fatto che la castagna è colma di simboli sacri, fu il pane dei poveri, è immagine della potenza fecondatrice del maschio – lo dicono i molti sensi della parola “marroni” -, fu protagonista di pratiche magiche: lo ricorda la maledizione della “fattucchiara”  in una poesia di Viviani, “Fattura” :“ Rastula ‘e specchio, seccame a Gennaro / cu ‘e ragge ‘e sole fammelo abbruscia’! / Comme ‘e castagne d’int’’o verularo,/ ll’ossa, arrustenno, aggi’’a senti’ ‘e schiuppà’”.   E non a caso Marziale ricordava all’amico Toranio, invitato a pranzo,   che le castagne cotte a fuoco lento sono una creazione della “dotta Napoli”, della sapienza di Napoli. “ La mia cena è modesta, non lo posso negare, ma non dovrai né dire, né ascoltare bugie, e potrai stare sdraiato a mensa col tuo volto abituale.”. E’ un pranzo tra amici, e alle castagne si accompagna la  musica: ai convitati  Marziale  non promette le sfrontate ballerine spagnole che “prurientes” fanno “vibrare” senza sosta i loro fianchi,  ma solo la voce del flauto suonato da un ragazzo. Forse avevano ragione gli antichi: dovremmo mangiare “verole” ogni giorno, in questi tempi imbottiti di bugie, di stupidità, di chiacchiere senza costrutto: dovremmo imparare dalla filosofia delle “verole” la profonda sapienza del silenzio.

Gli umori filosofici  vengono soprattutto dalle castagne arrostite nel “verularo”, la padella bucherellata che un tempo ogni famiglia possedeva, e che oggi viene usata solo da qualche “castagnaro” innamorato della tradizione.  Dal “verularo”, non appena le castagne incominciano a sentire la forza del fuoco, si sprigionano profumi morbidi e intensi, che purgano la vista, il cuore e la mente dei convitati, li liberano dalle scorie delle incazzature, li predispongono a una serena visione delle cose. Ma risultano efficaci anche le  castagne arrostite  nel forno elettrico. In un articolo di qualche tempo fa raccontai il garbato “contrasto” che sostenni con un amico che proclamava come indiscussa la superiorità delle castagne e dei marroni del Vallo di Lauro. Per uscire vincitore dalla contesa, gli citai i nomi dei professori Savastano e Rossi che sul finire dell’Ottocento, dalle cattedre dell’Istituto di Portici, intonarono encomi alle castagne dei castagneti ottajanesi – le selve delle Carcave e del Vallone del Fico –, dissi che nel 1905 due produttori ottajanesi, Francesco Menzione e Arcangelo Ragosta, rifornivano di “marroni” del Somma il confettiere napoletano Ferdinando Bizzarro, che teneva bottega a vico Cangiani, e Vincenzo Del Gaizo, uno dei più importanti “grossisti” di frutta e ortaggi, che dalla sua sede a San Giovanni a Teduccio controllava tutti i mercati popolari della città. Non lo convinsi: “Sono storie antiche – mi disse  l’amico – la verità è che oggi Ottaviano produce sì e no una cinquantina di chili di castagne, e tu mangi quelle che ti mandano i tuoi cognati di Quindici e di Domicella.”. Era, ed è, la verità: e non cambia lo stato delle cose il documento che ho trovato recentemente, in cui si parla dei premi importanti conquistati, all’inizio del ‘900,  in Campania, nel Lazio e in Umbria dal castagnaccio che la Pasticceria dei Menichini preparava con castagne delle selve di Ottajano.

Nel 1893 le guardie urbane ottajanesi inflissero una pesante ammenda a un bottegaio di piazza San Lorenzo accusato di vendere “cibi guasti” e “frutti malsani”, e tra questi, anche le “castagne del prete”, secche e con le bucce, che Emanuele Rocco chiamava “vecchioni” e che “son per lo più fracide e di cattiva qualità”: con buona pace dei “vecchioni “ e dei “preti” tirati in ballo dall’onomastica di origine contadina. La castagna può essere bella fuori, ma bacata dentro, e perciò i misogini l’hanno scelta come immagine della donna, “che ha bella la corteccia / ma ha, dentro, la magagna”. Il vecchio castagnaio che negli anni ’60 piazzava il suo banco a Ottaviano, di fronte al Circolo “A.Diaz”, nel dare la voce garantiva ai passanti: “’O verularo mio nun fa ‘nciarmi: coce sulo ‘e bbone”: il mio “verularo” non fa imbrogli, cuoce solo castagne buone, che non sono “toccate”.

Le castagne sono state per secoli il pane dei poveri, anche a Napoli e nel Vesuviano: era naturale che fornissero alla sapienza popolare immagini e idee.  Già nel ‘600 degli ignoranti si diceva che non sanno distinguere “’na vallana da ‘n’allessa”, la castagna lessa con buccia da quella lessata senza buccia; e la donna brutta e l’uomo di poco valore sono, da sempre,“ nu cuoppo e’ allesse”, molli e deformi come il cartoccio pieno di umide castagne lesse.

Sarebbe divertente raccontare uno spazio urbano in cui si muovono non uomini e donne, ma  “cuopp’’e allesse”: servirebbero il pennello  di Otto Dix e di Magritte, o la penna di Achille  Campanile.