Lardone è uno dei personaggi della “Tabernaria” di G.B. Della Porta, pubblicata postuma nel 1616, un anno dopo la morte dell’autore. Nella prossima edizione dei “Tesori del Vesuvio” – lo splendido evento organizzato dal Circolo “A. Diaz” di Ottaviano -pubblicheremo, con l’aiuto degli dei, documenti e immagini dei luoghi storici di questi “tesori”, dei lavoratori, dei venditori, dei mercati, dei mezzi di trasporto. Per dimostrare la ricchezza e la complessità del tema, parliamo in questo articolo di una taverna vesuviana a metà del ‘600. Correda l’articolo l’immagine del quadro “I mangiatori di ricotta” di Vincenzo Campi.
Le taverne vesuviane a metà del ‘600 offrivano agli avventori le paste e le minestre, la carne di maiale, il tosciano, cioè “’o zoffritto”, il pesce del mar Tirreno, la tonnina e “’o tarantiello”, le anguille e le rane del Sarno ( Ancora nel ‘900 le anguille del Sarno, non ancora totalmente inquinato, costituivano uno dei “piatti importanti del ristorante “da Biasella” a Scafati, e una signora sarnese che ogni giorno portava su un carretto tirato da due cavalli “’a verdura” a Ottaviano regalava di tanto in tanto un piatto di pezzi d’anguilla alle clienti più importanti: “so’ le anguille d’’a verdummara”).
Nel 1664 l’assisa dei formaggi e dei “salumi” venduti nel territorio di Ottajano comprendeva “caso vecchio, caso marzatico di pecorino, casocavallo, casocavallo vecchio, caso cellese di Sicilia, caso caprino secco, ricotta salata, provole del Gaudello, lardo vecchio, lardo nuovo, pettorine, boccolari e spalle, presciutte senz’ossa”. Il lardo vecchio e nuovo, la sugna vecchia e nuova e i salsiccioni li portavano a Ottajano da Solofra, ogni martedì, gli ottajanesi Giovanni Rega e Tonio Di Spirito, che esercitavano un vero e proprio monopolio: bisogna dire, perché tutto sia chiaro, che due fratelli di Giovanni Rega lavoravano come “guardie delle selve” al servizio dei Medici. Dal Nolano arrivava il “pecorino marzatico”, che non costava molto, e perciò era molto richiesto da chi ricco non era: i ricchi si potevano permettere di chiedere al “tavernaro” una bella porzione di “tarantiello”: mezzo chilo di questo salume ricavato dalla ventresca del tonno costava come la “giornata” di un contadino.
A metà del ‘600 i “piatti” e le bottiglie di vino divennero i segni coloriti della rivoluzione che stava impetuosamente modificando, nelle donne e negli uomini, la percezione della materia, del corpo, delle cose, e anche il senso del tempo. Si incominciò a “sentire” e a capire che il piacere di una buona bevuta si sviluppa con un ritmo lento e investe e muove, in misura diversa, ogni parte del corpo. “Non sono, questi, vini da bersi subito – dice Lardone, un personaggio della “Tabernaria” di G.B. Della Porta -, ma prima farci un pochetto l’amore, poi accostarlo alla bocca pian piano con una maestà grande, poi con una regale riverenza sporger le labbra fuori e andare a incontrarlo, toglierne un saggio e darlo alle prime labbra; poi un altro che ne bagni la lingua e il palato, poi spargerlo per tutta la bocca, e succhiarlo a poco a poco e non traboccarlo giù nel ventre come fosse una medicina; e bevuto che ne avrai un pochetto, sta’ a contemplare la battaglia che fanno le membra che tutte vogliono essere le prime a gustarlo: il cuor primo ne cava la quinta essenza, il polmone tutto si ci tuffa dentro, le budella se ne riempiono e la milza all’ultimo se ne succhia la parte sua”.
La taverna fu dunque il luogo dell’abbondanza, del tempo riconquistato, dei piaceri e del gioco: dominavano la morra, il tocco a padrone, la “calavresella”, la briscola, la scopa, lo scopone, il tressette, il sette e mezzo e lo zecchinetto. Nel gioco, nel vino e nella libertà dei gesti si consolidò la materia grezza della libertà di parola, che trovava un perfetto uditorio nella società mista di contadini, “meccanici”, prostitute, ribaldi e “galantuomini” seduti, se non sulle stesse panche, nello stesso spazio. Al centro di questa “officina” l’oste e l’ostessa svolgevano ogni giorno il difficile esercizio della calcolata doppiezza, della politica prudenza e della dissimulazione più o meno onesta.



