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Ora che Camilleri è sceso nei Campi Elisi, è giusto incominciare a parlare anche del valore letterario di alcuni suoi romanzi,che nella prospettiva della realtà vista come un ingannevole “gioco di specchi”, si collegano alla “sicilianità” di Pirandello, di Tomasi da Lampedusa, di Sciascia. Il destino ha voluto che insieme alla notizia della morte di Camilleri arrivasse anche quella dell’amara dichiarazione che l’8 maggio del 1984 Paolo Borsellino fece, davanti alla Commissione Antimafia, su un altro “gioco di specchi”.

 

 

“Non c’è limite alla varietà degli ominicchi e dei quaquaraquà” (P. Mastriani)

 

Da degno erede di Tiresia, Camilleri sapeva chi avrebbe commentato con commozione la sua morte, e chi avrebbe goduto: aveva previsto perfino il tono dei commenti dettati dal godimento. Camilleri condivideva la classificazione degli uomini resa famosa da Sciascia, conosceva i valori eterni della “sicilianità”, e sapeva che nella sua Sicilia la storia si sviluppa lungo percorsi circolari, e quindi il passato ritorna con la maschera del presente, ma anche con qualche inedita novità. Non c’è limite alla varietà degli “ominicchi” e dei “quaquaraquà”.  Il libro – chiave della sua vasta produzione è forse “Il gioco degli specchi”, che venne pubblicato nel 2011 da Sellerio, e l’anno dopo dalla Biblioteca di “Repubblica- L’Espresso”.  Le vicende della trama ricordano a Montalbano il film di Orson Welles “ La signora di Shanghai” e, in particolare”, la scena che si svolge “dentro a una cammara fatta tutta di specchi e uno non accapiva cchiù addove s’attrovava…Mi pari che con noi vonno fari lo stesso ‘ntifico joco, portarci dentro a ‘na cammara fatta di specchi.”. Del resto, il romanzo si apre con il commissario che sogna di venir sottoposto a un controllo di “sanità mentale” in base a un provvedimento emanato dal ministro “di persona pirsonalmenti”: Montalbano ha protestato con il questore: com’è che un ministro può far controllare la sanità mentale di un dipendente, e il dipendente non può far controllare la sanità mentale del ministro? Gli è stato risposto: i suoi colleghi si sono adeguati. “Adeguarsi era la parola d’ordine”. L’intensificarsi, nei romanzi, dell’uso della lingua siciliana – una lingua in parte inventata- fu l’effetto di una scelta strategica: le indagini del commissario e della sua squadra si legavano sempre più alla storia sociale della Sicilia, e la storia sociale della Sicilia diventava modello e metafora della storia italiana, in cui era sempre più difficile distinguere le apparenze dalla verità sostanziale, e staccare dai volti le maschere che li nascondevano.

In questo senso, a partire dal 2000, anno di pubblicazione del romanzo “La scomparsa di Patò”, i romanzi di Camilleri diventarono sempre più “politici”, ed era una lettura della realtà, quella dello scrittore, che non risparmiava nessuno, e che si collegava, nei termini di una profonda consapevolezza, ai temi strutturali della letteratura “siciliana”, da Verga a Pirandello, da Tomasi da Lampedusa a Sciascia. In questi ultimi anni parve a Camilleri – Tiresia che il gioco degli specchi montati nelle stanze del potere in Italia fosse ormai un quotidiano esercizio di follia, di inganni, di falsità, e che Pirandello e Sciascia avessero previsto tutto. Ora che Camilleri è sceso nei Campi Elisi, credo che sia giusto incominciare a valutare anche la qualità letteraria delle opere, e a dire che “La forma dell’acqua”, “La concessione del telefono”, e “La scomparsa di Patò” sono opere di notevole valore.

Tra i capolavori di Camilleri metto anche “Il cielo rubato- Dossier Renoir”, in cui lo scrittore, partendo da una nota di Jean Renoir, il grande regista, figlio dell’immenso pittore francese, ricostruisce, nei termini dell’invenzione, il viaggio a Girgenti ( era il nome di Agrigento) del pittore, “descrive” i quadri da lui dipinti in Sicilia e colloca questa storia fantastica all’interno del drammatico amore senile che scuote la mente e il cuore di un notaio: il “contrasto” tra le due vicende è reso con un uso della luce e delle ombre così sapiente che certe descrizioni sembrano quadri di un pittore “macchiaiolo”.

L’ironia tragica del destino ha voluto che la notizia della morte di Camilleri si accompagnasse con quella delle dichiarazioni che Paolo Borsellino fece davanti alla Commissione parlamentare antimafia l’8 maggio del 1984, quando già era impegnato nella organizzazione del maxi- processo a “Cosa Nostra”: le registrazioni non sono più coperte dal segreto, e in queste ore possiamo ascoltare la voce di Borsellino che svela di essere protetto dalla scorta e dall’auto blindata solo di mattina: di pomeriggio è disponibile solo una blindata, per quattro giudici. “Pertanto io di pomeriggio mi reco in ufficio con la mia automobile e ritorno a casa alle 21 o alle 22. Magari con ciò riacquisto la mia libertà, però non capisco che senso abbia farmi perdere la libertà la mattina per essere poi libero di venir ucciso la sera.”.

Anche Paolo Borsellino conosceva la storia del “gioco degli specchi”, e, soprattutto, conosceva i giocatori. Sapeva che lo avrebbero ucciso, ma non poté evitare che lo facessero.