“La formica trasparente”: Nadia Scudieri racconta il coraggio di una donna

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Al centro della trama c’è la decisione della protagonista, Anna – “una signora della Napoli dei quartieri alti” – di recuperare i valori dell’ identità, di liberarsi dagli schemi e dai comportamenti imposti dall’ipocrisia del sistema sociale, di riconquistare il diritto a una vita propria. La felice decisione di ambientare la storia a Procida.

 

“Se Capri è isola che ti fa impazzire, Procida è l’isola a cui si vuole bene” (A. Moravia).

 

Per ogni persona che sia giunta a una certa età viene il momento della resa dei conti: ci guardiamo coraggiosamente allo specchio e cerchiamo di capire cosa avremmo voluto essere, quali erano i nostri progetti giovanili, e cosa siamo, e quanto del nostro spazio interiore abbiamo sacrificato ai valori ipocriti del sistema sociale. Insomma, è quel momento in cui ci togliamo la maschera imposta dal mondo e accettata da noi, e vediamo cosa ci dice lo specchio: molti si arrendono subito, non trovano il coraggio di affrontare strade nuove, preferiscono rimettere sul volto la maschera: ma qualcuno quel coraggio lo trova, e apre un capitolo nuovo nel libro del suo esistere. E’ il caso di Anna, la protagonista del romanzo di Nadia Scudieri. Anna è chiamata a confrontarsi con questo “momento”, drammatico e esaltante, mentre si trova a Procida, e il telefono rovescia su di lei tutti i “segni” del quotidiano fastidio di vivere: la “distanza” dai figli, le parole già dette e ripetute, i tradimenti del marito. Anna decide all’ improvviso, ma risolutamente: “io resto a Procida”, non torno a casa. “Devo capire, riflettere. La mia mente è confusa, combattuta, allontanarmi senza lasciare traccia, senza una telefonata…o avvertire, telefonare per tranquillizzare…ma dovrei dare spiegazioni e sinceramente non ho voglia di parlare, di non essere capita, o peggio fraintesa…No! Ho solo bisogno di restare sola”. In questa solitudine conquistata in un attimo Anna non è “arrabbiata” con nessuno, né con il marito, né con i figli: è lei il soggetto e l’oggetto della sua rabbia, perché in un istante ha capito di aver modulato la sua esistenza sui ritmi e sulle sollecitazioni dell’esistenza degli altri.E lei, lei ha una vita sua? Anna, accompagnata e guidata da un nuovo amico, Elio- il nome greco del dio della luce – va alla scoperta di luoghi di Procida, e alla scoperta di sé. Il viaggio si conclude con un ritorno agli spazi e alle storie di ieri, che però ora sono vissuti da Anna e dagli altri in una dimensione e in una luce assolutamente nuovi. E mi fermo qui, per non togliere al lettore il piacere della scoperta: dico solo che è costruito con notevole sapienza letteraria il racconto delle passeggiate per Procida che Anna compie con Elio, e la figura stessa di Elio è di solida sostanza. Il tema dell’identità, nei suoi numerosi aspetti, è centrale nella letteratura di ogni tempo, ma le sue “versioni” estreme e paradossali le hanno trattate le opere dell’ ultimo Ottocento e del Novecento, dal “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde all’ “Uomo senza qualità” di Robert Musil, dal “teatro” di Pirandello ai racconti di Calvino, fino a “Vineland” di Pynchon. Nel romanzo di Nadia Scudieri la “battaglia” per riconquistare il diritto a una vita propria e per individuare gli obiettivi di questa nuova dimensione dell’esistere è combattuta da una donna, e si volge in un luogo che la Natura pare aver destinato a sollecitare e a sostenere le decisioni di Anna: proprio quella stessa Natura che si è divertita a dare al golfo di Napoli l’aspetto di un teatro, col Vesuvio come quinta di scena: e a chi abita in questo teatro pare naturale recitare e indossare maschere: anche Nerone, quando decise di mostrare al mondo le sue virtù di musico e di cantante, scelse di debuttare a Napoli. In questo teatro Procida è un angolo di silenzi e di verità. E dunque Nadia Scudieri è stata sapiente nello scegliere l’isola come luogo in cui si compie la “conversione” di Anna e nel sottolineare, con splendidi passaggi descrittivi – per esempio, quelli dedicati al “piccolo mercatino” e al mare – che la scelta non è stata casuale. “Passando per i vicoletti mi soffermo davanti alle vetrine dei negozi e stranamente l’immagine di me che mi viene restituita è fresca, leggera come la gonna che indosso… Girando per quelle stradine mi sento un po’ Elsa Morante, che ha soggiornato qui per scrivere “L’isola di Arturo”. La trama, il carattere della protagonista, il ruolo del paesaggio chiedevano che il dialogo dominasse la struttura del romanzo. E Nadia Scudieri ha risposto alla “richiesta” con notevole abilità. Perché quel titolo? Perché la formica lavora non per sé, ma per la regina, e non le viene mai di ribellarsi e di gridare: questa foglia che ho preso è mia, la mangio io. “A testa bassa continua il suo lavoro fino a diventare trasparente agli occhi di chi le sta intorno, perché nessuno mai la guarderà in faccia e le chiederà “Come stai? Sei contenta della tua vita?”. La storia di Anna è un’esortazione al coraggio, è un invito alla speranza.