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L’ ottavianese Enzo Ciniglio ha vinto la terza edizione del concorso letterario “Una poesia per Mimì”, in onore di Mia Martini

Nel corso del “Mia Martini Festival”, che si è tenuto la settimana scorsa a Somma Ves.na l’ottavianese Enzo Ciniglio ha vinto il concorso letterario con una poesia in lingua napoletana, “Peccato, Mimì”, in cui la novità dei concetti si realizza pienamente in immagini e in un lessico che evitano il pericolo dei luoghi comuni. Del resto, i “luoghi comuni” non sono mai piaciuti a Enzo Ciniglio. E non solo quelli della poesia.

 

Enzo Ciniglio scrive poesie e racconti: le ragioni della sua arte stanno nel temperamento, nella sensibilità e negli studi dello scrittore, ma anche nel fatto che egli è cresciuto nella piazza di San Lorenzo  e che da ragazzo ha frequentato il Circolo A. Diaz: San Lorenzo e il Circolo Diaz: i due “luoghi” di un mito ottavianese che svanisce, ormai. Del Circolo Diaz scrissi che era un teatro: platea, e nello stesso tempo, palcoscenico e retroscena. I soci del Diaz sedevano, a guardare il mondo e a parlarne, sull’ansa del marciapiedi, che era atrio scoperto, torre di spia, agorà e tribunale : era un’”officina” in cui la cronaca diventava storia. Durante la Festa di San Michele il Circolo Diaz organizzava “Lo scherzo continua”, prima, e poi il “Palio dei ciucci”, con sfavillanti cortei in costume e con un’epica corsa dei quadrupedi pazienti. “Lo scherzo – scrissi- domina lo spirito del luogo – il circolo e la piazza –anche quando la situazione è seria: anzi più è seria la situazione, più a quelli di piazza San Lorenzo e del  “Diaz” viene la voglia di rifugiarsi nel disincanto, di aprire la valvola della battuta liberatoria, della polemica che dissacra, del tiro a bersaglio.”. Nelle battaglie che quotidianamente combatte perché il servizio fornito dalla Circumvesuviana risponda, sul piano dell’efficienza, ai bisogni di migliaia di utenti e al prestigio di Napoli e della sua meravigliosa provincia Enzo Ciniglio ha limpidamente mostrato quanto siano vigorosi, in lui, il senso della giustizia sociale e l’avversione alle chiacchiere che non costruiscono, e quanto sia solida la sua abilità nel condurre la polemica. Egli è uno di quegli Ottajanesi che non vogliono più dissimulare, che hanno imboccato la strada difficile che porta oltre le apparenze: Enzo vuole a ogni costo la Verità, anche se è amara.

Credo che di Mia Martini lo abbiano affascinato la voce e il destino: del resto, a un certo punto, la voce meravigliosa di Mia, la voce capace di esprimere ogni tono e ogni timbro, acquistò un “retrogusto” di malinconica asprezza, il colore tagliente di una sofferenza che non veniva dal testo della canzone, ma dal cuore della cantante, e che ella tentava di smorzare, di nascondere. Questa sofferenza è splendidamente rappresentata, sul volto di Mia, da Alessandro Allegra, l’autore del ritratto che apre l’articolo. Pochi giorni fa si è conclusa, a Somma Vesuviana, la quinta edizione del “Mia Martini Festival”, e nell’ultima serata la poesia di Enzo Ciniglio“ Peccato, Mimì” ha vinto la terza edizione del concorso letterario “Una poesia per Mimì”:  unanime è stata la decisione della giuria, presieduta da Olivia Bertè. Quella di Enzo è una poesia di ragionamento e di immagini. Il poeta riflette sulla “rabbia” della cantante che “nun se fa capace”, non riesce a spiegarsi la malvagità e la viltà del mondo, non riesce a trovare pace, “’nu poco e’ pace”. E anche quando muore, nessuno cerca di scoprire le ragioni del dramma, tutti si limitano a dire che è destino delle persone “brave e oneste” soffrire: è “ll’ipocrisia / ‘e chi t’ha arruinato ‘a vita”, di chi, con la sua malvagità, ha impedito alla grande cantante di cogliere, in vita, una verità che Enzo Ciniglio fa sua con assoluta certezza: “Peccato, Mimì /pecché ‘o munno è/ assaje cchiù bbello/ ‘e chi ‘a penza accussì.”.

Incombeva sul poeta un pericolo: che il tema, il personaggio di Mia e le circostanze della sua morte aprissero la struttura metrica e il lessico  ai modi di quella insistita dolcezza che spesso condisce la poesia napoletana,  mette in rima, come diceva Bovio, “core, fiore e ammore” e si riduce, infine, a un campionario di luoghi comuni. Ma Enzo Ciniglio evita magistralmente la trappola costruendo versi brevissimi, evitando il gioco delle rime, usando termini che suonano aspro, “annascunnuto, arraggia, astrignuto.”. Il poeta rifiuta la solita musica, compone una suggestiva “disarmonia” ricca di sfumature, ci fa capire che l’altra faccia della commozione che Mia ancora suscita in lui è il disprezzo per chi ha rovinato la sua vita, e per quelli che non l’hanno aiutata a uscire dal buio. La poesia si apre con l’immagine di Mia  che come una barca, “comm’’a ‘na varca”, si è fatta portare lontano dal vento, “d’’o viento”. L’immagine pare intrisa di malinconia napoletana, sembra uscita dal pennello pittoresco di Dalbono e di Caprile; ma se rileggiamo questa prima strofa alla luce degli ultimi versi, allora quel vento lo “vediamo” non come una brezza, ma come il soffio di una nera tempesta che si scatena sulla fragile barca.

La poesia di Enzo Ciniglio è difficile, amara e suggestiva: inquadra la storia di Mia da un punto di vista “nuovo”, e riesce a realizzare, nel lessico e nel ritmo, il progetto della “novità”. Perciò ha conquistato il favore della giuria, perciò affascina il lettore attento.

 

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