La storia di ieri e dell’altro ieri ci può dare utili insegnamenti solo se riesce a rivelare qualcuno dei principi e dei modelli archetipi che costituiscono l’ immutabile trama dell’identità di un popolo. Il racconto dei “fasti” del passato ci sollecita a chiedere perché tanta “gloria” si è dissolta, senza lasciare traccia nel presente. I Pisanti riuscirono a trasformare un palazzo e un liquore in simboli di un’epoca luminosa della storia di Napoli e del Vesuviano. L’idea di istituire un “salotto” vesuviano dove si possa discutere di storia del passato che si manifesta, vitale, nella storia del presente.
Splendida è stata l’idea della prof.ssa Giovanna Andreoli di inaugurare l’anno sociale di “Archeottaviano” con una manifestazione dedicata al ruolo che la “China Pisanti” ha svolto nella storia di Ottaviano, nella cultura del liquore, nella meravigliosa stagione napoletana del liberty e della “Belle ‘Epoque”. Teatro della manifestazione è stata una delle sale della “palazzina” di via “Croce Rossa”: e forse avrei potuto anche evitare di parlare, perché agli ospiti, cosa fu la “China Pisanti”, lo spiegavano a sufficienza l’incanto della sala, il ricamo dei fregi, il registro dei colori, i diplomi degli anni ’20 e ’30 appesi alle pareti e la forma delle bottiglie.( vedi immagini) E’ tale il fascino del luogo che pare naturale che lì abbiano cantato Elvira Donnarumma, Pasquariello e Gilda Mignonette, e che la famiglia dei Pisanti sia stata protagonista della “Piedigrotta” napoletana e di quella ottavianese, della festa di Montevergine, delle stagioni teatrali, del mondo dei salotti eleganti. I Pisanti, grazie alle preziose indicazioni dei Galliano, degli Scudieri, dei Menichini, videro con chiarezza in quale direzione si muovevano il progresso sociale della borghesia, la “libertà” della donna borghese, la cultura della società di massa e la “filosofia” dello svago. La loro “china” rispondeva a tutte le richieste: si adattava al gusto di una signora della “Belle ‘Epoque”, ingentiliva un incontro”romantico” al “Gambrinus” e nel “Gran Café” di Fulgenzio Campus, accendeva l’ispirazione degli autori di canzoni, e conservava le sue virtù di liquore tonico e febbrifugo per i soldati italiani impegnati nelle insidiose terre dell’ Africa. Nacque, quella “china”, come liquore vigoroso e raffinato, testimone e simbolo dell’eleganza liberty a cui si era ispirato, nel disegnare la “palazzina” di via Croce Rossa, l’architetto ottajanese Ernesto Bifulco, che aveva frequentato lo studio di Luigi Mellucci, interprete originale, nell’architettura napoletana, dello stile “floreale”.
La serata organizzata da “Archeottaviano” mi ha quasi definitivamente convinto della validità di un’idea che da qualche tempo mi sollecita a istituire un “salotto” in cui, una volta al mese, si parlerà di questioni letterarie, sociali, artistiche connesse alla storia del Vesuviano e di Ottaviano e alla dimensione concreta del presente, del “qui e ora”. Perché ricordare il passato è cosa interessante, senza dubbio, ma la storia di ieri e dell’altro ieri ci può dare utili insegnamenti solo se riesce a rivelare qualcuno dei principi e dei modelli archetipi che costituiscono l’ immutabile trama dell’identità di un popolo. Per esempio, sul “carattere” degli Ottajanesi ha certamente influito la loro vocazione a filtrare vini, a distillare liquori, a lavorare il vetro, a tessere. Se la storia non descrive queste strutture profonde e i percorsi della loro influenza, è solo arte decorativa, che può permettersi di dire tutto, perché quello che dice non serve a niente: e dunque possiamo anche raccontare che l’imperatore Augusto è morto a Ottaviano, e che sua sorella Ottavia a Ottaviano ci è nata. Se non è vero, non c’è problema: non abbiamo tolto niente a nessuno. Dunque, Ottaviano svolse un ruolo importante nella storia sociale della provincia di Napoli almeno fino agli anni ’60 del’900: di questa “grandezza” possiamo raccontare episodi, cronache, aneddoti, personaggi. Ma alla fine, se vogliamo veramente dare un senso al racconto dei fasti, dobbiamo rispondere a una domanda che ci aspetta al varco, implacabile: perché quei “fasti” si sono interamente dissolti, perché oggi non ne resta traccia alcuna, né all’interno del sistema economico, né sotto il profilo sociale? Da cosa nasce questa città fiacca e vuota che oggi viviamo, questa città smarrita che cerca di far passare come segni di vitalità le chiassate di un momento e teatrini stanchi e logori? Questa riflessione sul presente è un dovere morale, perché ciascuno di noi ha l’obbligo di riconoscere le proprie colpe.
Ringrazio Giovanna Andreoli, che mi ha invitato a far da relatore, e ringrazio Virginia Nappo, assessore alla Scuola e alla Cultura, che certamente proporrà progetti degni della sua sensibilità, della sua concretezza, e della storia della città. Ringrazio Rino D’ Antonio che ha registrato la bellezza e il fascino del luogo e l’intensità della partecipazione degli ospiti nelle sue fotografie, in cui si manifestano sempre i segni della “visione” geniale, del rigore tecnico e dell’arte della impaginazione. Ringrazio, infine, gli ospiti pazienti, e con loro, Umberto La Marca e la figlia Pina che hanno aperto all’ “Archeottaviano” le sale della “palazzina” con la consueta, elegante ospitalità.





