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In mostra, nel Circolo “A.Diaz”, le opere di D’Antonio, Giaquinto e Mignola: un’indagine artistica sui modi della percezione

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D’Antonio con la fotografia e Giaquinto e Mignola con la pittura si muovono lungo la via maestra dell’arte contemporanea: il confronto tra la percezione delle apparenze e la ricerca di una verità che, se esiste, sta oltre il confine del visibile. E’ un tema che dovrebbe stare al centro dell’interesse e degli studi degli alunni.Ottaviano diventa “soggetto” della creazione artistica. La tradizionale attenzione del Circolo “A.Diaz” per le manifestazioni culturali. Il vivo interesse dell’assessore alla cultura, Virginia Nappo.

Le sale del Circolo “A. Diaz” hanno ospitato la settimana scorsa “Octavianum”, la mostra delle opere di due pittori, Ciro Giaquinto e Mario Mignola, e di un fotografo, Rino D’Antonio. L’evento, organizzato da “Archeottaviano”, di cui è presidentessa la prof.ssa Giovanna Andreoli, ha ottenuto il patrocinio dell’Amministrazione Comunale: giustamente, perché in molte opere gli autori si confrontano proprio con le forme e con la luce della nostra città. Dopo gli studi di Benjamin, di Panofsky, di Freedberg e di Umberto Eco nessuno osa più pensare che la fotografia sia una meccanica riproduzione della realtà oggettiva. L’occhio interpreta e percepisce, l’occhio vede solo ciò che il sapere e il sentire gli permettono di vedere: e Rino D’ Antonio sente e sa che nelle strette strade della Terra Vecchia di Ottaviano – il Centro Storico, tra piazza Annunziata e il Palazzo Medici – in certi momenti del giorno il tempo si ferma, e apre lo spazio ai personaggi di antiche storie, agli artigiani che lavorarono i basoli, che lasciarono sui solidi muri, sui balconi, negli archi dei portoni, nei cortili i segni di una umanità dolente e, nello stesso tempo, orgogliosa, il sigillo di un mestiere che aspirava, giustamente, a essere giudicato arte. Questa lettura “sentimentale” dei luoghi (vedi foto 2 in appendice) impone l’uso della fotografia in bianco e nero: perché i colori talvolta sono egoisti e vanitosi e ingoiano anche le ombre. Invece, l’occhio di Rino D’Antonio vede nel nitido profilo e nella solida struttura delle ombre l’anima segreta delle cose e ci fa capire perché Gombrich sentì il bisogno di studiare il ruolo dell’ombra nelle arti figurative. Questa capacità dell’artista di “tagliare” l’immagine in modo che si carichi, per via naturale, senza il peso dell’artificio, di valori simbolici, si vede chiaramente nello “scatto” che mette insieme la statua del patrono di Ottaviano e la cupola della Sua Chiesa.

Ogni quadro di Ciro Giaquinto è il risultato della battaglia che l’autore combatte per mettere ordine nel caos (foto 3 in appendice). Egli parte da una macchia di colore che si stende sul supporto: poi in questa informe e viva struttura incomincia a distinguere il vago profilo di luoghi, case, persone, e a questo punto si concede una pausa di riflessione, si chiede se sia meglio lasciare che le forme si accampino, nette nel disegno e nella tinta, in uno spazio astratto, lavorato spesso con la tecnica del collage, oppure si dispongano armonicamente in un paesaggio definito, completo di alberi e di cielo. In questo caso l’artista “si diverte” a dare ai luoghi del paesaggio e alle case una struttura rigorosamente geometrica, quadrati, rettangoli, triangoli: nemmeno il libero fogliame delle piante sfugge a questa percezione da pittore naif. Ma i colori svelano il segreto del gioco organizzato da Giaquinto: i suoi rossi “lacerano” con anomale campiture l’ordine della scena e innescano un effetto straniante: il cielo rosso – un rosso  compatto- che si dispiega, in uno dei quadri, intorno alla cupola della Chiesa di San Michele annulla qualsiasi possibilità di collocare la scena in un’ora precisa del giorno: ma non è il “qui e ora” che muove l’interesse del pittore: egli si propone di dimostrare che le apparenze ci ingannano, anche quando, o forse soprattutto quando sembra che siano chiare, nitide, definite. E’ difficile mettere d’accordo ampie campiture di tinte e di timbri squillanti: ma Giaquinto ci riesce agevolmente, perché “sente” la musica dei colori.

Mario Mignola può dipingere un “golfo di Napoli” in puro stile “posillipesco”, può riprodurre con grande perizia tecnica “Alla stazione” di E.Manet, e disegnare volti, come quelli presentati in mostra, che sanno di influenza neoclassica, anche se una macchia di rosso tra i capelli li trasforma immediatamente in  simboli dell’umanità ferita; può, con la matita “memore” di Escher, dividere una splendida faccia di donna in  disegni geometrici di oggetti, può dissolvere l’immagine della Montagna nostra in grumi di forme e di tinte che richiamano l’Espressionismo, e rappresentare la “Terra dei fuochi” con l’immediatezza pop di vortici esplosivi dei colori del fuoco e della luce. Giustamente Mario Mignola cita il pensiero di Klee – che è il pensiero di tutti gli artisti del sec.XX-  che l’arte non rappresenta il visibile, ma rende visibile ciò che non lo è. Alberto Savinio, il genio del paradosso, diceva spesso – e nel ripeterlo pensava forse al fratello De Chirico- che ogni quadro è una storia a sé, e che l’idea e l’immagine da cui l’opera nasce – la folgorazione- impongono all’artista anche la tecnica da usare per la rappresentazione. Con i suoi lavori (foto 4 in appendice) Mario Mignola si propone di dirci che infinita è la varietà delle forme in mezzo alle quali ci muoviamo, e che in questo “teatro” eracliteo l’arte ci aiuta a difendere la coerenza della nostra identità culturale, a non aver paura di sperimentare diversi modi di percepire.

La mostra è stata una esperienza culturale importante, per il valore delle riflessioni che le fotografie e i quadri suggerivano all’osservatore attento. Sarebbe stato utile per i ragazzi delle scuole confrontarsi con gli artisti e con le opere, e incominciare a ricevere informazioni su una disciplina fondamentale per tutti, ma non ancora per la scuola italiana: mi riferisco allo studio della percezione e della “visione”, dei gradi e dei modi della conoscenza, dei meccanismi che producono le immagini. L’assessore alla cultura, Virginia Nappo, che ha partecipato al “vernissage”, ha promesso che solleciterà iniziative che vadano in questa direzione.

I tre Maestri ci hanno detto molte cose, e tutte essenziali: nella loro arte non c’è spazio per la banalità. Ma sanno che devono darci e dirci molte cose ancora. Se un giorno qualcuno decide di scrivere una storia delle attività culturali svolte a Ottaviano, non dimentichi di dire che il “luogo” simbolo di questa bella e lunga storia è il salone del Circolo “A. Diaz”, e che l’ospitalità del presidente Michele Del Giudice è degna della gloriosa tradizione del sodalizio.