Gruppo Scuola e riflessioni sui processi educativo-sentimentali della crescita personale

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Non si nasce genitori ma si diventa: per diventare dei ‘buoni genitori’ sarebbe auspicabile che tutte le persone, a prescindere dall’orientamento sessuale, intraprendessero un percorso di crescita e formazione.

 

Questo articolo parte dalla necessità di approfondire alcuni spunti di riflessione emersi da numerosi progetti scolastici realizzati come counselor sulle tematiche dell’educazione ai sentimenti e dell’accettazione delle differenze, anche alla luce delle inutili e dannose polemiche sulla cosiddetta ‘teoria gender’, che sta alimentando paure, ignoranza e razzismo tra le persone.                                   In particolare negli ultimi anni, ho avuto la possibilità di rappresentare come counselor il gruppo scuola dell’associazione famiglie arcobaleno (associazione omosessuali con figli).

Il gruppo scuola è gestito in primo luogo dagli stessi genitori dell’associazione: le persone omosessuali che hanno sentito il desiderio di diventare genitori, hanno intrapreso un percorso personale, di continua formazione e confronto. Non si nasce genitori ma si diventa: per diventare dei ‘buoni genitori’ sarebbe auspicabile che tutte le persone, a prescindere dall’orientamento sessuale, intraprendessero un percorso di crescita e formazione. In secondo luogo i genitori e gli operatori dei progetti possono essere anche psicologi, insegnanti, esperti della formazione etc., in modo da supportare la ‘testimonianza di vita’ con analisi e strategie professionali e d’ambito scientifico, e con la possibilità di offrire, ai destinatari dei progetti, maggiori modalità del ‘take care’. I progetti a livello nazionale seguono dei parametri comuni, ma ogni regione mantiene una propria indipendenza d’azione, dettata anche dal contesto di riferimento, più o meno accogliente e disposto ad affrontare tali argomenti. I destinatari sono principalmente educatrici/ educatori e docenti dall’asilo nido alle superiori.

A livello metodologico, è possibile individuare dei livelli di intervento: 1) il primo livello è informativo, ossia portare a conoscenza la realtà delle famiglie omosessuali con figli, che sempre più frequentano e crescono nelle scuole italiane; 2) il secondo livello è formativo- personale con dinamiche esperienziali di gruppo, lavori sulla comunicazione e simulazioni (role palying, giochi etc.); 3) infine il livello formativo- didattico, attraverso l’uso di manuali didattici divulgativi e una letteratura per bambini che affronta in maniera nuova e progressista tutte gli aspetti degli stereotipi,   validi strumenti e risorse per gli insegnanti.

Analizzando i dati raccolti nelle diverse esperienze, è possibile sottolineare come la realtà culturale attuale sia caratterizzata da una costante dicotomia: vige la contrapposizione tra maschio-femmina, buono-cattivo, credente-miscredente etc., dove il secondo termine è quasi sempre peggiorativo.                                                                                                                                  Viviamo ancora in una società maschilista, patriarcale, eterosessista in cui la verità è assoluta e certa, e dove il concetto di normalità è un modello unico e determinato da parametri precisi.                       Esiste ancora una forte confusione terminologica e ignoranza sui concetti di: identità di genere (il genere in cui una persona si percepisce, non necessariamente derivante da quello biologico e non riguarda l’orientamento sessuale), sesso biologico (maschio-femmina-intersessuato) e orientamento sessuale (la sfera della sessualità e dell’intimità, che non è strettamente connessa con una identità sessuale).

Molto spesso i/le docenti hanno difficoltà a trovare le parole ‘giuste’ e a dire le parole gay e lesbica: l’informazione e il continuo aggiornamento sono invece fondamentali per una corretta comunicazione, per far fronte anche alle offese verbali comunemente in uso tra gli adolescenti.         L’ omosessualità è ancora vista come una forma contro natura, nonostante esistano almeno 1.500 specie animali con comportamenti e possibili accoppiamenti omosessuali, e purtroppo viene ancora confusa con la pedofilia, problematica psicopatologica complessa slegata spesso dall’identità di genere e dall’ orientamento sessuale. Senza addentrarci in discorsi più specialistici, occorre ricordare che il DSM II (Manuale delle Malattie psichiatriche diagnosticate) eliminò nel 1974 l’omosessualità dalla psicopatologia.

L’ omosessualità viene ancora pensata come una trasgressione sessuale, sinonimo di sterilità, laddove la famiglia accettabile è solo quella cattolica.

Riprendendo il concetto di banalità del male di Hannah Arendt, anche nella società attuale il male viene quotidianamente perpetuato in forme banali, con l’uso di parole dispregiative, nella dissociazione tra pensiero e sentire e nell’ assenza di diritti civili e di tutele contro ogni forma di discriminazione.

  1. Weinberg negli anni ’70 fu tra i primi a coniare il termine omofobia come ‘paura di trovarsi a stretto contatto con una persona omosessuale che spinge a reazioni di ansia, disgusto, avversione e disagio (nel caso di persone omosessuali odio verso se stessi-ossia omofobia interiorizzata- vergogna e cancellazione di sè- con conseguente minority stress)’.

Il disprezzo, tra le emozioni complesse, nasce verso ciò che si percepisce come un pericolo, un nemico (visto come trasgressore di norme delle convenzioni sociali) e rappresenta, nel sistema organizzativo del gruppo, una forma di adattamento verso ciò che si differenzia culturalmente.

Come rispondere a questo senza cadere in manipolazioni, proponendo possibili modelli alternativi ?

 

Il lavoro con i/le giovani ma anche con adulti, mi porta a sostenere l’importanza di continuare a lavorare sulla complessità degli individui e sulla pluralità di espressione, così da migliorare l’ autostima e la possibilità di accettare le differenze. Riprendendo l’insegnamento di C.Rogers, tendo a preferire al termine normalità quello di sanità, puntando cioè sulla sana connessione mente-corpo-sentire.

Quando si pretende di possedere verità assolute, inevitabilmente si generano dissociazioni pericolose – tutti i tipi di ideologie partono da verità assolute-: c’è qualcuno (in questo caso ‘gli eterosessuali, i bianchi, i ricchi etc.’) che ha più diritti a esistere di un altro (‘i diversi, gli omosessuali, i neri, i poveri’), ossia cittadini di serie A e quelli di serie B, ricadendo nella sopracitata dicotomia.

 

Piuttosto che parlare di verità e ideologie, è utile lavorare sul relativismo dell’individuo, sulla possibilità di rifarsi a differenti modelli sociali rispettando l’esistenza stessa di un individuo; riscoprire e stimolare il pensiero laico, scevro da sovrastrutture e al di là di ogni credo religioso, può condurre a una maggiore libertà di espressione. Questo, nel concetto di famiglia, porterebbe da un lato, ad approfondire i ruoli genitoriali complementari e più aderenti alla quotidianità senza cadere negli stereotipi dei ruoli di genere, dall’altro, ad elaborare modelli affettivi più liberi da convenzioni.

 

La questione delle omosessualità e dell’omofobia è solo la punta dell’iceberg di un discorso più ampio che riguarda la complessità umana, fatta di individualità, ossia fragilità e punti di forza, e relazione con l’altro. Quanto più cresceremo i nostri figli/e in gabbie di stereotipi, nell’ignoranza e nell’evitamento delle esperienze, tanto più il sistema di adattamento sarà debole e maggiore sarà il disprezzo verso tutto ciò che minaccia la nostra fragile identità.