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I documenti “truccati”: la camorra vesuviana sotto gli ultimi Borbone e nei primi anni del Regno d’Italia

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Già nell’Ottocento  la camorra vesuviana ebbe un’organizzazione propria, distinta da quella napoletana.  Essa si articolava su gruppi a base famigliare, e le famiglie dei capi appartenevano al ceto dei “galantuomini”, amministravano i Comuni  e controllavano affari  e appalti. Furono questi “galantuomini” a trasmettere ai Prefetti  del Regno d’Italia l’elenco dei camorristi da inviare a domicilio coatto. Possiamo immaginare come stilarono quegli elenchi.

 

Ci fu, già nell’ Ottocento, una camorra vesuviana, e non fu un’appendice di quella napoletana. Si articolava su gruppi a base famigliare: e dunque ben strutturati. Le famiglie dei capi appartenevano non alla plebe, ma al ceto dei “galantuomini” e controllavano in quasi tutti i Comuni del territorio le cariche pubbliche e gli appalti. Dopo l’unità d’Italia furono questi “galantuomini”, in quanto amministratori, a stilare, Comune per Comune, gli elenchi dei delinquenti, veri o presunti, da inviare a domicilio coatto. Si può  immaginare quali furono le conseguenze di questa situazione paradossale e quanto poco credibili sono quegli elenchi

.Un capo della camorra provinciale fu, secondo Monnier, Antonio Ottajano, forse di Sant’Anastasia, di statura bassissima, smilzo, scarno, con lo sguardo acuto e fiero da falchetto. Fortissima era la camorra dei facchini. Nell’estate del ’50 il Sottointendente di Castellammare, Francesco Coppola dei duchi di Canzano, meritò le lodi di Peccheneda e ottenne dai commercianti  l’appellativo poetico  di novello Astrea per aver gettato in galera i capi dei facchini camorristi, Luigi Tommasino Canavone e Andrea De Falco Pacchiantiello, che “avevano stabilito il monopolio per il fitto delle case”. Camorrista “terribile”  fu Michele De Simone di Castellammare, detto ‘o lione, che, nell’aprile del ’61, dopo aver schiaffeggiato in pubblico il barone Dachenausen, sfuggì senza difficoltà alle Guardie Nazionali, tra cui militavano i camorristi della famiglia Spagnuolo, suoi compari. Silvio Spaventa fece la voce grossa con Michele Troiano, energico capo delle Guardie, il Troiano accusò i suoi dipendenti di essere o dei vili o dei malandrini: e intanto  ‘o  lione  era fuggito a Napoli, dal suo amico Andrea Maisto il siciliano. Infine fu catturato e deportato a Ponza: ma da qui fuggì quasi subito. Torre Annunziata era, con Sant’Anastasia, uno dei centri del contrabbando di “salami e salumi “ e Luigi Accardi e Giuseppe Esposito ne controllavano i flussi lungo la via “Regia”, da Castellammare a Napoli: un tratto della via è descritto da Francesco Mancini nel quadro che apre l’articolo.

Il polo industriale di San Giovanni a Teduccio  favorì il costituirsi di un clan di camorra, che grazie all’intelligenza criminale di Pasquale Cafiero si diede una struttura più moderna, diciamo così, dei clan di città.  Il gruppo occupava un territorio che faceva da cerniera tra l’economia industriale del Vesuviano costiero e l’economia agricola del Vesuviano interno, e, attraverso la carovana dei facchini e il controllo totale della dogana, del porto e dei mercati  prossimi al Ponte della Maddalena, taglieggiava imprenditori e trasportatori, e regolava i flussi del contrabbando. Faceva parte del gruppo di Cafiero Nicola Barracano, di cui  l’ispettore di Portici scrisse, nel 1874: lo si può trovare alla porta della Grande Dogana, vestito con blusa blu, fingendo di fare il facchino. i capi del gruppo, insieme a Cafiero, erano Luigi Napoletano, che i carabinieri consideravano caposocietà di Barra,  Pietro Carpinelli, detto l’ ispettore, perché sorvegliante nel deposito degli omnibus  di Portici, e Carlo Borrelli, membro di una famiglia  che da Sant’ Anastasia e da Portici  controllava il  contrabbando delle carni con i mercati della città di Napoli.

I clan dei Borrelli e degli Scarpati di San Sebastiano fecero da modello, tra il 1858 e il 1875, ai gruppi camorristi  del Vesuviano interno, che da quel modello ricavarono suggerimenti per la strategia e per la tattica dell’ azione criminale. I camorristi  Scarpati, per esempio, contribuirono a metter fine all’avventura del brigante Vincenzo Barone, e i camorristi ottajanesi  consegnarono ai pugnali della polizia il brigante Antonio Cozzolino Pilone. La provincia di Napoli non fu inserita tra quelle dichiarate in stato di brigantaggio e quindi sfuggì ai rigori degli articoli 1 e 2 della legge Pica del’63, che, consegnando i briganti al braccio di tribunali militari, o di parodie di essi, li destinavano quasi sempre alla pena capitale. Ma Napoli subì gli sconquassi provocati dall’art.5 che attribuiva al Governo la facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone definite genericamente sospette, a cospiratori veri e anche a quelli solo folkloristici, ai massoni. E nella caccia a così numerosa selvaggina sovente la polizia dell’ Italia liberale seguì le strade già percorse dalla polizia borbonica,  quelle dell’iniquità e del ridicolo.

Nelle terre vesuviane la mano della Giunta Provinciale, sotto la guida, talvolta maldestra, spesso sleale e vigliacca , degli amministratori locali, colpì con poca durezza, e quasi sempre alla cieca. A Castellammare furono individuati venti “oziosi,vagabondi e riconosciuti camorristi” da inviare al Forte di Ischia, e tra essi tre membri della famiglia Vanacore, accusati di essere, con Gioacchino Boccia,”camorristi del porto”, e  poi Filippo Scelzo Purpessa, il palermitano Leonardo Valentino, Alfonso Spagnulo amico di De Simone “o’ lione”, il caposocietà Federico Stanzione. Il Sindaco di Boscoreale fece inviare a domicilio coatto i tre fratelli Castaldo “conniventi di malfattori”, mentre da Torre Annunziata partirono una decina “di manutengoli e di malfattori”,  tra i quali spiccavano Luigi De Simone lo Stuppo, il liquorista Carmine Liucci Camelo, e Gaetano Sarcinelli l’Orefice, membro importante del gruppo di camorra che controllava l’acqua del Sarno, fondamentale  risorsa del territorio, e non solo per l’irrigazione: nei periodi di siccità anche Ottajano si riforniva d’acqua alla sorgente del fiume. Otto furono i coatti di Boscotrecase , e di questi due erano classificati come camorristi, Giacomo Paggi e Raffaele Cozzolino lo Incazzatore. Dodici i coatti di Ottajano: ma tra gli amministratori che firmarono l’elenco c’era qualcuno  che meritava di stare in testa alla “colonna incatenata” dei deportati.

La storia non ama l’originalità: spesso si ripete.Stancamente.