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Dai tempi delle ville romane ad oggi Terzigno è luogo sacro agli dei della vite e dell’olivo

Dal mondo antico alla prima guerra mondiale la produzione del vino e dell’olio di Terzigno è stata al centro di un vigoroso sistema economico imperniato su ville, masserie, officine, osterie. L’importanza di un Museo Vesuviano dell’archeologia e dei mestieri.

 

Io sto di casa in quello di Terzigno/ dove scorre, a lava, ‘o mmeglio vino.

( Agostino Palomba)

I resti delle ville di Cava Ranieri non consentono dubbi: nel 1989 la dott.ssa Caterina Cicirelli ammetteva che “esse costituiscono una testimonianza dello sfruttamento agricolo delle pendici del Vesuvio in una zona più alta di quanto non si conoscesse finora.”. L’archeologa riconosceva, inoltre, che i bracciali, la catenina, il girocollo di smeraldi, la collana e le argenterie – Gennaro Barbato, vate dell’archeologia vesuviana, ne sta pubblicando sul suo sito le immagini – “sono pezzi di fattura così pregevole da richiamare alla mente i tesori della casa del Menandro e della villa “della Pisanella””. In quelle ville abitavano famiglie importanti: lo dimostrano le monete d’argento e la forma particolare dei pesi da telaio in piombo (v. foto in appendice).. La presenza costante dei proprietari , le misure della cella vinaria della villa 1 e le strutture della villa 2 danno la certezza che “il sito costituiva molto probabilmente uno dei maggiori centri di produzione del “Vesvinum vinum””. Le attrezzature trovate negli scavi dimostrano anche che nel “sito” si allevavano animali, si seminavano legumi, e, soprattutto, si coltivava intensamente l’olivo: lo diciamo per mettere in pace l’ intelletto di chi continua a pensare che il Vesuvio non abbia mai prodotto olio. Nelle anfore di Pompei sono stati trovati resti non solo di olio, ma anche di olive bianche e di olive snocciolate.

Sullo scorcio del sec. XVI i due più importanti mercanti di vino vesuviano, Felice Amato e Vincenzo Daniele, che lavoravano in società, erano clienti del Banco di Sant’ Eligio e possedevano, in Napoli, 9 magazzini, di cui uno alla strada dei Greci e uno a Santa Maria della Scala. Nel 1598 essi pagarono a Domenico Bifulco, che aveva una “villa” “ al bosco di Pizzola” e “orti” e vigne al Mauro, 85 ducati per 7 “carra di vino latino” e per 10 “mezzette d’olio”, circa 300 litri. I Medici. che comprarono il feudo di Ottajano per le querce e per i vigneti, per tre secoli furono tra i più importanti produttori di vino della provincia: nel 1847 Vincenzo Semmola riconobbe che Giuseppe IV Medici svolgeva un ruolo da protagonista nella difficile impresa di “ immegliare” i i vini vesuviani. Il centro di questa attività era Terzigno: la Masseria della Gatta, il “Podere Bosco” e “ il Fondo denominato Mauro”. In alcune sezioni di questo fondo, Chiaito, Cannucce, Pietrarossa, c’erano estesi oliveti, mentre alle Logge funzionavano il frantoio e le “celle” per l’olio, con una decina di addetti. Ma intorno alle ville romane e intorno ai vigneti dei Medici c’era la stessa “macchina” di contadini, soprastanti, “repostieri”, canestrai, carrettieri, stallieri – una “macchina” che non è stata mai descritta come meriterebbe-, e si snodavano traffici intensi lungo una strada che è da sempre un cardine dell’economia vesuviana, e che nel 1756 Carlo III scelse come confine della “ Riserva” del Vesuvio.

Dopo l’”eversione feudale” voluta da Murat restarono ai Medici circa 700 moggia di terra, protette, nei punti strategici, da 9 taverne, che controllavano, in molti modi, il flusso quotidiano dei carri e delle merci. La Taverna del Mauro era anche “stazione di posta” e sosta obbligatoria per i “vatecari” che trafficavano con Torre Annunziata e con Castellammare. Era, la Taverna, un caposaldo del contrabbando di vino, di carni e, negli anni del brigantaggio, di armi: il luogo è legato alla storia di Antonio Cozzolino detto Pilone, al quale piacque di mettere le mani anche sulla “trafica” del vino, un antico rito commerciale che la camorra controllava rigidamente. E non a caso il brigante venne “venduto” alla polizia da un capo vesuviano della camorra “elegante” che possedeva molte moggia di vigneti tra Terzigno e Bosco.

Agli inizi dell’’800 i Medici consentirono ai Menichini di Terzigno di metter su un’importante officina per la costruzione e la riparazione delle botti: nel 1831 vi lavoravano almeno 20 persone. I Bifulco, da sempre alleati dei principi di Ottajano e enfiteuti di centinaia di moggia con vigne e gelsi, trasformarono la loro villa, progettata probabilmente da un architetto ottajanese allievo del Sanfelice, in un “luogo ameno” attrezzato anche per le attività commerciali: era un ritorno al passato remoto, alle ville rustiche costruite alle pendici del vulcano dai signori pompeiani. I Bifulco esportavano in Francia e in Germania non solo il vino del Vesuvio, ma anche il Marsala comprato in Sicilia e, insieme con i Di Luggo, famiglia del Centro Abitato trasferitasi a Terzigno, furono tra i primi produttori di vino a servirsi delle navi per il trasporto delle botti.

Nel 1888 Angelo Sangiovanni di Terzigno, enfiteuta della Masseria Masche al Mauro, conquistò, per l’olio del suo oliveto, il diploma d’onore del Concorso di Castellammare, organizzato dall’ istituto Agrario di Portici. L’anno prima il “Vesuvio” prodotto a Terzigno dai Rouff era stato premiato ad Amsterdam, e nel 1892 il lacryma rosso conquistò una significativa onorificenza a Vienna.

Ventisette anni fa la dott.ssa Cicirelli si augurava che a Terzigno si riprendesse uno scavo “attento e programmato”: l’augurio è rimasto tale. Gennaro Barbato e gli amici che hanno la passione per l’archeologia si augurano che venga finalmente istituito, nel nostro territorio, un Museo archeologico: la quantità e al qualità dei reperti e l’efficacia della veduta d’insieme potrebbero finalmente convincere anche gli scettici che nel 79 d.C. tra Pompei e Nola non c’erano selve disabitate, ma le ville, le officine, le case e le strade di un sistema urbano vasto, organico, ricco, E se questo Museo fosse anche un museo antropologico e raccontasse i mestieri e le opere dell’ingegno dei Vesuviani, sarebbe una bella cosa…..

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