La guerra si combatte ancora, nel Vesuviano, anche se con tattiche nuove. Nel 1865 il consigliere provinciale Luigi Frojo osservò, con grande lucidità, che la “guerra” per l’autonomia delle “frazioni” era prima di tutto una guerra della pianura contro la montagna: se a monte si produce, a valle si produce e si commercia. E dunque egli suggeriva ad alcuni Comuni di ridisegnare il sistema urbano. Ma qualche Comune o non ascoltò, o non capì.
Gaetano Martinez, comandante distrettuale della Guardia Nazionale , il 10 marzo 1861 fu costretto a precipitarsi a Massa , ove si stava sviluppando “ un movimento di folla “ contro Domenico Ricciardi, sindaco della città, ma nato e residente a Cercola, che di Massa era frazione. Martinez si trovò in mezzo a un subbuglio. Una folla di uomini e donne “ bastantemente armata di mazze “ cercava di raggiungere ad ogni costo, pressando e gridando, il sindaco, a fatica protetto dalle guardie nazionali di Massa, guidate dal capitano Piromallo. Nel bailamme Martinez riuscì a capire che la folla accusava il Ricciardi di tramare in favore dell’autonomia di Cercola, “ e di immiserire ancora di più “ il capoluogo. Martinez sulle prime si vestì d’autorità e a muso duro “ diede addosso a un chiassatore, Ciro Mellone “, sperando che gli altri si calmassero. Ma poiché non si calmarono, Martinez si ritirò precipitosamente: intanto da Cercola arrivavano le carrozzelle con le guardie nazionali della frazione, pronte a difendere il “ loro “ sindaco.
Il nuovo ordinamento politico ravvivò in tutto il territorio la guerra per l’autonomia che da tempo frazioni o “ quartieri “ importanti combattevano contro i capoluoghi per diventare comuni autonomi: Flocco contro Boscoreale, San Giuseppe contro Ottajano, Cercola contro Massa. E restava ancora da risolvere la spinosa questione dei confini tra Somma e Sant’ Anastasia. All’origine di questa guerra c’erano il passato e il presente di un campanilismo esasperato; e c’era la contesa tra gruppi e consorterie per il controllo del potere politico locale e delle strutture economiche del territorio. La questione dell’ autonomia di Cercola venne affrontata dal Consiglio Provinciale nella seduta del 19-9- 1865: il Presidente era Paolo Emilio Imbriani, Giuseppe Lazzaro era il segretario, e nei banchi dei consiglieri sedevano, tra gli altri, Francesco Avellino, il marchese Michele Avitabile, il marchese Rodolfo D’ Afflitto. Con grande lucidità Luigi Frojo osservò che questo “ movimento “ per l’ autonomia era fatalmente imposto dalle ragioni della geografia e dell’economia: se a monte si produce, a valle si produce e si commercia; a valle si costruiscono case, strade e ferrovie.
Nel 1865, nel centro abitato di Massa vivevano 700 persone, a Cercola 1100: a Cercola era concentrata tutta l’attività economica del Comune. Il vino prodotto nelle zone “ alpestri “ veniva lavorato e venduto a Cercola, negli “ stabilimenti “ di Andrea Barone, di Vincenzo D’ Ambrosio e di Giuseppe Montella, e una famiglia di sensali cercolesi, i Fiore, controllava il mercato delle pesche e delle albicocche prodotte negli orti di collina, tra Massa e San Sebastiano. Era a tal punto strategica la posizione di Cercola, che tra il 1865 e il 1880 vi immigrarono, da Barra, da Ponticelli, da Portici, da Sant’ Anastasia, imprenditori importanti: i De Luca Bosso, che con i Ricciardi erano interessati agli appalti dei lavori pubblici: ponti, strade, ferrovie; i Paparo, i Montella e i Di Siena, che costruivano botti e fusti. Botti costruiva a Cercola, nel 1876, un Ciro Mellone, omonimo del “ chiassatore “ che nel ’61 aveva suscitato l’ira di Martinez. E non si può escludere che fosse la stessa persona. Il Domenico Ricciardi, che il Mellone “chiassatore” aveva cercato di portare sotto i colpi del suo bastone, nel 1888 era sindaco di Cercola, diventata intanto Comune autonomo.
In quella seduta del settembre del ’65 Luigi Frojo ricordò a tutti che nei quartieri montani di Pollena, di San Sebastiano e di Massa le strade erano cupi viottoli non messi a ghiaia, né selciati”, che anche una breve pioggia trasformava in impetuosi “torrentuoli”: era chiaro che le trasformazioni in atto del modello industriale e la rete viaria spostavano in pianura, inesorabilmente, la linea di sviluppo dell’economia: questa tendenza risultava necessaria, di una necessità ferrea, nella parte alta del Vesuviano interno, dove c’era spazio solo per gli investimenti nella lavorazione dei prodotti agricoli e nell’ artigianato. La minaccia costante delle eruzioni e un sistema di vie montane “ d’ordinario impraticabili “ sconsigliavano la costruzione di “ stabilimenti “ dotati di apparati di macchine complesse e costose. A ovest, i porti di Torre e di Castellammare e la ferrovia Napoli- Portici- Salerno compensavano, in parte, la minaccia dell’incombente vulcano. Le osservazioni di Frojo vennero puntualmente confermate dai fatti. Nel 1880 il comune più industrializzato del territorio vesuviano è, dopo Torre Annunziata, San Giovanni a Teduccio.
Luigi Frojo propose di accorpare in un solo Comune i “ comuni contermini “ di Pollena Trocchia, San Sebastiano, Massa e Cercola con l’aggiunta di una parte di Ponticelli “ lungo la strada che dal Ponte della Cercola va alla Casina Petrone.” Sapeva che la sua proposta “ urtava suscettività e permalosità “, ma riteneva che fosse necessario, “ una volta tanto “, badare “ all’interesse della massa, di cui tutti parlano, ma a cui nessuno veramente pensa. “. Un secolo e mezzo fa il consigliere provinciale sollevava una questione di capitale importanza e suggeriva ai Comuni che comprendevano sia quartieri in montagna che quartieri in pianura di ridisegnare integralmente il sistema urbano, la rete dei collegamenti, la dislocazione delle strutture produttive. Alcuni Comuni compresero l’importanza della riflessione di Luigi Frojo, altri o non ascoltarono o non capirono. Alla prossima puntata.



