Ordinamento vietato agli aspiranti sacerdoti che non possono mangiare l’ostia ma concesso ai pretia che abbiano sviluppato la celiachia soltanto dopo l’ordinazione
La Chiesa cattolica vieta il sacerdozio alle persone affette dall’intolleranza al glutine: “… i candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia o soffrono di alcoolismo o malattie analoghe, data la centralità della celebrazione eucaristica nella vita sacerdotale, non possono essere ammessi agli ordini sacri”. I sacerdoti che abbiano sviluppato la celiachia soltanto dopo l’ordinazione (così come tutti i fedeli che hanno questa intolleranza alimentare) possono usare un particolare tipo di ostie con una minima quantità di glutine (che da un lato permette la panificazione, dall’altro non compromette la dieta senza glutine).
Nel 2005, l’Italia riconobbe la celiachia come «malattia sociale», garantendo alle persone affette dal morbo celiaco il «diritto all’erogazione gratuita dei prodotti dietoterapeutici senza glutine», come scritto nel testo della legge 123/2005, “Norme per la protezione dei soggetti malati di celiachia”. Fu un grande passo in avanti, che poneva l’Italia tra i Paesi all’avanguardia nella lotta alla celiachia, malattia che colpisce un italiano ogni cento. Un enorme progresso dal punto di vista dirittuale che semplificò la vita dei numerosissimi cittadini alle prese con diete stringenti, alimenti forzatamente “diversi” (con conseguenti imbarazzi al ristorante) e prezzi del cibo più che raddoppiati rispetto al normale. Ma ancora oggi c’è una parte di celiaci italiani che non può fare davvero ciò che vuole. Stiamo parlando degli aspiranti sacerdoti. Uomini desiderosi di trasformare la propria vocazione in una vita al servizio della Chiesa Cattolica, che devono però scontrarsi con un male sottile, ma più grande e temibile di Satana: la celiachia, appunto. Per i celiaci, infatti, le porte di seminari, chiese e cattedrali sono irrimediabilmente chiuse.
È vietato ad un celiaco prendere ordini sacerdotali, ma un uomo già sacerdote usa un particolare tipo di ostie. L’argomento è delicato ed importante eppure la Chiesa non vi ritorna da anni. Sbalorditi da questa legge della Chiesa Cattolica, e anche un po’ contrari a dire il vero, ci sorge un dubbio: celiaci si nasce o si diventa?
Oramai il numero dei celiaci è in continuo aumento, se ne trova uno su ogni tre famiglie ed è una statistica cospicua considerando che fino a qualche anno addietro la maggioranza non conosceva neppure il significato di celiachia. La celiachia è una malattia autoimmune capace di colpire una parte di tessuti sani all’interno del nostro organismo. Si può definire meglio come un’intolleranza alimentare, che si scatena quando vengono ingeriti alimenti contenenti una particolare sostanza la gliadina, la componente alcool-solubile del glutine, un insieme di proteine contenute nel frumento, nell’orzo, nella segale, nel farro e nel kamut. Gli studi ritengono che celiaci non si nasce, ma che si sviluppi alla la predisposizione a diventarlo: se un soggetto predestinato alla celiachia non mangerà glutine per tutto l’arco della vita, non diventerà mai celiaco, ma una volta che lo diventa lo sarà per tutta la vita. Egli può guarire completamente da tutti i suoi disturbi intestinali se si astiene dall’assumere glutine, ma inevitabilmente vi ricadrà laddove entra in contatto nuovamente con questa sostanza. Nonostante diverse ricerche effettuate da parte di esperti in materia, non si conoscono tutt’oggi le cause che provocano la celiachia. Si sa solo che si tratta quasi sempre di una malattia ereditaria, infatti la concordanza tra gemelli con stesso patrimonio genetico è molto vicina al 100%.
Ma non è detto che da un genitore celiaco debba per forza nascere un bambino celiaco. Infatti solo il 5-10% dei parenti di primo grado (genitori, figli, fratelli) dei celiaci è celiaco. Da notare che questa condizione colpisce più spesso le femmine dei maschi. Dunque rispondere alla domanda è impossibile. In quanto è vero celiaci non si nasce, ma sin dai primi giorni di vita geneticamente si è destinati a diventarlo. E soprattutto a conviverci.




