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Ancora… e sempre PASQUA

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Tra  qualche giorno ci faremo, ancora una volta,  gli auguri: “Buona Pasqua” o “Buone feste”. Per capire la storia della nascita e della celebrazione della Pasqua professata dalle due più grandi religioni monoteiste, il Cristianesimo e l’Ebraismo, dobbiamo fare un salto nel passato e andare a scandagliare i più remoti angoli della storia.

Le origini della Pesach, Pasqua ebraica, risalgono, probabilmente, alla festa pastorale che veniva praticata nel Vicino Oriente dai popoli nomadi per ringraziare Dio. I festeggiamenti pastorizi erano legati anche alla “festa del pane non lievitato” – mazzot. Dopo la liberazione del popolo ebraico, fuggito dall’Egitto guidato da Mosè, la Pasqua ebraica assunse un diverso significo. Mosè, come è scritto nel dodicesimo capitolo dell’Esodo, programmò la fuga del suo popolo. Tutti gli ebrei uccisero un agnello di un anno, consumarono il pasto in piedi con il bastone, pronti per la partenza, e segnarono con il sangue dell’animale le porte delle abitazioni. Così facendo tutti i primogeniti ebrei si sarebbero salvati dall’angelo inviato da Dio. Ancora oggi la Pasqua ebraica, che inizia con il plenilunio di marzo e dura per otto giorni, è celebrata seguendo antichi riti. Durante questi otto giorni tutto gli ebrei ricordano la liberazione dalla schiavitù del proprio popolo dalle vessazioni egiziane e l’inizio di un viaggio lungo 40 anni alla volta della terra promessa. La celebrazione della Pasqua coinvolge tutti i familiari con la lettura dell’Haggadà – libro della leggenda. In questo periodo, inoltre, sono banditi i cibi lievitati e per questo si mangia esclusivamente il pane azzimo. La tavola, durante la festa, è ricca di cibi simbolici: le erbe amare che ricordano la sofferenza del popolo ebraico, il pane azzimo, l’agnello arrostito intero, le erbe rosse, un uovo che simboleggia il lutto e la salsa charoseth, usata dagli schiavi ebrei in Egitto. La Pasqua cristiana, invece, celebra non un evento, ma l’ EVENTO che ha rivoluzionato l’intera umanità: la Risurrezione del figlio di Dio, Gesù di Nazareth che, dopo essere stato crocifisso, risorge per liberare gli uomini dalla morte, dalla disperazione, dalla tristezza e dal dolore, proiettandoli verso un futuro di gioia e di speranza. L’origine della Pasqua, secondo il Nuovo Testamento, risale alla crocifissione di Gesù, episodio che coincide con la vigilia della celebrazione di quella ebraica. I cristiani di origine ebraica onoravano la Resurrezione dopo la celebrazione della Pasqua semitica, mentre i cristiani di origine pagana la ossequiavano tutte le domeniche dell’anno. Da questa ambivalenza e confusione di festeggiamenti nacquero numerosi controversie che terminarono nel 325 d.C. grazie al Concilio di Nicea, che stabilì che la Pasqua doveva essere celebrata la prima domenica dopo la luna piena che seguiva l‘equinozio di primavera. Nel 525 d.C. si stabilì che questa data doveva cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile. Anche i cristiani ortodossi festeggiano la Pasqua ed essendo cristiani, con lo stesso significato dei cattolici. In questo caso la differenza è nel giorno in cui si celebra la festa, dato che le due Chiese utilizzano calendari diversi. Gli ortodossi, infatti, usano il calendario giuliano (introdotto da Giulio cesare nel 46 a.C.), che anche la Chiesa cattolica ha utilizzato fino al 1582, anno in cui è passata al calendario gregoriano, che è in uso in tutto l’Occidente. Quest’ultimo calendario deve il suo nome a Papa Gregorio XIII ed è basato sul ciclo del sole, secondo gli studi dell’astronomo polacco Niccolò Copernico.  Certo la Pasqua è un mistero. Il che  significa che di fronte alla morte possiamo scoprire non solo il regno della morte, ma anche “il senso del senso”. Ogni uomo, credente o non credente, cerca un senso alla propria esistenza. Vorrebbe che la sua vita fosse salvata: sappiamo che oggi per molti l’orizzonte è disperato perché non trovano un senso. La caratteristica più dolorosa del nostro tempo è la mancanza di speranza. C’è un senso, tra i vari sensi della vita, più profondo che io penso risieda nella coscienza di ogni uomo.  Non solo (come ha detto qualcuno) “cosa posso fare”, “cosa posso conoscere”: anche “cosa posso sperare”. Questo è il senso del senso. Cioè credere che ci sia la possibilità di sperare in un oltre, al di la della morte. Se non abbiamo questa speranza, se la morte resta l’ultimo confine, è difficile trovare un senso. E’ compito di tutti e di ciascuno “trasmettere” la speranza, in un mondo disorientato e alquanto disperato. Già qui ed ora. Nell’attesa del compimento e della piena realizzazione del “senso del senso” della nostra vita bella. Che continua, ancora più bella, oltre questa.

(Fonte foto: rete internet)

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