Già nel VI sec. d.C. si credeva che malattia e peccato avessero la stessa causa: il blocco degli umori vitali. I malati, per guarire nel corpo, dovevano prima purificare l’anima. “L’acqua di melissa” era assai utile ai Vesuviani, che respiravano aria inquinata, allora, dallo zolfo del vulcano…….
Si credette a lungo che peccato e malattia avessero la stessa origine: il blocco degli umori vitali. Perché il malato guarisse, era necessario sciogliere l’impedimento e riavviare il flusso corretto di quegli umori, sia nello spirito – e a questo provvedevano il pentimento e il “mea culpa, mea culpa” – sia nel corpo, e qui servivano infusi e pomate. I membri degli Ordini religiosi, già esperti medici dell’anima, si attrezzarono anche per fornire le medicine a chi era malato nel corpo, nobilitando quella cultura popolare che nel Vesuviano accentuava a dismisura la sua naturale tendenza a leggere il mondo nei termini del prodigio e del miracolo.
I Carmelitani arrivarono a Ottajano sul finire del sec. XVI. Nel 1654 il Convento ottajanese venne chiuso: era stato inserito da papa Innocenzo X Pamphili nell’elenco dei 1513 conventi italiani condannati alla “soppressione”, perché di ridotte dimensioni: erano, insomma, dei “conventicoli”. In realtà, a Ottajano c’erano cinque frati, ma il patrimonio del convento era cospicuo: e forse proprio questo aspetto suggerì a qualcuno di allontanare dalla ricca città vesuviana questi frati troppo attivi e zelanti. Ma nell’estate del 1660 i “signori” e il popolo di Ottajano non ebbero dubbio alcuno: la Madonna del Carmelo aveva salvato la città dal fuoco del Vesuvio e dalla definitiva distruzione e, perché tutti fossero consapevoli della “grazia” ricevuta, aveva fatto sì che l’eruzione terminasse proprio il 16 luglio, giorno a Lei sacro. Era necessario, perciò, che i Carmelitani tornassero a Ottajano.
Ma solo nell’ottobre del 1668 il convento e il patrimonio vennero restituiti al Rev.mo Padre Moscarella, che rappresentava il Priore del Monastero napoletano del Carmine Maggiore, e a dieci frati carmelitani. Otto anni di attesa in un mondo che non conosceva ancora i tempi della burocrazia sembrano troppi: ma non fu facile convincere certi “signori” ottajanesi, che avevano messo le mani su case e terre dell’Ordine, a restituire il bottino ai legittimi proprietari. Per 120 anni i Carmelitani parteciparono incisivamente alla storia della città garantendo assistenza spirituale e materiale agli “infelici”: in un documento del 1774 si legge che i frati fornivano il cibo a 38 famiglie che si trovavano in condizione di assoluta povertà, e “i rimedi della medicina” a molti “malati miseri”, cinque dei quali abitavano tra la “Cupa d’ Anna”, la Scavolella e il Padiglione, insomma nella capanne disseminate sui “tuori” che fronteggiavano il “Vallone del Rosario” e il Palazzo Medici.
Nel 1809 i Carmelitani andarono via per sempre da Ottajano: così aveva disposto Gioacchino Murat. Nel 1821 il Governo borbonico decise di capirci qualcosa nell’ intricata questione dei patrimoni di monasteri e conventi chiusi ormai da dieci anni: in alcuni paesi – anche a Ottajano – era capitato che dei “signori” avessero messo le mani su bassi, vigne e oliveti appartenuti all’Ordine. Come si sa, la Storia si ripete. Nell’autunno del 1821 cinque decurioni- si chiamavano così i consiglieri comunali- ispezionarono il convento del Carmine in Ottajano e registrarono in una lunga relazione l’elenco di ciò che avevano trovato: tavoli, sedie, tre scrittoi, due leggii, cuscini, qualche coperta, un armadio, cinque botti, in cui i frati conservavano il vino delle vigne del Padiglione e di Recupo, filtri e un alambicco per la distillazione. Filtri e alambicchi i frati avevano portato via da “un cellaro” che essi possedevano nella “piazza maggiore” di Ottajano e da due bassi, contigui al “cellaro”, dati in affitto “ad uso di speziaria di medicina”. I decurioni trovarono quasi intatto il giardino del convento: è probabile che continuasse a curarlo, di nascosto, e per ricavarne qualche soldo, Giovanni Auriemma, un vecchio contadino del quartiere, che per anni aveva lavorato al servizio dei Carmelitani. C’erano, nel giardino, viti, aranci, due melograni, limoni e lunghe e fitte siepi di erbe medicinali.
Credo che non vi siano dubbi: anche a Ottajano i Carmelitani preparavano, e distribuivano, “l’acqua di melissa”, un infuso pensato e costruito dai Carmelitani francesi, e, grazie ai confratelli milanesi e veneziani, diffuso nelle “officine” di tutti i conventi dell’Ordine. Molte le versioni della ricetta: la base era l’erba melissa macerata nell’alcool o nel vino: si aggiungevano poi gli aromi: cannella, garofano, cedro, limone. Nella “ricetta” ottajanese è probabile che non mancassero la malva, l’achillea, che gli speziali vesuviani consideravano efficace contro le “affezioni calcolose” e la vitalba, utile rimedio per le malattie intestinali.
L’”acqua di melissa” combatteva le crisi isteriche, la bile nera, la debolezza dei nervi, l’affaticamento del cuore, le coliche, i capricci del fegato, e, nei Vesuviani, il pericoloso ribollio degli umori provocato – dicevano i medici- dallo zolfo sciolto nell’aria che quelli respiravano. Durante il colera del 1836 l’infuso dei Carmelitani venne somministrato come tonico ai convalescenti. Insomma, l’”acqua di melissa” rasserenava, calmava, placava: portava in sé l’immagine del lungo, paziente e preciso lavoro di raffinamento che era necessario per distillarne le gocce, e che costituiva il vero segreto della perfezione del prodotto.
Mi pare giusto che questo prodigioso infuso sia collegato, in un modo o nell’altro, alla Madonna del Carmine, la Madonna dal volto misericordioso, dallo sguardo rasserenante.







