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Alla serata “Stelle di solidarietà” la magia dei vini vesuviani

I vini di “Villa Dora, l’azienda della famiglia Ambrosio,  sono l’armonioso risultato di una filosofia aziendale che sa coniugare la sapiente innovazione con i valori di una tradizione che mi piace definire “epica”. “Villa Dora” è stata sponsor dell’evento “Stelle di solidarietà”, a dimostrazione della generosa attenzione che la famiglia Ambrosio dedica da sempre ai valori sociali. Se un “piatto” è un “racconto”, il vino è una “poesia” ( Mario Soldati): la manifestazione di Pompei ha ancora una volta confermato la realistica verità di queste metafore.

 

Mercoledì 1° dicembre, organizzata dall’ hotel “ Habita 79”, si è svolta a Pompei la terza edizione di “Stelle di solidarietà, la suggestiva serata dei valori”. Mi ha colpito la nota con la quale gli organizzatori ricordavano che la cena non era solo un evento “gourmet”, ma era un “viaggio” in cui i convitati avrebbero “incontrato” e scoperto i valori del territorio, i sistemi e gli orientamenti sociali del gusto e dell’olfatto, l’arte degli chef, la fascinosa bellezza del convito. E mi sono ricordato di cosa scriveva Folco Portinari per illustrare le ragioni che lo inducevano a chiamare “la gola” “un luogo”, “un luogo sacro, se è sede di peccato, e profano, se è sede di piacere.. La gola è lì, al fondo della bocca. E’ un sito geografico. E’ descrivibile e descritto”.  Anche Portinari intuì, come Gian Luigi Beccaria e la Allende, che un “piatto” è un libro, fatto di capitoli “apertamente scritti” e di note “chiaramente sottintese”. E dunque, mentre gustavano cibi e vini, i convitati non potevano dimenticare che le “ragioni” di quella “serata” avevano una forte connotazione sociale, perché tutto il ricavato sarebbe stato investito nell’acquisto di materiale didattico e di attrezzature di refettorio per il Centro di accoglienza oratoriale “Bartolo Longo” di Pompei. Gli chef protagonisti dell’evento conviviale sono stati Giuseppe Aversa (ristorante “Il buco” di Sorrento), Alfonso Caputo ( “Taverna del Capitano” di Nerano), Antonino Montefusco (“Gran Hotel Excelsior Vittoria” di Sorrento), Domenico Iavarone (“José” di Torre del Greco), Salvatore La Ragione ( “Sorrento.Je” di Isola di Jersey), Stefano Mazzone (“Grand Hotel Quisisana” di Capri) e Roberto Lepre, chef dell’ hotel che ospitava la manifestazione. E proprio perché il “piatto” è un racconto, è giusto sapere dove gli chef svolgono quotidianamente la propria attività, perché, diceva Giovanni Artieri, il cuoco che cucina ogni giorno gli spaghetti a vongole a Santa Lucia, col passare del tempo “sentirà” i profumi e i sapori di quel “piatto” in un modo tutto particolare, e chiaramente diverso da come li sentirebbe se svolgesse la sua attività a Sorrento: egli abituerà la sua “mano” a interpretare e a ripetere quello che “sente”. Ma certamente non è stato necessario ricordare ai convitati che “Villa Dora” è un’azienda vinicola di Terzigno, e che “vesuviani” sono i suoi vigneti e i suoi vini. Perché “Villa Dora” è un’azienda importante e nota, vincitrice di premi nazionali e internazionali, e i suoi vini portano, inconfondibili, i segni di quella magica “vesuvianità”  che li rende eredi di una storia enologica capace di consacrare il Vesuvio a Dioniso. Vincenzo Ambrosio, Donna Giovanna e Donna Francesca e Vincenzo junior sono i depositari ammirevoli di una scelta culturale che riesce a conciliare l’innovazione sapiente con i valori della tradizione e a far sì che ogni annata del “Forgiato”, del “Gelsonero”, del “Vigna del Vulcano” sia un carme, una melodia dello stesso, strepitoso poema, “il vino vesuviano”. Da Orazio a Mario Soldati molti hanno parlato del vino che diventa poesia, ma i vini di “Villa Dora” sono “figure” particolari, creano le stesse suggestioni di uno dei quadri che Oswald Achenbach dedicò al Vesuvio, o delle pagine in cui Charles Dickens raccontò la sua ascesa al cratere: ogni volta che osservi  quei dipinti, e leggi quella prosa e bevi un sorso di quel vino, scopri una nota che prima ti era sfuggita, e “senti” che un particolare, che avevi giudicato poco importante, ora lo percepisci come un dettaglio essenziale.  Questa è la magia degli autori sapienti.

 

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