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A Nizza è ricomparso il Mostro del Novecento: l’Odio Assoluto, dallo sguardo normale

La Bestia di Nizza è un mostro a più teste, alimentato da un odio che ha le sue radici nelle guerre tra i popoli e tra le religioni, nello sfruttamento dei colonizzatori, nella violenza dell’imperialismo, nella brutalità del capitalismo, nella crisi dell’Occidente: è un Odio Assoluto, che costituisce la trama della storia dal 1914 ad oggi.

 

L’ira, per non essere dimenticata, va custodita in barattoli di odio (P. Sloterdijk)

La violenza è inerente alla cultura, è il destino della nostra specie (W.Sofsky)

 

Non mi meraviglio che la polizia francese non abbia trovato ancora prove certe di contatti tra l’assassino di Nizza e quelli dell’Isis. E se anche le troverà, non cambierò idea: questa strage ha poco in comune con i massacri di Parigi e di Bruxelles, nasce da un odio che ha messo radici in ogni parte della mente e del cuore, e si è identificato con la persona tutta del carnefice. Una bestia così può uscire da un angolo qualsiasi della Notte che incombe sul nostro tempo, e le cui ombre si allungano sull’animo di tutti noi. I giornali sottolineano il fatto che sono stati uccisi molti bambini: la fotografia della bambola che sta a terra accanto al cadavere coperto di chi con lei si dilettava è diventata l’immagine di copertina di questa tragedia. Stamattina, davanti all’edicola di cui sono cliente ho sentito un giovane che, riflettendo ad alta voce, chiedeva cosa avrebbero scritto i giornali, e cosa avrebbero pensato e detto i lettori, se l’autista avesse lanciato il suo camion addosso a una comitiva di banchieri, di certi banchieri, o di politici, di certi politici.

La domanda provocatoria mi permette di parlare della strage di Nizza come di un capitolo della storia dell’Odio Assoluto, e non come di un momento di quel piano di violenza programmata che molti preferiscono chiamare terrorismo islamico, e che a me pare invece una guerra vera e propria tra l’Occidente e l’Islam radicale. E’ probabile che la bestia di Nizza, dopo aver deciso che era venuto il momento che il suo odio traboccasse, abbia anche provveduto a “colorarlo” con la maschera dell’ideologia e della religione, e l’abbia venduto all’Isis. I sadici che nei campi di concentramento nazisti si divertivano ad annunciare alle loro vittime “domani ti snoderai nel cielo come fumo, da quel camino” (T.Adorno) cercarono poi di giustificare l’orrore di cui erano stati responsabili con le ragioni della storia e del patriottismo, perfino. L’altra sera una giornalista francese, piangendo, si domandava quali fossero l’espressione e lo sguardo della bestia, mentre i corpi venivano maciullati dalle ruote del camion: la signora in lacrime non riusciva a darsi una risposta.

In una pagina famosa pubblicata in “Archivio Arendt1” Hanna Arendt descrive l’interrogatorio di un ufficiale nazista in servizio in un campo di concentramento, che era stato catturato dagli alleati: “Nel campo avete ucciso delle persone con il gas?”. “Sì”. “Qualcuno lo avete seppellito vivo?”. “Sì. Talvolta è successo”. “Lei ha preso parte ai massacri?”. “No, mai. Nel campo ero solo ufficiale pagatore”. “Cosa pensava di quello che stava accadendo?”. “All’inizio era spiacevole, ma poi ci siamo abituati”. “Sa che i russi la impiccheranno?”. (Scoppiando in lacrime) “Perché dovrebbero? Cosa ho fatto?”. Durante il processo contro Eichmann la Arendt avrebbe compreso, e ci avrebbe spiegato, che il Mostro del Novecento, l’Odio Assoluto, può essere banale, come il pianto e la meraviglia dell’ufficiale pagatore tedesco, come sembrano banali, nel quadro di Isaac Soyer, che è del 1937, gli sguardi e le pose sfatte della donna e degli uomini che nell’anticamera di un’agenzia di collocamento aspettano di essere chiamati, e di trovare un lavoro, e forse già covano l’Odio Assoluto, l’odio che non ha bisogno di prender di mira bersagli definiti, ma “proprio per la sua astrattezza colpisce l’universale” ( P. Sloterdijk).

Un giorno i personaggi di Soyer, o i protagonisti dei romanzi di Don DeLillo, di David Foster Wallace, dello stesso Thomas Pynchon si alzeranno di scatto e incominceranno a sparare sulle persone che passano davanti alla finestra, oppure entreranno in un college e faranno strage di studenti, e costringeranno gli Americani a interrogarsi sul buio che si raggruma nello spirito dei singoli e in quello della Nazione, e a consolarsi pensando che la parola “follia” risolva il problema e sciolga tutti i dubbi.

Il terrorista islamico che si fa saltare in aria in un bar o in un teatro può ragionevolmente prevedere che tra le vittime dell’attentato non ci saranno musulmani, ma alla bestia che ha spinto il camion sulla folla lungo la Promenade des Anglais non importava sapere di che nazionalità e di che religione fossero le persone che finivano sotto le ruote: per lui era importante solo che morissero, e che il loro sangue macchiasse l’ odiata “cartolina” di Nizza: le luci della Promenade, i fuochi d’artificio, la clamorosa felicità di un giorno di festa.

Umberto Eco pensava che quest’Odio diventasse assoluto nel momento in cui chi lo provava incominciava a vedere negli altri, in tutti gli altri, non solo il nemico, ma il “demonio” stesso. La “demonizzazione” del nemico, che è tema di grande fascino, è un capitolo importante dell’arte della guerra, ma anche del programma delle scuole di retorica antiche: i retori insegnavano ai loro alunni, destinati a diventare politici e avvocati, la tecnica del “diasyrmòs”, del fare a pezzi l’avversario. A parole, si intende: ma l’immagine suggerita dal termine greco ha una sua truce chiarezza.

A capire le molte radici che hanno “costruito” la bestia di Nizza è di grande aiuto il libro “I dannati della terra” che venne pubblicato, con la prefazione di J.P. Sartre, nel 1961. L’autore, Frantz Fanon, discendente da schiavi africani, fu rappresentante autorevole della cultura terzomondista, suscitò l’ammirazione di “Che” Guevara e, in quanto portavoce del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino, “meritò” la sprezzante avversione dei conservatori francesi. Scrisse Fanon che non solo in Algeria, ma in tutte le colonie, la violenza era la sola relazione possibile tra colonizzatori e colonizzati. Quando i nuclei combattenti dei colonizzati avviavano la guerra di liberazione, dovevano decidere di chi fidarsi, come scegliere i nuovi militanti tra coloro che ne facevano richiesta. Fatalmente, accettavano di arruolare solo chi aveva dato una prova concreta del suo odio verso gli stranieri compiendo un’azione – un delitto, un attentato- che non gli avrebbe più consentito di rientrare nel sistema coloniale. “Il gruppo esige che ogni individuo realizzi un atto irreversibile”.

Non so se abbia ragione Sofsky quando scrive che “la violenza è il destino della nostra specie”. So che la bestia di Nizza è un Mostro a più teste, è una Bestia vestita con gli abiti della normalità, è una figura dell’Odio che rende vano, forse, qualsiasi tentativo di capire l’oggi, di prevedere il domani, di integrare le diversità.

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