A Napoli le taverne divennero il luogo d’incontro dei “settari” antiborbonici e dei capi della nuova camorra

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Alcune taverne napoletane non persero mai la caratteristica di “luogo cordiale, simbolico, protettivo..” (G.L. Beccaria). La polizia borbonica e quella “italiana” degli anni 1861- 1885 dovettero adottare stratagemmi di ogni genere per controllare, quando si riunivano in questi “luoghi cordiali”, “i cospiratori” e anche i capi della “nuova camorra” che avevano una buona dose di cultura “politica” e che, talvolta, “meritavano” dalla polizia un trattamento di favore. La storia, spesso, si ripete.

 

Dopo l’agitatissimo periodo che va dal tragico destino della Repubblica Napoletana del 1799 al ritorno dei Borbone Napoli cercò di riportare la vita quotidiana a un livello di accettabile normalità e di dimenticare la ferocia della repressione e le stragi compiute dalle bande del cardinale Ruffo. Le taverne e i profumi dei vini, dei maccheroni, delle “parmigiane” divennero il simbolo di questa aspirazione, ma ci furono importanti eccezioni: notevole fu quella rappresentata dalla taverna al “Largo del Mercatello”, cioè a Piazza Dante. Qui incominciarono a riunirsi i “settari” antiborbonici, guidati da un cuoco, Di Domenico, che i registri di polizia presentavano come “fedelissimo ai Francesi e Maestro Carbonaro”. Questi “settari” si riunivano nei locali della taverna usati come deposito di merci e più volte, dicono i verbali, osarono dedicare rumorosi “pernacchi” alle guardie, travestite da “vatecari”, e cioè da carrettieri, che il comandante del posto di polizia di piazza del Carmine aveva incaricato di sorvegliare la taverna. Alla fine, la polizia concentrò la sua opprimente attenzione sull’oste, sottoposto a quotidiani interrogatori: non sopportando la persecuzione, l’infelice preferì “levare la frasca”, e cioè chiudere l’osteria, nel 1822. Nello stesso anno cessarono l’attività e, per gli stessi motivi, la taverna di San Francesco, fuori Porta Capuana, e quella di vicolo Roselli, presso il Mercato, di cui era “conduttore” Domenico Iervolino, indicato in un altro verbale di polizia come “padrone di carri e di cavalli”. Fin dal primo momento la polizia classificò come “sediziosi” una ventina di frequentatori abituali della taverna, elencando come prove la loro “buia guardatura”, il “sospetto con cui vedono gli agenti in volto” ed infine il “portamento”. Racconta Giuseppe Porcaro che i “settari” Filippo Fischietti, Luigi Chiarolanza e Gennaro Flauto, clienti assidui, insieme ai loro amici, della taverna di Raffaele Di Giorgio al n.113 della strada “Sanità”, portavano bastoni “animati” e cesoie che, all’apparire della polizia, nascondevano nelle botti di vino per intrecciare immediatamente dispute letterarie. Nel marzo del 1822 cessò l’attività anche la taverna di Nicola Iodice alla Calata San Sebastiano, frequentata da cocchieri e, dunque, anche da sensali e da guappi che traevano lauti guadagni proprio dalle merci trasportate dai cocchieri. Sedeva al posto d’onore un guappo- Carbonaro, tale Valentino (forse Valentino Guida), il quale, spronato dal vino del Vesuvio, incominciava ogni volta a proclamare che quando i suoi “compari” avrebbero conquistato il potere, “me ne voglio vévere sangue”. I poliziotti, implacabili con i “settari”, si mostravano pazienti e tolleranti con don Valentino, indicandolo alle autorità come un fanfarone: e spesso accettavano, i poliziotti, i bicchieri di vino offerti dal guappo-Carbonaro e dai suoi amici. Del resto, i vini e i “piatti” di Nicola Iodice erano noti in tutta la città, e gli odori intensi e irresistibili delle tagliatelle, dei pasticci di fegatelli e dei “pignati maritati” conquistavano tutti i sensi dei presenti e cancellavano il peso e l’importanza delle ingiurie contro i Borbone e i programmi di sedizione. Lo stesso risultato ottenevano i guappi e i “settari” che si facevano accompagnare nelle due “cantine” di via “Quercia” – la taverna della Quercia e la taverna dell’ Ottajanese – da chiassosi drappelli di donne, capaci di distrarre in ogni modo l’attenzione della polizia. Anche innescando risse e scontri, talvolta sanguinosi. L’Ottajanese padrone della taverna era probabilmente Michele Catapano, che nel 1824 le autorità di Ottajano descrissero a quelle napoletane come galantuomo al di sopra di ogni sospetto, devoto alla legge e ai Borbone.

(IMM:RETE INTERNET)