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Volla. Quando il disagio sociale diventa disperazione

Lavoro nero, precario, e quando va peggio disoccupazione. Storie di vita sull’orlo del baratro, accomunano una fetta dei cittadini vollesi che, con la petizione “Profughi di Volla”, hanno denunciato un vero e proprio disagio sociale.

La crisi miete sempre più vittime. I disagi socioeconomici aumentano vertiginosamente. Le storie sono più o meno simili. Si comincia con la perdita del lavoro, che, nonostante sia precario o non contrattualizzato, da una vita, ha consentito alle famiglie di mantenere una condizione dignitosa e di andare avanti. Ultimamente, invece, le cose si sono aggravate ulteriormente. I problemi della casa e del lavoro sono quelli che più frequentemente attanagliano gli italiani. I cittadini di Volla non sono da meno.

Lo stato centrale, sia direttamente, sia attraverso le sue diramazioni istituzionali periferiche, fatica sempre di più a farsi carico di queste situazioni difficili che a volte sfociano nella più nera disperazione, fino alla tragedia vera e propria.

Rosa è sposata ed è mamma di tre bambini piccoli. Lavora senza un regolare contratto come domestica. Da un momento all’altro si ritrova disoccupata. Nello stesso periodo il marito perde il lavoro precario che aveva. Rosa con la sua famiglia viene ospitata a casa della suocera, anche lei con una situazione difficile. Poi, da qualche giorno la suocera, non potendola più sostenere economicamente la invita a trovarsi un’altra sistemazione. La donna, con tutta la sua famiglia si ritrova in mezzo alla strada, senza reddito e senza un tetto sulla testa.

Maria, lavoro part-time e precario con 400 euro mensili, ha, per fortuna, un figlio maggiorenne che vive a casa della nonna paterna. Maria si separa dal marito che la “butta fuori di casa”. Viene ospitata per qualche tempo da un’amica. Dall’inizio del mese l’amica non riesce più a gestire economicamente la situazione e la invita a trovarsi un’altra sistemazione. Maria si ritrova senza residenza e dimora.

Giovanna, ha un lavoro da badante, una figlia appena maggiorenne diplomata e un marito carrozziere malato che lavora in nero. L’assistita di Giovanna muore e contemporaneamente “chiude l’officina dove si arrangia” il marito. Giovanna si ritrova da un momento all’altro senza un euro, con l’affitto e le bollette che si sono accumulate. Giovanna è minacciata di sfratto e di utenze staccate (acqua, luce e gas). Tre donne con tre storie drammatiche diverse, ma simili nel loro epilogo. Tre donne, con le rispettive famiglie che hanno consumato lentamente i loro sogni, le loro speranze, i loro averi e la loro dignità, fino a perdere praticamente tutto. Incredulità, rabbia, disperazione.

Con una lettera firmata “Petizione Profughi di Volla” e protocollata il 6 novembre 2014 (n. 19039), un gruppo di cittadini Vollesi sta manifestando un disagio sociale diventato quasi disperazione. Nella missiva, periodo per periodo, sono contenuti messaggi e appelli molto significativi di una situazione socioeconomica che, i tempi attuali, con le loro diverse problematiche, hanno reso disperata e che spesso non fa intravedere una soluzione.

“Caro Signor Sindaco siamo dei cittadini residenti a Volla con problemi di disagio economico e abitativo, ci sentiamo abbandonati da tutti i cittadini compresa l’amministrazione attuale e precedente. Tengo a precisare che il nostro è un gruppo di famiglie con nessuna forza politica che ci aiuta ed è proprio questa indifferenza che ci uccide, un popolo che non si ribella è che è costretto ad essere un popolo di schiavi e noi non vogliamo essere ennesime vittime dello stato. Pertanto spero che possiate aiutarci assegnandoci delle case popolari, abbiamo bisogno di un tetto , qualora la vostra risposta fosse negativa chiediamo di poterci assegnare dei container o una tendopoli che voi provvederete sperando che voi vi rivolgiate alla Regione o a chi di competenza chiedendo dei fondi regionali per questa emergenza. Con questa intraprenderemo anche una petizione all’occorrenza per farvi sapere quante famiglie siamo. Il nostro è un urlo di dolore un appello di aiuto, veniamo in pace, non in guerra“.

Appaiono evidenti l’assenza, l’incapacità e la sordità politico-istituzionale al grido di dolore antico, alle evidenti e drammatiche difficoltà socioeconomiche. Poi, compare il germe della sfiducia anche nella solidarietà umana dei concittadini, con il concetto che viene rafforzato in seguito, e che fa intravedere l’allarme, il seme della ribellione ed il pericolo imminente di gesti estremi. Il grido d’appello disperato arriva agli estremi del bisogno. L’ultima spiaggia, l’ultimo appello, forse, prima della rivolta per la vita, prima di un gesto che potrebbe risultare estremo, è la richiesta di un minimo indispensabile per la sopravvivenza, è la richiesta al sindaco del paese addirittura di un container o di una tenda.

E la comunità quali politiche mette in campo? Quella delle false o effimere promesse? Quella del far finta di prendersi cura dei bisogni e delle esigenze degli ultimi, strumentalizzandole? Quella del far finta di cambiare le poltrone, per non cambiare nulla?

 IL TESTO DELLA PETIZIONE

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