Vite spezzate, ma donate

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Opere pastorali tragicamente ostacolate attraverso l’uccisione dei missionari. Una realtà da brividi denunciata dal rapporto Fides, secondo cui sono 22 i “martiri della fede”, ammazzati mentre erano in missione di pace.

Il rapporto redatto da Fides, l’agenzia delle Pontificie Opere Missionarie, riporta la lista di ben 22 persone barbaramente uccise mentre erano impegnate nella loro opera pastorale. Sono già stati ribattezzati “i martiri della fede” , nell’elenco che riporta anche una suora e due laici (oltre a 19 sacerdoti), presenti soprattutto nell’America Latina, che lavoravano per applicare alla lettera i principi evangelici. La notizia desta un certo sgomento, una reale preoccupazione, ma consente anche di constatare l’esempio tenace di chi opera solo per il bene dell’altro.

Queste 22 vittime testimoniano che non deve essere sottovalutato il gesto vitale proteso verso il prossimo, il segno più visibile della speranza umana che aumenta in senso inverso al numero degli assassinati: 13 nel 2012, appunto 22 nel 2013. La maggior parte di essi è stata uccisa in seguito a tentativi di rapina o di furto, aggrediti in qualche caso con efferatezza e ferocia. Eppure si erano recati in Colombia, in Messico, in Brasile, ma anche nelle terre d’Africa per aiutare, semplicemente. A questi 22 vanno aggiunti gli operatori pastorali sequestrati o scomparsi di cui non si hanno più notizie. E allo stesso tempo sappiamo che il conflitto che sta insanguinando da tre anni la Siria non risparmia i cristiani.

Quelle 22 morti non vanno dissipate nella dimenticanza della cronaca che brucia tutto come un grande inceneritore. Non devono essere un numero, una statistica, ma un monito per ripartire, consci che la missione comporta il rischio e che anche la pace può suscitare, paradossalmente, la guerra, quindi provocare una morte agghiacciante, come nel caso specifico. Gli attori del bene, così come mi piace definire i 22, hanno assimilato la convinzione che la pace nel mondo può essere raggiunta esclusivamente attraverso il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.

Il senso di fratellanza e di condivisione unisce più che mai: dagli orfanotrofi alle case per anziani, dai seminari alle cattedrali di tutto il mondo. L’annuncio del Vangelo è una cosa di molti, non di pochi. L’armonia nella Chiesa si raggiunge nell’accoglienza di una diversità che non entra in conflitto e non si contrappone, ma che è di arricchimento. Mentre, al contrario, l’uniformità uccide la vita.

Chi uccide, e questo bisogna gridarlo, non ha coscienza, non ha forza, non ha talento, non sa che cosa significa partecipare alla vita di donne, uomini, bambini. Chi uccide ha già perso, e per sempre. Nell’elenco predisposto da Fides, scorriamo anche i nomi di due italiani, don Michele Di Stefano, parroco nella diocesi di Trapani e la missionaria laica Afra Martinelli, di Brescia che operava da 30 anni in Africa. Altre due vite donate all’altro, al fianco degli ultimi nel segno del Vangelo. Che non hanno avuto il giusto rilievo mediatico, proprio per questo loro porsi in mezzo a chi soffre e a chi ha bisogno. Ma da qui nasce il germe di una nuova speranza, quella che non muore mai: A ciascuno di noi il compito di “morire” ogni giorno per l’altro. Nonostante tutto. Solo così si costruisce la vera pace.
(Fonte foto: Rete internet)

 ANNUNCIARE, DENUNCIARE, RINUNCIARE

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