É Nefos, il demone della nebbia, che inganna gli occhi. Per schiarirsi la vista, Conte ha bisogno di uno shock: e il Napoli può procurarglielo.
É Nefos, il demone della nebbia, che inganna gli occhi. Per schiarirsi la vista, Conte ha bisogno di uno shock: e il Napoli può procurarglielo.
Era una famiglia di démoni che bazzicavano in Italia. Quelli del Sud, un tempo potenti, ora non contano più niente o quasi: qualcuno si è ritirato a godersi la pensione, qualche altro è emigrato all’estero. Resta in attività – così dicono – Nefos, il démone che abita tra Torino, Milano e Verona, nelle nebbie della Padania, nei vapori che si levano dal Po e sanno di bruciaticcio e di metano. Di Nefos parlò Teofilo Folengo, che conobbe alcuni dei suoi molti nomi, e Gianni Brera ne sentì la misteriosa presenza nella fredda bruma dell’autunno, dopo aver mangiato i persici pescati nel fiume e messi sulla graticola a sfrigolar “quietamente, però deformandosi un poco per essere troppo freschi, cioè ancora vivi di polpa“; e dopo aver affogato il rimorso per tanta crudeltà in innumerevoli e grossi sorsi di dolcetto.
Nefos e i suoi parenti hanno il potere tremendo di confondere i sensi, soprattutto la vista, e già i monaci e gli eremiti dei primi secoli cristiani sperimentarono la loro capacità di agire ora con rozzezza aggressiva, ora con raffinata malizia. Grossolano, per esempio, fu l’inganno in cui confusero i casti occhi di Sant’Antonio: l’eremita purissimo per più giorni fu certo di vedere i corpi nudi di femmine piacenti che con gesti sconci e svergognati sguardi lo invitavano a peccaminosi congressi. Per fortuna, la luminosa virtù del Santo dissolse quei corpi tentatori e svelò che erano vane forme plasmate con la nebbia. Nefos, insomma, fa in modo che le sue vittime – i padri della Chiesa chiamarono energumeni i posseduti dal demonio – siano convinte di vedere e quasi di toccare con mano cose, atti e persone che invece non ci sono, non esistono, sono forme d’aria.
Quanti arbitri di calcio sono stati vittime, e lo sono ancora, di Nefos, che li aspettava e li aspetta all’ingresso degli stadi della Padania, da Torino a Milano: quanti rigori hanno visto e fischiato, vedono e fischiano, e punizioni, e falli da espulsione, che invece non c’erano. Che poi le sviste siano quasi sempre favorevoli a Juve, Milan, Inter, è cosa che dipende non dagli arbitri energumeni, ma dall’umana debolezza di Nefos: che da secoli abita e opera da quelle parti, e dunque mi pare naturale che provi una qualche simpatia per quelli del posto. Nefos è un démone dinamico, creativo: cerca di migliorarsi, di evolversi, di inventare inganni nuovi. Molti incominciano a credere che egli sia capace, da qualche tempo, di una diavoleria ancora più terribile: gli energumeni non vedono ciò che c’è, che si può toccare con mano.
Le cose, i fatti, le persone stanno lì, sotto i loro occhi, sotto il loro naso, davanti ai loro piedi: gli energumeni guardano, ma non vedono niente. Prendete il caso del povero Maroni, quel signore armato di scopa, che ora è segretario della Lega. Qualche mese fa faceva il ministro dell’ Interno. Quando Roberto Saviano si permise di dire che a Milano comanda la ‘ndrangheta, il Maroni ministro venne morso dalla tarantola: si incazzò, sbraitò, fece il giro di tutti i salotti televisivi, a gridare che Saviano diffamava Milano e il nord, che a Milano e in tutto il nord non c’era questa ‘ndrangheta, non c’erano né mafia né camorra: io sono il ministro dell’Interno, se ci fossero, lo saprei prima di ogni altro.
E invece ci sono, eccome se ci sono: ci sono e ci sguazzano, a Milano, e si divertono. L’infelice non vide quello che tutti vedevano. Fu vittima di Nefos. Forse. Forse non è sempre colpa di Nefos: se gli occhi li tieni aperti per finta, ma non vuoi vedere, non vedrai mai niente. È ovvio.
Ora parliamo di Antonio Conte, il simpatico allenatore della simpatica Juve. La loro simpatia è così affine che sembrano veramente nati l’una per l’altro. Si racconta che Nereo Rocco capiva come si sarebbe comportato in campo un suo giocatore da come stava seduto nel pullman che portava la squadra allo stadio. Radice, l’allenatore del Torino di Graziani e di Pulici, sostituì un giocatore dopo pochi minuti, solo perché si era fermato più volte per aggiustarsi i pantaloncini e per lisciarsi i capelli. E non c’è dubbio che Mancini già al terzo tocco di palla sappia cosa passa per la testa di Balotelli e di Tevez. Del resto, un allenatore è veramente grande quando “vede“ e “legge“ momento per momento lo sviluppo della partita che i calciatori stanno giocando. Ora dicono le carte che nel maggio del 2009 quasi tutti i giocatori del Bari furono d’accordo nel vendere la partita alla Salernitana e che l’affare li entusiasmò a tal punto che baciarono commossi la valigia piena dei soldi così onestamente guadagnati. Sotto gli occhi di Conte si svolse una partita truccata, e gli occhi di Conte guardarono, ma non videro.
Egli non si accorse di niente. I nemici della Juve pensino quello che vogliono. Io non faccio crociate. Io ho letto, modestamente, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo e so di cosa è capace Nefos: sono certo che quel giorno gli occhi di Conte erano ancora offuscati dall’incantesimo: quel demone li aveva affatturati quando Conte giocava nella Juve. E le fatture di Nefos durano a lungo, uno non se ne libera facilmente: non escludo che nello sguardo dell’allenatore ci sia ancora la nebbia del maleficio. Cosa lo può snebbiare completamente e definitivamente? Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo non avevano dubbi: serve una scossa. Uno shock.
I fiorentini, che vogliono bene a Conte, perché nella sua simpatia vedono anche la simpatia di Marchionne, sperarono che la Fiorentina lo sbatacchiasse forte: ma venne fuori solo un buffetto delicato. A Conte serve altro: si libera da Nefos, solo se gli piomba sui capelli un’onda dell’oceano sollevata da un tifone. In nome della generosità dei napoletani, il Napoli può procurarglielo questo shock, al simpatico allenatore della simpaticissima Juve. A patto che gli arbitri siano in grado di usare gli occhi secondo le regole di natura: vedere ciò che c’è, e ciò che non c’è, non vederlo.
(Quadro: Domenico Morelli, Le tentazioni di Sant’ Antonio, 1878)

