La “macchietta” di Collodi impallidisce davanti alla ridicola realtà dei politici nostri, che ormai non sono buoni nemmeno come “pacchisti”. Chi ci difenderà da questa gente?
“Fare il pacco“ è un’arte raffinata e malvagia inventata tra Napoli e i suoi dintorni: essa consisteva, e consiste, nel “piazzare“ agli ingenui il “pacco“, il bidone“, che portava in superficie, che so, tessuti di seta, e sotto nascondeva stracci e mappine.
I “pacchisti “ classici erano Maestri assoluti di psicologia di massa e di tecniche della persuasione: le variavano, queste tecniche, a seconda dei luoghi, e le rinnovavano di giorno in giorno, non ignorando che non c’è ingenuo a cui le continue scottature non insegnino un po’ di cazzimma. Questa campagna elettorale ha dimostrato definitivamente che molti nostri politici sono cotti ormai anche come “pacchisti“: non riuscirebbero a vendere acqua fresca nemmeno alle carovane che attraversano il deserto. Collodi parodiò la classe politica che governava l’Italia da poco “fatta“ inventando, nel 1882, una “macchietta“, l’on. Cenè Tanti, che anche nel nome pare l’antenato di Cetto La Qualunque.
Ma l’ invenzione umoristica di Collodi non regge il confronto con la comicità involontaria di certi nostri politici: come se la storia avesse voluto dimostrare che la realtà può andare oltre i limiti dell’immaginazione più audace. E non prendiamocela con la storia, se ha scelto l’Italia come teatro della sua performance. Avrà avuto le sue buone ragioni. Swift e Gogol sarebbero mai arrivati ad “inventare“ il prof. Monti che in televisione accarezza il cagnolino, o il sig. Maroni che, davanti a una selva di microfoni, a voce alta e ferma, dichiara che lui ha combattuto sempre le mafie e il malaffare? Dice Collodi che il suo onorevole Cené Tanti non si sa quanti anni abbia: può avere tutte le età, dai 30 anni ai 70.
E inoltre oggi è grasso e i suoi capelli sono neri o rossi o castani, e domani è magro e canuto. Embé? Non abbiamo visto tutti la faccia di un candidato premier quasi ottantenne con la pelle tanto tesa e stirata intorno al naso e agli occhi da sembrare la faccia di un mandarino cinese di mezza età? Quella stiratura non è roba di chirurghi, come sospettano i nemici e i giudici di sinistra, ma è l’effetto dei pensieri angosciosi che suggerisce al candidato il destino dell’Italia. Una notte, racconta Collodi, Cenè Tanti viene colpito da un attacco di trasformismo, i cui sintomi sono simili a quelli di una colica intestinale, tanto che al mattino l’ingenua consorte gli consiglia di purgarsi. Invece i congiunti dei nostri onorevoli sono così abituati al trasformismo dei loro cari, che si preoccupano se essi non cambiano partito una volta all’anno, e idee una volta al giorno.
A ventiquattro ore dal voto alzi la mano chi è riuscito a capire cosa Monti pensa, definitivamente, di Bersani e del PD, e viceversa. Scriveva Collodi nel ’73 che la società italiana incominciava a far confusione tra il mio e il tuo. I nostri onorevoli hanno risolto il problema: nel loro vocabolario c’è solo il mio, e il verbo ridurre è registrato, sì, ma a patto che lo usino gli altri. Nessuno di lor signori ha più parlato della riduzione delle province e del numero dei parlamentari, e degli stipendi e dei rimborsi. La parola, a pronunciarla, provoca l’orticaria. Dicono, però, che Grillo abbia la pomata per curarla. L’on. Cené Tanti ricorda, nel suo programma elettorale, che egli candidandosi fa un favore alla Nazione, e che per il bene della Patria è pronto ad ogni sacrificio: proprio come l’on. Cocchetelli, quello del “Turco napoletano”.
Di Cené Tanti si può dire solo quello che non è: “non è un forte ingegno, non è un bravo amministratore, non è un carattere fermo, non è un lavoratore assiduo“: se vivesse oggi, qualcuno direbbe di lui che è un pisciaturo, o uno senza quegli attributi là. E dunque Cené potrebbe fare, anche oggi, almeno l’assessore regionale, e, se la fortuna l’aiutasse, anche il segretario di partito. Ma potrebbe anche fare il ministro, e persino il premier, perché ha una preziosa virtù: la riservatezza: egli “bada ai suoi interessi e non si mischia punto negli interessi degli altri: nemmeno in quelli del suo paese e del suo collegio.”.
In quel pezzo del ’73, in cui parla della confusione tra mio e tuo, Collodi osserva che “oggi, in grazia dei progressi fatti dalla chimica si è trovato un nome pulito anche per le cose sudice“, e perciò i furti non vengono chiamati più furti, ma vengono generalmente “denominati con vocabolo più umano: indelicatezze, appropriazioni indebite, sottrazioni…”. Oggi la delicatezza linguistica è anche sostanza giuridica: il furto di una bicicletta ti apre le porte del carcere, l’appropriazione indebita di qualche milione di euro ti apre le porte di qualche salotto televisivo, e della Direzione di una banca. Secondo G.G.Belli, lo aveva capito anche la madre “der borzaroletto“, del ladruncolo: Io sempre je l’ho ddato sto conzijjo: / Checco, arrubba un mijjone; e ppe le chiese / sarai san Checco, e tt’ arzeranno un gijjo“.
Ruba un milione, e nelle chiese sarai San Checco, e in tuo onore innalzeranno un giglio. Se rubi “quattro ombrelli, qualche orologio, e un po’ di fazzoletti“, vai in galera. Nel suo nuovo romanzo, Pieno giorno, J.R. Moheringer affronta lo stesso problema : perché chi ruba ventimila dollari finisce in carcere, e un bankster, un banchiere- gangster, che organizza una truffa nazionale e internazionale, la fa franca? (Venerdi di Repubblica, 22/02). Credo che non tornerà la fiducia nel sistema, se prima non si dà una risposta sensata a questa domanda, che è la Madre di tutte le domande. I Cené Tanti possono rispondere? Vogliono rispondere? E se non rispondono, chi ci difenderà da loro?
(Foto: Stampa francese del sec.XVIII, La rivincita della plebe sulla nobiltà e sul clero)





