Una festa vera -quella di San Michele è stata festa vera- invita a riflettere sui simboli seri del gioco. Nella tradizione del cibo di strada il ruolo di protagonista tocca al Maestro che lo prepara. Gustavo si rivela un Maestro della salsiccia arrostita.
E’ stata una bella festa: da anni non si vedevano tanta folla e un desiderio così intenso di esserci, di partecipare. Il calendario della manifestazione ha mantenuto, costante, un ritmo alto: non credo che ci siano stati momenti di moscezza.
Come se tutti i tempi dell’evento fossero dettati dall’ estro geniale di Francesco Cicchella – Michael Bublé e Vincenzo De Honestis, due fuoriclasse del cabaret napoletano, che hanno incantato la folla . Mi dicono che il sindaco ha partecipato al “trenino” in piazza: non vedo lo scandalo. Il sindaco è giovane e si comporta da giovane: è importante che lo faccia con naturalezza, e non per posa. Il sindaco sa che dopo questi giorni di esultanza non gli sarà consentito di fermarsi e di impantanarsi in incertezze e in errori: poiché, per una antica e giusta legge della politica, il successo dei giorni di festa si sconta con i problemi della quotidianità dei giorni feriali. Diventano problemi anche i dettagli.
Faccio un esempio: se un cittadino entrasse in un ufficio del Comune e trovasse un consigliere comunale stravaccato su una sedia, con una gamba allungata sul tavolo, una bella fetta del prestigio del sindaco si squaglierebbe come grasso sulla “ratiglia”. Ma è solo un esempio. I consiglieri comunali di Ottaviano non sono adusi a stravaccarsi negli uffici del Comune. Non credo, direbbe Razi Crozza.
San Michele ha riportato a Ottaviano il cibo di strada. Quello della tradizione. Il vero cibo di strada non ama i banchi simili a quelli dei venditori di torrone: una sarabanda di luci multicolori, di giochi di specchi e di sprizzi di fulgori. Questo sfarfallio va bene per i banchi dei “franfelliccari”, su cui si schierano immobili cataste di bastoncini di zucchero caramellato, “sciosciole”, lecca lecca e liquirizia. Ma “scagliuozze, zeppulelle, pizzelle, palle ‘e ricotta, crucché ‘e patane e pizze a oggi a otto” chiedono la riservatezza della penombra, poiché si rivolgono, prima che agli occhi, al naso.
Osservate come si arricciano e vibrano le narici di coloro che entrano nello spazio di dominio della salsiccia arrostita: e i loro occhi non vanno alla “ratiglia”, ma ai gesti del Maestro che arrostisce. E’ lui il protagonista: una volta attirava su di sé l’attenzione anche con la “voce”, il richiamo, come ‘Ntuono lo peccerillo, venditore di “sciorilli”, di fiori di zucchina fritti, che viene fuori dai versi di Domenico Iaccarino:
ca’ sta lo sciore, ca’ sta lo sciore
vaco alluccanno pe’ tutte l’ore
E dunque lodevole è stata l’idea di collocare, nei giorni della festa, casette prefabbricate lungo via Cesare Augusto, destinandole ad ospitare i venditori di cibi di strada e a garantire tutto ciò che serviva: uno spazio chiuso, la penombra, la centralità del Maestro impegnato a preparare il cibo. Dico Maestro, e potrei dire attore, poiché da sempre l’esercizio di preparazione diventa recita teatrale. Tra i Maestri c’era ‘o Caino, principe dei pizzaioli, e c’era anche Gustavo. La sorpresa: Gustavo Marcarelli che spacca salsicce e le arrostisce.
Ma un magistrale panino imbottito mi ha aiutato a capire che c’è un nesso tra il brillante protagonista di quel salotto all’aperto che è la piazzetta della stazione – la stazione della Vesuviana – e l’artista della”ratiglia”. Il nesso che stringe insieme le due “figure” è il sentimento genuino della socialità, è la curiosità: Gustavo si interessa, in profondità, di tutto ciò che gli sollecita mente e cuore. Gustavo sa ascoltare: è una grande virtù, soprattutto in tempi come questi. E poi c’è lo stile.
La fotografia allegata testimonia alcune finezze stilistiche dell’artista dell’arrostimento: l’elegante camicia aperta al punto giusto sotto il camice, il modo di impugnare coltello, forchettone e paletta – così Furtwangler impugnava la bacchetta per dirigere l’orchestra – la risolutezza del colpo che taglia in due la salsiccia e sdraia le parti sulla “ratiglia”, la postura di lui, dell’artista, in torsione, la testa lievemente inclinata all’indietro: certo, per evitare schizzi e fumo, ma anche per osservare meglio: è quella la postura del pittore che dipinge il quadro, ed è anche la postura dell’ esperto che quel quadro osserva e contempla.
E poi l’occhio attento al variare del colore della carne che si cuoce, e poi il gesto sicuro che, nell’attimo in cui la cottura è perfetta, solleva la salsiccia dalla graticola della tortura.Un saggio di recitazione che pare studiata, invece è naturale: viene da dentro: perché vi sono momenti in cui, diceva Domenico Rea, il napoletano interpreta sé stesso e svela i valori antichi di una “umanità” unica, e perciò preziosa.
Dalla “ratiglia” si diffonde un profumo schietto, non contaminato dall’imbroglio delle spezie e dei contorni, non incupito dalle note aggressive e “sanguinose” della carne che brucia: lo stile è equilibrio. Gustavo condisce i panini con un monito silenzioso: ci ricorda che nessuno ci può togliere il diritto e il gusto di tre “gesti” essenziali: pensare, decidere, mettersi in gioco. Gustavo ha colto il senso prima della festa, la serietà dei simboli del gioco, e ci invita alla riflessione. Con stile. E con succulenti panini. Lo spirito e la carne. Chapeau!
(Foto: T. Duclere, il castagnaro)





